Ripercussioni psicologiche dell’esclusione sociale nei migranti richiedenti asilo e rifugiati

uomo disperato

Lo studio di Marco Marinucci realizzato grazie ai fondi di ricerca Roberto Franceschi mostra come la segregazione all’interno del gruppo dei migranti rischia di esacerbare il loro senso di isolamento e di inaccessibilità alla società più allargata, instillando un senso di impotente rassegnazione di fronte alla loro condizione di esclusione

Il progetto di cui parla questo articolo è stato finanziato con i fondi di ricerca Roberto Franceschi per laureandi magistrali e dottorandi. Il nuovo bando di assegnazione dei fondi di ricerca è disponibile a questa pagina e scade il 15 dicembre 2021.
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L’esclusione sociale nei migranti richiedenti asilo e rifugiati: come le connessioni sociali con la popolazione locale e gli altri migranti possono influenzarne le ripercussioni psicologiche

In una calda giornata di agosto di qualche anno fa incontrai R. R. era accampato lungo la strada che portava fuori dal mio paese natale verso il mare, tutti i giorni avvolto in una coperta e steso su un materasso di fortuna. Un giorno mi sono avvicinato, chiedendogli come stesse. L’unica cosa che riuscii a capire fu che parlava solo in Urdu, e che probabilmente era un migrante finito chissà come in quella remota area di campagna. Quando tornai a dicembre era ancora lì: aveva già vissuto quattro mesi isolato, incapace di parlare con nessun altro e probabilmente costantemente vittima dell’indifferenza dei rari locali che passavano di là.

L’esclusione sociale: come si manifesta e cosa comporta per chi ne è vittima

La storia di R. aiuta a comprendere cosa sia l’esclusione sociale e come possa affliggere nella vita di tutti i giorni persone che appartengono a categorie sociali marginalizzate come migranti e persone senza dimora. La psicologia sociale definisce l’esclusione sociale come l’esperienza di essere tenuti da parte fisicamente (es., attraverso l’isolamento) o emotivamente (essendo ignorati o vittime di un rifiuto esplicito).

La letteratura scientifica ha identificato due macrocategorie di eventi per cui una persona può essere socialmente esclusa: quelli basati su rifiuto e quelli che si fondano sull’ostracismo. Nel caso del rifiuto, la persona percepisce di essere svalutata e di non essere voluta, e tra questi fenomeni figurano l’essere chiamati con un linguaggio deumanizzante (es., insulti razzisti), l’essere vittima di discriminazioni o di micro-aggressioni, ovvero commenti quotidiani, brevi e sottili che implicitamente degradano la persona sulla base del suo gruppo di appartenenza (es., mostrare stupore di fronte ad una persona nera per la sua istruzione universitaria). Nel caso dell’ostracismo la persona percepisce di essere ignorata. Esempi sono situazioni come non ricevere risposta in un dialogo, partecipare in una conversazione in cui gli altri parlano in una lingua non conosciuta o non essere invitati ad eventi di gruppo.

Nonostante la varietà di eventi per cui l’esclusione sociale può manifestarsi, le sue vittime sviluppano simili conseguenze a livello fisico e psicologico. Gli studi scientifici hanno mostrato come l’esclusione sociale abbassi l’autostima e le proprie capacità cognitive, induca emozioni negative (es., rabbia e tristezza), sentimenti di inutilità e pensieri suicidari. A livello fisico, le persone vittime di esclusione sociale, soprattutto se in maniera prolungata nel tempo, sono più a rischio di soffrire di malattie cardiovascolari, respiratorie e di disturbi del sonno.

Uno dei modelli teorici in psicologia sociale che ha definito nel dettaglio le conseguenze psicologiche dell’esclusione e come queste si sviluppano nel tempo è il Modello Temporale della Minaccia ai Bisogni. Teorizzato nel 2009 da Kip Williams, professore di psicologia sociale presso l’Università di Purdue, il modello identifica tre fasi di risposta psicologica all’esclusione sociale.  Nella prima fase – la fase riflessiva – la persona si rende conto di essere vittima di esclusione e sperimenta dolore sociale ed emozioni negative e percepisce una minaccia a quattro bisogni fondamentali dell’essere umano strettamente connessi tra loro: il bisogno di appartenenza, di autostima, di controllo e di essere riconosciuti dagli altri. Secondo l’autore, l’esclusione minaccia il bisogno di appartenenza in quanto comporta una rottura delle relazioni e dei legami sociali con le persone che mettono in atto l’esclusione; minaccia l’autostima in quanto veicola alla vittima un messaggio di svalutazione da parte degli altri; minaccia il controllo poiché le persone possono in prima istanza solo subire in modo passivo l’esclusione, senza poter fare nulla per evitare che accada; infine, minaccia il bisogno di essere riconosciuti dagli altri in quanto essere esclusi implica essere dimenticati e invisibili agli occhi degli altri, come se non si esistesse. Nella seconda fase – la fase contemplativa – le persone valutano le caratteristiche dell’evento di esclusione (es., chi la mette in atto, quanto chi la agisce è importante), e cercano di ripristinare i bisogni minacciati mettendo in atto dei comportamenti prosociali (es., cercare di apparire più interessanti agli occhi degli altri), aggressivi (es., provocare per riottenere attenzioni), o di ritiro sociale (es., isolarsi per fronteggiare il dolore sociale). Infine, nell’ultima fase della rassegnazione, se l’esclusione sociale persiste nel tempo a lungo termine – ovvero diventa cronica – la persona sviluppa sentimenti di depressione, inutilità, alienazione e impotenza.

Mentre le fasi riflessiva e contemplativa sono state ampiamente studiate in letteratura, la fase della rassegnazione rimane principalmente un’ipotesi teorica, supportata da poche e preliminari evidenze empiriche. Questo poiché studiare le conseguenze a lungo termine della rassegnazione comporta sia ostacoli etici (non è eticamente ammissibile mantenere a lungo termine le persone in una condizione di esclusione sociale) che metodologici (ad oggi non esisto validi paradigmi di ricerca che possono indurre una condizione di esclusione social cronica). Tuttavia, una possibile modalità di ricerca consiste nello studiare l’esclusione sociale cronica in quelle persone che, per via della loro appartenenza a gruppi sociali marginalizzati, sono a rischio di essere vittime di esclusione quotidianamente e nel lungo periodo. Tra questi gruppi rientrano le persone in carcere, senza dimora e migranti.

L’esclusione sociale cronica nei migranti: cosa può influenzarne le conseguenze psicologiche?

L’esclusione sociale dei migranti è una problematica sociale che sta assumendo una sempre maggiore rilevanza e urgenza in luce dei costanti flussi migratori degli ultimi decenni verso i paesi occidentali. Basti pensare che a marzo 2021 il Professor Ulrich Wagner dall’Università tedesca di Marburgo ha inviato una lettera alle maggiori istituzioni politiche dell’Unione Europea chiedendo una revisione delle pratiche di accoglienza dei migranti ai confini dell’Europa. La lettera, firmata da oltre quattrocento ricercatori e professionisti delle scienze sociali da tutto il mondo, denunciava come le attuali politiche europee di rifiuto dei migranti costituiscano una “disumano disinteresse dei diritti dell’essere umano”, oltre che facilitare le ideologie estremiste e minacciare l’armonia sociale dell’Europa[1].

Nelle società occidentali l’esclusione sociale dei migranti avviene su molteplici piani. A livello politico, le restrizioni nei diritti civili impediscono ai richiedenti asilo e rifugiati di partecipare a pieno alla vita sociale e comunitaria. Su un piano socioeconomico, i migranti subiscono discriminazioni nei trattamenti economici, di inserimento lavorati e abitativo. Infine, a livello interpersonale, il pregiudizio delle comunità nazionali spesso sfocia in odio razziale e comportamenti aggressivi e deumanizzanti verso i migranti. Come risultato di questa esclusione pervasiva e persistente, i migranti possono sentirsi rifiutati e dispersi nel mondo, minacciati nei loro bisogni di appartenere ad una dimensione sociale, stabilità e sicurezza, con ripercussioni negative per la loro salute fisica e mentale. All’interno di questa condizione di vulnerabilità, i migranti possono sviluppare delle relazioni sociali con la popolazione nativa locale e con altri migranti in grado di aggravare o proteggere dall’impatto negativo dell’esclusione sociale. Diverse linee di ricerca da una prospettiva sociologica e della psicologia sociale sottolineano come le connessioni sociali con la comunità locale abbiano numerosi benefici in termini di integrazione sociale e benessere psicofisico dei migranti. Al contrario, i risultati sugli effetti delle relazioni con altri migranti sono contrastanti. Se da un lato, la ricerca ha mostrato come le relazioni tra migranti possano costituire una fonte di supporto psicologico e sociale, dall’altro alcuni studi enfatizzano come questi legami possano acuire il senso di isolamento e la percezione di esclusione sociale.

Il progetto di ricerca

Il progetto di ricerca che ho condotto grazie al finanziamento della Fondazione Roberto Franceschi Onlus aveva come duplice obiettivo quello di indagare 1) se l’esclusione sociale prolungata nel tempo favorisse l’insorgenza della rassegnazione nei migranti e 2) se le connessioni sociali con la popolazione locale e con altri migranti influenzassero lo sviluppo della rassegnazione.

Allo studio principale del progetto di ricerca hanno partecipato 112 migranti richiedenti asilo e rifugiati, uomini di età compresa tra 18 e 59 anni. La maggior parte delle persone (86.9%) proveniva dall’Africa Occidentale, da Stati quali la Nigeria, il Gambia, la Costa D’Avorio, il Mali, la Sierra Leone, il Ghana e il Senegal, una percentuale minore (9%) dal Pakistan e Bangladesh e la maggior parte di loro (87.5%) aveva raggiunto l’Italia attraversando il Mar Mediterraneo. Al momento della raccolta dei dati i partecipanti si trovavano in Italia da circa 15 mesi. Le caratteristiche del campione erano rappresentative dei dati nazionali che attestavano come il prototipo del migrante richiedente asilo fosse un uomo di circa 25 anni proveniente dall’Africa Occidentale che attraversava il Mar Mediterraneo da solo.

I dati sono stati raccolti nel 2019 attraverso l’uso di questionari e con il supporto di mediatori linguistico-culturali all’interno di Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS) in provincia di Milano e Monza-Brianza. Lo studio consisteva in una ricerca longitudinale in cui, oltre ad una prima fase raccolta dei questionari, i partecipanti hanno completato due ulteriori fasi dello studio a tre e sei mesi di distanza dalla prima.

Le analisi statistiche hanno messo in luce due ordini di risultati. Il primo riguardava lo sviluppo nel tempo della fase di rassegnazione: i dati hanno mostrato che i partecipanti che si sentivano maggiormente esclusi nella prima fase di raccolta dati mostravano livelli più elevati di rassegnazione dopo sei mesi[2]. I risultati hanno quindi supportato l’ipotesi teorica che le persone vittime di esclusione sociale persistente nel tempo sono a rischio di sviluppare sentimenti cronici di depressione, alienazione sociale, inutilità e impotenza.

Ulteriori analisi, attualmente sottoposte a verifica peer-review dalla comunità scientifica, si sono focalizzate sul ruolo delle connessioni sociali con gli italiani e altri migranti nell’influenzare lo sviluppo della rassegnazione. I risultati hanno messo in luce come l’effetto negativo dell’esclusione sociale sullo sviluppo della rassegnazione era più grave per i migranti che avevano sviluppato connessioni più frequenti e intime con altri migranti nell’arco dei sei mesi. In altre parole, le connessioni sociali con altri migranti costituivano un fattore di rischio che aggravava le ripercussioni negative dell’esclusione sociale per la salute mentale dei migranti richiedenti asilo e rifugiati. Al contrario, l’esclusione sociale prediceva minore rassegnazione per i migranti che avevano sviluppato maggiori connessioni con gli italiani. Le connessioni sociali con gli italiani si sono rivelati un fattore protettivo e resiliente che contribuiva al benessere psicologico a lungo termine dei migranti esposti ad episodi di esclusione sociale.

Lo studio principale ha confermato e replicato dei risultati preliminari che avevamo osservato a livello correlazionale su dei dati europei provenienti da un progetto di ricerca sui fattori di integrazione e sviluppo di studenti europei con diversi background migratori (https://www.cils4.eu/). Le analisi condotte sui dati provenienti da 2206 studenti di 14-15 anni, migranti di prima generazione in Germania, Paesi Bassi, Svezia e Regno Unito avevano infatti mostrato come per gli studenti migranti che avevano relazioni più frequenti con la popolazione locale, l’esclusione sociale da parte dei loro compagni di classe era associata a conseguenze più lievi per il loro benessere psicologico, mentre in coloro con maggiori connessioni con altri studenti migranti le conseguenze psicologiche dell’esclusione erano più gravi[3].

Conclusioni

I risultati della ricerca hanno mostrato quali sono le ripercussioni psicologiche a lungo termine dell’esclusione sociale per i migranti e come, mentre le connessioni sociali con la comunità locale svolgono una funzione protettiva dall’impatto dell’esclusione, le relazioni con gli altri migranti ne costituiscono un fattore di rischio. Va però specificato che le connessioni con gli altri migranti non sono dannose in assoluto (molte evidenze scientifiche ne sostengono il ruolo benefico per l’integrazione e il benessere dei migranti), ma in particolare per le conseguenze deleterie dell’esclusione sociale. La segregazione all’interno del gruppo dei migranti rischia di esacerbare il senso di isolamento e di inaccessibilità alla società più allargata, instillando un senso di impotente rassegnazione di fronte alla loro condizione di esclusione. Al contrario, l’inclusione nel gruppo della comunità locale ha il potere di promuovere il benessere psicologico dei migranti, favorendo un senso di appartenenza e accettazione da una realtà sociale in cui richiedenti asilo e rifugiati fronteggiano quotidianamente episodi di rifiuto e ostracismo.

[1] L’iniziale stesura della lettera è consultabile in inglese a questo link: https://thepsychologist.bps.org.uk/volume-34/march-2021/bring-end-inhuman-disregard

[2] Marinucci, M., & Riva, P. (2021). Surrendering to social emptiness: Chronic social exclusion longitudinally predicts resignation in asylum seekers. British Journal of Social Psychology, 60(2), 429-447. https://bpspsychub.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/bjso.12410

[3] Marinucci, M., & Riva, P. (2021). How intergroup social connections shape immigrants’ responses to social exclusion. Group Processes & Intergroup Relations24(3), 411-435. https://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/1368430219894620

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