Per un’etica della responsabilità: una ricerca intersezionale sulle donne recluse in Italia

Essere donna all’interno delle carceri è una reclusione nella reclusione. Ricerche come quella di Giulia Di Donato contribuiscono a far luce su una piaga del nostro sistema penale, che faticosamente prova a prendersi cura delle persone che ha momentaneamente in custodia

Il progetto di cui parla questo articolo è stato finanziato con i Fondi di ricerca Roberto Franceschi per laureandi magistrali e dottorandi.
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Finanziata grazie al contributo del Fondo di ricerca vinto nel gennaio 2024, la tesi Per un’etica della responsabilità: una ricerca intersezionale sulle donne recluse in Italia aveva l’ambizioso obiettivo di mappare la condizione delle donne detenute in Italia tramite una ricerca sul campo in quindici istituti penitenziari italiani.

Come si vive nelle carceri italiane da donne? C’è differenza tra un istituto penitenziario e l’altro? E come funziona la divisione con le persone detenute di sesso maschile? Per rispondere a queste domande è necessario prima capire dove e quando nasce la detenzione femminile; la tesi, infatti, dedica una prima sezione puramente storiografica alla nascita del fenomeno deviante femminile: dalla caccia alle streghe all’internamento manicomiale, si ripercorrono le tappe che hanno portato alla costruzione del primo modello di detenzione femminile nei primi decenni dell’Ottocento piemontese. Soffermarsi su questi dettagli aiuta a capire anche – come risuona dagli studi di Michel Foucault sul potere e Judith Butler sulla costruzione del genere – che le modalità di incarcerazione, sorveglianza e gestione delle soggettività non siano mai neutre e che, anzi, plasmino nel profondo anche quanto accade oggi all’interno delle mura detentive.
Per esigenze amministrative la ricerca sul campo ha visto coinvolti solo quattro istituti, distribuiti al nord, centro-nord, centro-sud e sud Italia, per accogliere quanto più possibile un criterio di equa distribuzione geografica; di questi quattro istituti, solo uno è interamente femminile. In ogni istituto, anche grazie al prezioso supporto dei Dirigenti, degli operatori e del personale di polizia penitenziaria, è stato possibile sottoporre un questionario anonimo e approfondirne taluni aspetti mediante un’intervista. Complessivamente sono cinquanta le persone che hanno scelto di prendere parte alla ricerca, di cui tutte hanno compilato il questionario anonimo, mentre solo quarantuno hanno scelto di procedere con un’intervista. Grazie ai dati e alle testimonianze raccolte è stato possibile ricostruire un quadro (sebbene parziale) su come si vive nelle carceri italiane da donne, partendo proprio dalle esperienze di vita e dal punto di vista di chi vive la detenzione.

1. Attività trattamentali (lavoro, scuola, corsi)
Dal materiale raccolto è emerso che in media le donne partecipano molto meno rispetto agli uomini alle cosiddette attività trattamentali – perché? Per via del numero esiguo di presenze – le donne infatti rappresentano solo circa il 4% della popolazione detenuta – l’amministrazione penitenziaria tende a riservare loro meno attività, sebbene questo divario non si riscontri in maniera netta per quel che concerne l’attività lavorativa. Mentre si riscontra una maggiore dispersione scolastica tra le sezioni femminili, dove molto spesso non vengono erogati corsi ufficiali per il conseguimento della licenza media o superiore, al contrario si rileva un alto tasso occupazionale tra le donne, che lavorano tra le dipendenze dell’amministrazione penitenziaria e aziende esterne. In sede d’intervista è emerso che la maggior parte delle donne sentono il peso di dover contribuire economicamente alle spese familiari anche da dentro le carceri: il lavoro dunque non si configura solo come uno strumento per contribuire alla propria indipendenza o altresì come una fonte di distrazione, bensì si delinea spesso come una forma di responsabilità e dovere nei confronti degli affetti. Per quel che concerne i corsi, invece, i dati si allineano a quanto emerso per la scuola: sono pochi e, in generale, sono nettamente meno rispetto a quelli offerti nelle sezioni maschili. In aggiunta si vuole sottolineare come i corsi offerti nelle sezioni femminili e al maschili siano tendenzialmente suddivisi per un presunto interesse di genere: è molto frequente infatti trovare corsi di ginnastica dolce, sartoria, trucco e disegno nelle sezioni femminili e molto raro trovarle in quelle maschili.

2. Gli spazi
Durante la ricerca su campo si è riscontrata una sofferenza generalizzata sulla tematica degli spazi. Sebbene l’Italia sia stata condannata dalla CEDU per condizioni umane e degradanti delle carceri (v. Sentenza Torreggiani) e, in generale, anche le sezioni maschili non brulichino di spazi, si può certamente affermare che gli spazi concessi alle persone delle sezioni femminili in alcuni gravemente insufficienti. Continue sono stati i riferimenti al carcere maschile in termini di mancanze: la presenza di cucine, spazi per le ore d’aria, sale colloqui, palestre funzionanti, sale per la socialità e biblioteche più grandi e fornite – questi sono solo alcuni degli esempi che il campione ha restituito nel questionario e nelle interviste. Ci si chiede: può davvero una percentuale più bassa di presenze giustificare gravi lacune? E se il personale deve lavorare con strutture fatiscenti e poche risorse economiche, come può davvero prendersi cura delle persone che ha in custodia?

3. La qualità della vita
Se si pensa alle carceri italiane non ci si immagina un soggiorno particolarmente confortevole – anche se, è chiaro a tutte le persone che attraversano gli spazi detentivi, tra confortevole e degradante vi sono diversi gradi di separazione. Durante la ricerca è emerso un altissimo grado di frustrazione, sia per le condizioni di vita in sé che per i continui confronti con la qualità di vita offerta nelle sezioni maschili degli stessi istituti. Sembra ci sia una scarsa attenzione verso la specificità delle donne: questo lo dimostra sia l’esperienza sul campo che l’amministrazione penitenziaria stessa, che ha emanato delle linee guida sulla peculiarità detentiva delle sezioni femminili solo a quarant’anni dalla promulgazione dell’Ordinamento Penitenziario. Tra queste specificità, per esempio, rientrano anche alcune tipologie di visite mediche, una diversa prevenzione e una diversa malattia, il reperimento di prodotti di igiene personale come detergenti specifici o assorbenti – tutte tematiche di cui l’Amministrazione sembrava non essersi mai preoccupata prima, lasciando largo respiro alla discrezionalità dei dirigenti penitenziari dei singoli istituti.
Sulla salute si è discusso a lungo durante le interviste, nelle quali il campione ha restituito un quadro discordante: all’interno dello stesso istituto alcune persone si sentivano ben seguite, mentre altre lamentavano attese di anni per visite specialistiche urgenti. Non è stato possibile, in questo unico caso, restituire nella tesi un quadro pressocché omogeneo.

In generale, dunque, essere donna all’interno delle carceri è una reclusione nella reclusione. Ricerche come questa, se adeguatamente diffuse e condivise con la comunità, potrebbero contribuire a far luce su una piaga del nostro sistema penale, che faticosamente prova a prendersi cura delle persone che ha momentaneamente in custodia.

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