Cristina Tajani – Assessore Comune di Milano: le sfide del welfare dopo la crisi

Grazie, anche io desideravo ringraziare la Fondazione Franceschi a cui sono legata da un’antica collaborazione che precede di lunga data la mia nomina ad assessore. Ringrazio quindi la signora Lydia per aver pensato a me per questa tavola rotonda, dandomi così l’opportunità di tornare in Bocconi: mi sono laureata qui ma non rientravo in queste…

Grazie, anche io desideravo ringraziare la Fondazione Franceschi a cui sono legata da un’antica

collaborazione che precede di lunga data la mia nomina ad assessore. Ringrazio quindi la signora

Lydia per aver pensato a me per questa tavola rotonda, dandomi così l’opportunità di tornare in

Bocconi: mi sono laureata qui ma non rientravo in queste aule da un po’ di anni.

Ascoltando le relazioni di questa mattina, ma anche gli interventi di Carlo e di Simona e

rispondendo alla sollecitazione del nostro moderatore, mi è venuto in mente quando l’OCSE- credo

fosse proprio fine del 2008- pubblicò uno dei suoi periodici rapporti sul tema delle disuguaglianze

dal titolo “ Growing Unequal” L‘OCSE dimostrava come in quel periodo di crescita, riferito al

periodo precedente l’agosto 2008 – data simbolica di inizio della crisi – si evidenziasse nei paesi

osservati una crescita delle disuguaglianze, pur in presenza di crescita economica, cioè un Growing

Unequal, tra i paesi e dentro i paesi. Tra i vari commentatori del rapporto c’era chi si domandava: lo

scopo della crisi economica, che impatto avrà sulle disuguaglianze? Se la crescita è stata

accompagnata da un aumento delle disuguaglianze, quale sarà l’impatto della recessione o

comunque della crisi?

Ho appreso oggi che il titolo del rapporto più recente dell’OCSE è “Divided We Stand” e quindi lo

interpreto come un essere ancora divisi, un mancato effetto generale di riduzione delle

disuguaglianze in questi anni recenti di crisi, salvo che per alcuni paesi.

In realtà nel 2008 la conclusione del rapporto OCSE diceva: quello che succederà nel futuro

dipende dalle politiche, cioè dalle politiche pubbliche che i governi a livello nazionale,

sovranazionale, ma anche locale riusciranno a mettere in atto riportando così la centralità della

politica su alcuni processi.

Prima il nostro moderatore ci richiamava alla realtà milanese e alla contingenza dentro la quale noi

dobbiamo intervenire nel tentativo appunto di modificare l’esito di alcuni processi economici che

vanno nella direzione di un aumento delle disuguaglianze.

Io ritengo che siamo esposti ad una doppia sfida. La prima è quella che veniva descritta prima

introducendo la tavola rotonda e riguarda i processi di più lunga durata di terziarizzazione. La

trasformazione della dimensione dell’economia urbana cittadina ha visto negli ultimi decenni

trasformazioni molto profonde che hanno a che fare con la modificazione dei settori produttivi, la

fine delle grandi concentrazioni produttive, l’emergere di un terziario, in alcuni casi anche molto

competitivo, molto avanzato; l’inserimento di Milano in flussi globali, sia di ordine finanziario ma

anche di altro tipo. Tutto ciò ha già determinato sullo sfondo un quadro di grandi trasformazioni,

rispetto alle quali le politiche pubbliche fanno fatica ad aggiornarsi. Spesso si cita come elemento

problematico la caratterizzazione del nostro sistema di protezione sociale a livello nazionale che è

molto centrato su un modello produttivo che appartiene ad una fase precedente: questo è il quadro

che c’è sullo sfondo.

Si aggiunge il fatto che oggi ci troviamo ad operare in una situazione in cui la crisi pone nuove

sfide.

É vero che rispetto ad altre realtà nazionali la città di Milano comunque mostra indicatori un po’

migliori in termini di disoccupazione o tassi di occupazione. È anche vero però che negli ultimi anni

c’è stato uno scivolamento verso il basso rispetto ad altri contesti europei confrontabili con quello

milanese e lombardo. Ciò evidenzia che esiste l’emergenza della crisi ed è in atto una

trasformazione di fondo con la quale siamo costretti comunque a ragionare e a fare i conti e questo

ci riporta al tema, che veniva sollecitato prima, dell’osservazione. Le decisioni o le scelte politiche

infatti di solito si esercitano in base a una lettura della realtà e rispetto a ciò, come è stato già citato

esiste la difficoltà dell’utilizzo delle interpretazioni dei dati rispetto a questa realtà.

Noi proprio un paio di giorni fa abbiamo avviato il secondo step di un processo che abbiamo

chiamato” Rilevatore dei Segnali Deboli”, dove l’idea è quella di costruire un osservatorio presso il

Comune di Milano, gestito dall’Assessorato al lavoro, in cui possano convergere una serie di

elementi fattuali che non sono le statistiche di cui pure ovviamente ci avvaliamo e che fotografano

la situazione sempre un minuto dopo (i dati arrivano ex post), ma che sia un luogo in cui le nostre

antenne, che sono rappresentate da soggetti sociali ed economici di vario tipo (dalle associazioni

sindacali a quelle imprenditoriali, ma anche da quelle che praticano politiche sociali come il terzo

settore e il volontariato) possano in tempo reale avvalendosi dell’aiuto dei ricercatori dell’Università

Bicocca, aiutarci a ricostruire il quadro della complessità. Quindi non soltanto una rilevazione di

segnali forti come la statistica sulle forze di lavoro dell’ISTAT che arriva un anno dopo, ma uno

strumento che aiuti il policy making in tempo reale, attraverso una rilevazione di quelli che abbiamo

chiamato appunto “segnali deboli”, che racchiudono anche elementi anticipatori rispetto a quello

che succederà. Riteniamo infatti che da un certo tipo di osservazione della realtà, cioè dalla sua

lettura dipenda anche il tipo di intervento realizzabile in termini di politiche. In un contesto

difficoltoso come quello descritto, io credo che sia assolutamente necessario ragionare in termini di

coordinamento degli sforzi nella realizzazione degli interventi. Anche un ente come

un’amministrazione comunale che su molte materie non ha competenze legislative – che possono

invece avere per esempio le Regioni- offre una serie di servizi che hanno ricadute in termini di

possibile riduzione della povertà o delle disuguaglianze e quindi in una fase come questa tutti gli

interventi devono essere coordinati al massimo.

Una delle prime osservazioni che abbiamo fatto come amministrazione comunale entrante è stata la

estrema frammentazione degli interventi che l’amministrazione comunale metteva in atto tra le

diverse aree amministrative e i diversi assessorati. E’ come se ci fosse una difficoltà della macchina

amministrativa o della politica che la guidava a coordinare gli interventi e a parlarsi tra di loro.

Io invece credo che in un’epoca di risorse scarse, di crisi economica e di vincoli di bilancio che gli

enti locali hanno e che sono particolarmente stringenti, una delle necessità più impellenti sia il

coordinamento delle politiche e la selezione delle priorità. Evidentemente non si può fare tutto, e

quindi il tentativo di fare massa critica, di concentrare cioè anche diversi interventi sui soggetti che

si individuano come bisognosi di intervento pubblico, va incentivato. Solo la massa critica,come

ormai gli studi sulle politiche sociali dicono da tempo, può aiutare la persona, soggetto di politiche

ad uscire dalla condizione di bisogno. Questo è il quadro metodologico dentro il quale noi stiamo

lavorando, con uno strettissimo coordinamento tra l’Assessorato al lavoro di cui io sono

responsabile e l’Assessorato alle politiche sociali.

Pochi giorni fa, proprio l’Assessore alla Politiche sociali Majorino ha organizzato un forum sulle

politiche sociali al quale anch’ io ho preso parte. Ne ho gestito un pezzo, proprio con l’idea di

coinvolgere in un lavoro interassessorile le diverse competenze. In quella circostanza abbiamo

annunciato congiuntamente una serie di misure che l’Amministrazione sta mettendo in atto.

Da una parte sono misure di tipo tradizionale, emergenziale, di fronteggiamento alla situazione di

crisi e dall’altra invece preludono a quella che io ritengo essere la necessità di arricchire il catalogo

delle politiche pubbliche in termini anche lavoristici.

Tra gli strumenti nuovi penso alla Fondazione Welfare Ambrosiano, nata ormai qualche anno fa

mettendo insieme soggetti diversi: dai sindacati confederali, al Comune di Milano, alla Camera di

Commercio e alla Provincia di Milano, con l’obiettivo di ripensare in termini globali il welfare

cittadino, in un momento che era quello dell’inizio della crisi.

Questo strumento non è mai decollato, non è mai partito per molti anni. Non è mio compito dire se

per mancanza di volontà politica o per altre difficoltà.

Noi – e io in particolare, avendo ricevuto la delega ad occuparmi di questo oggetto – ci eravamo dati

come obiettivo dei primi cento giorni, la partenza di questa Fondazione e infatti i primi di ottobre la

Fondazione Welfare Ambrosiano ha cominciato la sua attività attraverso l’erogazione di

microcredito, che è uno dei suoi scopi statutari principali.

Le prime settimane di funzionamento di questa Fondazione ci stanno dando dei riscontri positivi.

La Fondazione eroga microcredito su due linee di finanziamento: la prima, che abbiamo chiamato

microcredito sociale, rappresenta un aiuto alla persona in temporaneo stato di bisogno (perdita del

lavoro, non rinnovo dei contratti). Nell’altra linea, più promozionale, il microcredito viene erogato

per intrapresa, cioè a coloro che vogliono aprire una partita Iva, un’azienda, investire sulla propria

formazione. I tassi sono molto differenti rispetto a quelli di mercato: il microcredito personale è

sul 4%, quello di impresa poco meno del 6% e la caratteristica per poter accedere al finanziamento

è quella di essere “non bancabili”: il credito è infatti destinato a persone che se si rivolgessero ai

canali tradizionali di credito non otterrebbero un finanziamento. I primi riscontri di questi quasi

due mesi di attività della Fondazione ci confermano da un lato situazioni di indebitamento grave. La

Fondazione- che opera anche attraverso una Convenzione con la Fondazione Antiusura lombarda spesso

si trova, più che ad erogare microcredito, ad aiutare le persone che si rivolgono per

ristrutturare il proprio debito. Si sono presentati sull’ordine di centinaia di casi di persone altamente

indebitate che si indebitano ulteriormente per far fronte alla restituzione del debito precedente.

La Fondazione accompagna queste persone da coloro che si occupano di usura oppure presso il

sistema bancario per aiutarle a ristrutturare il proprio debito.

Invece nei casi che riguardano più propriamente la richiesta di credito, abbiamo avuto una divisione

abbastanza equa tra chi si è rivolto alla Fondazione per ricevere un prestito personale per

temporaneo stato di bisogno ( non riescono a pagare la rata del mutuo per la casa o l’asilo nido per i

bambini) e chi invece intraprendeva, con una significativa presenza femminile, soprattutto in questa

ultima linea di finanziamento. La cosa concorda con la letteratura più tradizionale sul microcredito

e ci ha abbastanza rincuorato. È chiaro che uno strumento di questo tipo in mano ad un ente

pubblico è abbastanza inedito e io per prima lo presento, diciamo, in maniera abbastanza

problematica. Credo infatti che potremo valutarlo soltanto tra un anno, quando le persone che hanno

richiesto il credito cominceranno a restituirlo, poichè la convenzione che abbiamo posto in essere

con le banche prende un preammortamento di un anno. Chi riceve oggi il prestito comincerà a

restituirlo tra un anno. Sarà solo allora che riusciremo a capire come le persone a cui abbiamo

rivolto lo strumento avranno risposto e se effettivamente si tratta di uno strumento significativo e su

cui vale la pena continuare a investire.

Per concludere, secondo me tentativi come questi rappresentano lo sforzo di questa

amministrazione nel ripensare il catalogo di interventi che può offrire, in materia di politiche sociali

o di politiche per il lavoro, in questo caso abbastanza connesse. Anche se è difficile capire se si sta

realizzando una politica sociale o un intervento sul lavoro, io credo che, oltre a quella che prima

veniva chiamata la base della piramide, il compito di un ente locale in un’epoca di trasformazioni e

con l’idea di rinnovare il catalogo degli interventi possibili, proprio in una realtà complessa come

quella milanese, sia immaginare politiche pubbliche e politiche per il lavoro anche su altre fasce, su

altri target.

Abbiamo visto dai dati come anche figure tradizionalmente fuori dal rischio povertà, con alti tassi di

istruzione o di scolarizzazione, oggi siano a rischio. Per esempio sappiamo che nella città di Milano

gran parte delle professioni intellettuali, creative e cognitive non si trovano molto al di sopra della

soglia di povertà come retribuzioni. Se si pensa a tutto il mondo di chi fa ricerca nelle università,

magari prima di entrarci a tempo indeterminato, si scopre che ci sono categorie anche molto

scolarizzate che fanno fatica. Io credo che noi dovremmo pensare a strumenti di intervento anche

per queste figure.

Quando si pensa alle politiche per il lavoro di un ente locale, si pensa allo sportello che aiuta a fare

il curriculum o bene che vada fa un po’ di matching tra domanda e offerta. Di solito ci si limita ad

immaginare strumenti di questo tipo.

Io invece credo che noi dovremmo investire anche su altri strumenti che guardino alle giovani

generazioni altamente scolarizzate. Stiamo lavorando ad un progetto che si chiama Welcome

Talenti che ha proprio lo scopo di lavorare sulle fasce alte, in ragione del fatto che abbiamo scoperto

come gran parte dei talenti italiani che sono all’estero (in questo momento vengono stimati circa due

milioni di giovani italiani che lavorano all’estero) sono partiti da Milano, pur non essendo milanesi.

Ciò dimostra come Milano rappresenti una piattaforma di transito, in quanto qui i ragazzi vengono

a studiare o a lavorare e poi da Milano vanno via. Vorremmo provare a far diventare la città anche

una piattaforma di rientro. Altri progetti riguardano spazi di coworking o strumenti nuovi,

promozionali di lavoro per categorie differenti rispetto a quelle deboli.

Proprio perché l’intervento pubblico può decidere, fare la differenza sulla tendenza della

disuguaglianza o della povertà, è necessario intervenire arricchendo il catalogo delle politiche

possibili, anche a livello locale.

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