Lydia Franceschi: non dimentichiamo le vittime di Piazza Fontana e Pinelli

Lydia Franceschi, Piazza Fontana e lapide Pinelli

Dal nostro archivio storico, alcuni interventi di Lydia Franceschi sul dovere di mantenere la memoria delle vittime della strage di Piazza Fontana e di Giuseppe Pinelli

11 dicembre 1974 – Assemblea alla Statale di Milano con Pietro Valpreda

12 dicembre 1969, dieci giorni a Natale, sabato pomeriggio, folla nei negozi alla ricerca di regali ecc.

Scoppia una bomba…..12 morti, decine di feriti; Milano è attonita, sgomenta, non riesce a far sentire la sua voce perché come svuotata. Chi sono questi morti? Perché queste persone si trovavano in Piazza Fontana? Forse manifestavano contro qualche provvedimento o per qualche anniversario? Oppure erano convenuti in piazza con l’idea di sovvertire l’ordine precostituito? Niente di tutto questo, erano cittadini alieni da qualsiasi problema di carattere politico-economico (…). Per questo la gente era sgomenta, perché non capiva la motivazione politica di questi morti che assumevano così un volto anonimo. La spiegazione ci fu data, alla televisione, da parte del signor Mariano Rumor, ministro allora in carica e tutt’ora in carica, le bombe erano state collocate da elementi di sinistra che volevano sovvertire l’ordine usando l’arma della strage.

La sera stessa gli studenti democratici denunciano pubblicamente la provenienza fascista delle bombe e la politica che la D.C. persegue per arrivare a stroncare qualsiasi movimento di lotta della classe operaia e degli studenti. Tale denuncia si è rivelata a distanza di anni vera e corretta. Mentre gli studenti denunciavano questa verità, sotto l’incalzare dell’opinione pubblica che chiedeva i nomi dei responsabili, coloro che ci governano pensarono di iniziare la caccia alle streghe.

Notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969 assassinio di Giuseppe Pinelli, la ricostruzione dei fatti dopo 5 anni è ancora un sogno democratico? Giuseppe Pinelli era un uomo onesto, lavoratore stimato, amante della vita e della famiglia, ma aveva, per il sistema, un grosso difetto: era anarchico.

Morto Pinelli era necessario un nuovo caprio espiatorio ed  ecco Valpreda a cui ancora oggi non sono stati riconosciuti quei diritti civili sanciti dalla nostra stessa Costituzione.

12 dicembre 1970 muore, durante la manifestazione, Saverio Saltarelli a causa di un candelotto lacrimogeno, a 4 anni di distanza l’istruttoria per la sua morte non è ancora formalizzata e la gente, dimenticando un poco, attende con fatalismo che si faccia luce sulle responsabilità della polizia.

12 dicembre 1972… i ricordi si fanno personali. A Roberto che usciva per andare alla manifestazione dissi: “Roby è proprio necessario che tu vada, ripensando a Saltarelli ho paura, in fondo sono solo una mamma… “Lui mi guardò, mi passò la mano sui capelli e mi rispose: “Mamma per ognuno che cade mille sorgano. Se non andassi sarei un vigliacco.” (…) E mentre apriva la porta continuai: “ma vuoi capire che se ti accadesse qualcosa la mia vita sarebbe finita, io morrei con te”. E lui dandomi un bacio: “Mamma se mi dovesse succedere qualcosa prenderai il mio posto. “ e scese  in fretta le scale non so se perché era tardi o perché era commosso.

11 dicembre 1974. Sono qui in questa aula perché è Roberto che vuole che io prenda fisicamente il suo posto. Non ho la sua preparazione, non ho la sua militanza, non ho la sua intelligenza, ho solo questo testamento che mi costringe a parlarvi per dirvi: compagni, amici democratici non dimentichiamo i morti anonimi che come quelli di Piazza Fontana, dell’Italicus e di Savona sono le vittime più tristi di questa subdola dittatura fascista, perché la loro morte non è stata determinata da ideali o da lotta di classe, ma soprattutto non dimentichiamo quelli che sono morti perché militanti per il socialismo e la democrazia. (…)

Per tutte queste ragioni io, domani, compagni, amici democratici, sarò con voi, con Voi se la polizia vorrà caricare, con voi se i fascisti vorranno collocare bombe.

12 dicembre 1975

Facciamo parte di quel movimento democratico popolare che sin dalla sera del 12 dicembre 1969 ha dimostrato ed ha testimoniato qual era la sua coscienza, la sua consapevolezza sulla matrice politico-organizzativa della strage di Piazza Fontana. Siamo coloro che non hanno mai creduto alla volontà politica di fare piena luce su questa strage di Stato e i fatti ci hanno, purtroppo, dato ragione. Oggi constatiamo che non è stata fatta luce per niente, è stata fatta solo una piccola parte di luce, quel tanto che conviene ai poteri costituiti.

Lo Stato e le istituzioni, nel loro complesso, rappresentano il potere, la giustizia è quindi una giustizia di potere, è una giustizia di classe, tutto quello che la magistratura esprime e produce non è che una manifestazione di questo potere. È la giustizia dei padroni, funzionale al potere che non è certamente nelle mani delle classi sfruttate.

(…)

Vorrei esprimere due desideri ai compagni e agli amici democratici antifascisti. Un desiderio è molto semplice e facilmente realizzabili: ponete una lapide accanto a quella delle vittime del 12 dicembre 1969 in cui si ricordi l’assassinio di Giuseppe Pinelli e Saverio Saltarelli perché la loro morte è legata alla storia di questa piazza. È un omaggio doveroso da parte di una città che è espressione di democrazia e di antifascismo non celebrativo ma coerente e militante. Il secondo desiderio è quello di riproporre la protesta tante volte espressa dalla classe operai, dagli studenti, dai braccianti, da tutti i cittadini antifascisti su queste morti e sulle loro istruttorie. Ma oltre a riproporre la protesta dobbiamo confermare, dalla riflessione di tutti questi fatti, che ci toccano da vicino, l’impegno di vigilanza contro ogni forma di stanchezza verso questo importante problema che è la distorsione dei fatti, o della loro interpretazione secondo schemi della classe politica militante. Siamo questa sera in questa piazza e in questo anniversario di strage di Stato per  chiedere che si faccia luce sugli esecutori, sui mandanti, sui finanziatori, sui conniventi più o meno silenziosi di queste tragiche morti. Dobbiamo batterci perché i processi siano celebrati nel più breve tempo possibile con i loro giudici naturali. Dobbiamo trasformare ogni processo in un momento di verità, di crescita politica, di crescita umana, di denuncia a tutta l’opinione italiana e non italiana delle repressioni alle quali siamo soggetti.

1989 – Sulla lapide di Giuseppe Pinelli

Quando lessi che si voleva rimuovere la lapide, posta 10 anni or sono in p.zza Fontana in memoria di Giuseppe Pinelli, ho provato la stessa sensazione che si prova quando un ladro ci sottrae oggetti che ricordano momenti significativi della nostra vita. (…) Quella lapide fu posta in quella aiuola davanti alla Banca dell’Agricoltura per affermare, innanzi tutto, che Pinelli appartiene con gli altri 17 morti a quella pagina oscura della nostra storia che va sotto il nome di strage di p.zza Fontana; in secondo luogo perché il ricordo della sua strana morte, nella quale nessuno  ha mai creduto, servisse da monito a non ripetere fatti analoghi, ed inoltre  per esprimere sentimenti di solidarietà ad un anarchico innocente e a tutti quegli anarchici che in quel periodo furono additati al disprezzo e all’odio di una larga parte del paese pur essendo estranei a quelle trame che vollero la strage del 12 dicembre e tutte le altre stragi degli anni successivi.

Sulla lapide è stata incisa la scritta: “A Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, ucciso innocente nei locali della questura di Milano” affinché le  nuove generazioni non avessero a dimenticare una pagina di storia cittadina che probabilmente non sarà mai scritta nei testi di storia in uso alle scuole del nostro paese.

(…)

Oggi siamo bombardati, frastornati da notizie, da mode, da pubblicità, da avvenimenti sempre più incalzanti che ci vengono presentati sotto mille aspetti diversi sino ad ubriacarci di parole, d’immagini, di  messaggi più o meno strani, tanto che la nostra mente accantona i problemi irrisolti per tuffarsi, come travolta, nella girandola delle proposte più recenti. La riflessione, la perseveranza del ricordo sembrano patrimonio di tempi remoti. Ed è su questa disattenzione, su questo disinteresse, provocato spesso anche ad arte, che il vero potere economico e politico gioca la sua carta.

Ed è attraverso queste scorribande di frenesia quotidiana che avviene la spogliazione dalle nostre memorie storiche, mentre il sentimento della solidarietà umana e politica si estingue nell’attuale esasperato individualismo sino ad arrivare alla cancellazione dell’immenso patrimonio popolare che si trasforma così in oblio.

Ma se questo patrimonio di lotte e di sangue sentiamo che ci appartiene, difendiamolo nella quotidianità anche contro la nostra stessa memoria che spesso tende a rimuovere i ricordi dei giorni bui, delle lacrime, del terrore, delle ingiustizie sociali e politiche. Questi morti non sono solo dei ricordi a scadenza fissa o rituali senza pregnanza politica, essi rappresentano momenti vitali della nostra storia e della storia del paese e da loro possiamo ancora attingere tanta forza per lottare per quegli ideali che si chiamano: fratellanza, pace e libertà.

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