Il 19 marzo 1980 a Milano, nel corridoio al secondo piano dell’Università degli Studi in via Festa del Perdono, il giudice Guido Galli fu ucciso da un gruppo armato di Prima linea, che nel volantino di rivendicazione lo condannò come appartenente «alla frazione riformista e garantista della magistratura».

In un incontro organizzato dalla Fondazione Roberto Franceschi Onlus nel corso del quale i parenti di diverse vittime della violenza politica degli anni Settanta e Ottanta hanno adottato ciascuno un articolo della nostra Carta costituzionale, il sociologo Alessandra Galli ha scelto, alla luce della vicenda umana di suo padre, gli articoli 24, 27 e 101 della Costituzione, che recitano:

Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione.
La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari.

La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte.

La giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge.

Nel suo intervento, ripreso integralmente nel filmato qui sopra, Alessandra Galli racconta perché ha scelto di adottare tali articoli, alla luce della vicenda umana e professionale sua e di suo padre.

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