L’articolo si propone di delineare una genealogia del discorso sulle foibe e sull’esodo così come, a partire dagli anni ’90, si è imposto nella narrazione pubblica e istituzionale italiana.
Abbiamo sviluppato una tecnica della narrazione storica. Anziché dimenticare la Shoah, per esempio, la ricordiamo ossessivamente e ritualmente. Ma oscuriamo le procedure e il quadro mentale che l’ha resa possibile, relegando gli orrori nell’inumanità della «barbarie». Siamo sempre vittime, mai perpetratori
Colm Tóibín non è un archeologo, tantomeno è un filologo. È un artista: maestro nel catturare lo spirito e la lingua del suo eroe, prima Henry James e ora Thomas Mann; capace di un mimetismo cauto, ironico, mai ingerente
Sibilo, ronzio, brontolio, sussurro, tuono, strepito, e molto altro: così hanno descritto il rumore che precedette il sisma in Friuli nel 1976. In un romanzo selezionato per il Premio Strega Europeo la tedesca Esther Kinsky lo chiama «Rombo»
6 maggio 1976: un terremoto di magnitudo 6,5 della scala Richter colpisce il Friuli, provocando 1000 morti. 7 abitanti di una valle remota ricordano la paura che li ha travolti e i segnali che hanno preceduto il sisma
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