Voglio parlare della pace
Il discorso che Grossman ha tenuto in occasione del conferimento de "Il premio della pace" dell'Associazione degli editori e dei librai tedeschi alla Fiera del libro di Francoforte
Quando ho cominciato a scrivere A un cerbiatto somiglia il mio amore
sapevo di voler raccontare la storia di Israele che da più di cento anni –
ancor prima che diventasse una nazione – si trova in uno stato di guerra. E
sapevo che l'avrei raccontata attraverso la storia privata, intima, di una
famiglia.
Sarete forse d'accordo con me che il vero grande dramma dell'umanità è quello
della famiglia. E ognuno di noi è un personaggio di questo dramma in quanto in
una famiglia è nato. Ai miei occhi i momenti più significativi della storia non
sono avvenuti sui campi di battaglia, in sale di palazzi o di parlamenti bensì
in cucine, in camere da letto matrimoniali o in quelle dei bambini.
In A un cerbiatto somiglia il mio amore ho cercato di mostrare come il
conflitto mediorientale proietti sé stesso, la sua brutalità, sulla fragile e
delicata sfera familiare e come, inevitabilmente, ne modifichi il tessuto.
Ho cercato di descrivere la lotta che persone intrappolate in questo conflitto,
o in un qualunque scontro violento e protratto, devono sostenere.
È la lotta per mantenere il sottile e complesso intreccio dei rapporti umani e
sentimenti di tenerezza, di sensibilità, di compassione, in una situazione di
durezza e di indifferenza nella quale il volto del singolo viene cancellato. A
volte paragono il tentativo di preservare questi sentimenti nel pieno di una
guerra a quello di camminare con una candela in mano durante una violenta
tempesta. Concedetemi ora di condurvi, con una candela in mano, in mezzo a
questa violenta tempesta.
Se mi chiedeste cosa mi auguro per il conflitto israelo-palestinese la mia
risposta, ovviamente, sarebbe che finisse al più presto, si risolvesse e
regnasse la pace. Ma forse allora insistereste a chiedere: «E se le ostilità
dovessero andare avanti ancora a lungo, quale sarebbe il tuo più grande
desiderio?». Dopo aver provato una punta di dolore per questa domanda
risponderei che in quel caso vorrei imparare a essere il più possibile esposto
alle atrocità e alle ingiustizie, grandi e piccole, che il conflitto crea e ci
presenta ogni giorno, e non chiudermi in me stesso o cercare di proteggermi.
Per me essere uomo in uno scontro tanto prolungato significa soprattutto
osservare, tenere gli occhi aperti, sempre, per quanto io riesca (e non sempre
ci riesco, non sempre ho la forza di farlo). Però so di dovere almeno
insistere, per sapere ciò che succede, cosa viene fatto a nome mio, a quali
cose collaboro malgrado io le disapprovi nella maniera più assoluta. So di
dovere osservare gli eventi per reagire, per dire a me stesso e agli altri ciò
che provo. Chiamare quegli eventi con parole e nomi miei, senza farmi tentare
da definizioni e da termini che il governo, l'esercito, le mie paure, o persino
il nemico, cercano di dettarmi.
E vorrei ricordare – e spesso è questa la cosa più difficile – che anche chi mi
sta di fronte, il nemico che mi odia e vede in me una minaccia alla sua
esistenza, è un essere umano con una famiglia, dei figli, un proprio concetto
di giustizia, speranze, disperazioni, paure e limitatezze.
Signore e signori, oggi mi conferite questo prestigioso "Premio della
pace", e della pace voglio parlare. È indispensabile parlarne, insistere a
parlarne, soprattutto in una realtà come la nostra. È importante praticare una
rianimazione costante e intensa alla coscienza terrorizzata e paralizzata di
israeliani e palestinesi per i quali la parola "pace" è quasi
sinonimo di illusione, di miraggio, se non addirittura di trappola di morte.
Dopo cento anni di guerre e decenni di occupazione e di terrorismo la maggior
parte degli israeliani e dei palestinesi non crede infatti più nella
possibilità di una vera pace. Non osa nemmeno immaginare una situazione di
pace. È ormai rassegnata al fatto di essere probabilmente costretta a vivere in
una spirale infinita di violenza e di morte. Ma chi non crede nella possibilità
della pace è già sconfitto, si è autocondannato a una guerra continua. Talvolta
occorre ricordare – e di certo su questo autorevole palcoscenico – ciò che è
ovvio: le due parti, israeliani e palestinesi, hanno il diritto di vivere in
pace, liberi da occupazioni, dal terrorismo, dall'odio; di vivere con dignità,
sia a livello del singolo che come popoli indipendenti in un loro stato
sovrano, di guarire dalle ferite provocate da un secolo di guerre. E non solo
entrambe le parti hanno questo diritto, hanno anche un estremo bisogno della
pace, un bisogno vitale.
Non posso parlare di cosa si aspettino i palestinesi dalla pace. Non ho il
diritto di fare i loro sogni. Posso solo augurare loro, dal profondo del cuore,
che conoscano al più presto un'esistenza di libertà e di sovranità dopo anni di
schiavitù e di occupazione sotto turchi, inglesi, egiziani, giordani e
israeliani; che costruiscano la loro nazione, uno stato democratico, in cui
crescere i figli senza paura, godere di una vita normale, di pace, e di quanto
essa può offrire a qualunque essere umano. Posso però parlare dei miei desideri
e delle mie speranze di israeliano e di ebreo.
Ai miei occhi la parola "pace" non definisce soltanto una situazione
in cui finalmente la guerra, con tutte le sue paure, sarà finita e Israele
manterrà buoni rapporti con i suoi vicini. La vera pace, per Israele,
significherà un nuovo modo di essere nel mondo, la possibilità di guarire
lentamente da distorsioni causate da duemila anni di diaspora, di persecuzioni,
di antisemitismo e di demonizzazione. E forse, fra molti anni, se questa
fragile pace resisterà, se Israele rafforzerà le basi della propria esistenza e
potrà sfruttare appieno il suo grande potenziale umano, spirituale e culturale,
anche la sensazione di estraneità esistenziale, di isolamento, che l'uomo
ebreo, che il popolo ebreo, prova in mezzo ad altri popoli, svanirà.
Con la pace Israele avrà finalmente dei confini, cosa non da poco, soprattutto
per un popolo che per gran parte della sua storia è stato disperso in altre
nazioni e molte sue tragedie sono derivate proprio da questo. Pensate: ormai da
62 anni Israele non ha confini definitivi. Le sue frontiere sono instabili,
vengono modificate, allargate o ristrette, a ogni decennio. Nel nostro mondo
chi non possiede dei confini chiari è paragonabile a chi vive in una casa i cui
muri ondeggiano e la terra trema costantemente sotto i suoi piedi. A chi non
possiede una vera casa.
Nonostante la sua grande forza militare Israele non è ancora riuscito a
infondere nei suoi cittadini il senso di naturale serenità di chi si trova al
sicuro nel proprio paese. Non è riuscito – ed è questa la cosa tragica – a
guarire gli ebrei da un'amara sensazione di fondo: il disagio di chi non si
sente quasi mai a casa nel mondo. E dopo tutto Israele è stato creato per
essere rifugio degli ebrei e del popolo ebreo. Era questo il sogno che ha
portato alla sua creazione. Ma fintanto che non ci saranno la pace, dei confini
definitivi e concordati e un vero senso di sicurezza noi israeliani non avremo
la casa di cui siamo degni e di cui abbiamo bisogno. Non ci sentiremo a casa
nel mondo.
Di sicuro ve ne rendete conto: certe parole, pronunciate da un ebreo israeliano
in Germania, hanno una cassa di risonanza come in nessun'altra parte del mondo.
Ciò di cui parlo, i termini che uso, i palpiti della memoria che questi
risvegliano, provengono dalla ferita della Shoà e a essa fanno ritorno. Molto
di quanto avviene in Israele, sia in ambito privato (nei rapporti di un uomo
con sé stesso, con la sua famiglia, con i suoi amici), sia in quello pubblico,
politico e militare, intrattiene un discorso complesso con la Shoà, con il modo in cui
questa ha forgiato la coscienza ebraica e israeliana. Anche le cose che dico
qui, nella Paulskirche, sede del primo parlamento tedesco democraticamente
eletto nel 1848, le mie parole, come un colombo viaggiatore della Shoà, tornano
sempre "laggiù", a quei giorni.
Ma al tempo stesso, e senza fare paragoni inaccettabili tra situazioni storiche
completamente diverse, io rammento a me stesso che qui, in Germania, si può
anche vedere come un popolo è in grado di risollevarsi non solo dalla
distruzione fisica ma dal superamento di ogni limite e freno, dallo
sgretolamento di ogni senso di umanità, e di impegnarsi a rispettare i valori
dell'etica e della democrazia e di educare i giovani all'idea della pace.
Ma torniamo alla realtà del Medio Oriente: solo la pace potrà curare Israele
dalla profonda paura che palpita nei cuori dei suoi cittadini riguardo al futuro
del loro paese e dei loro figli. Credo che non ci sia al mondo un altro
stato che viva una tale angoscia esistenziale. Quando leggete sul giornale che la Germania ha grandi
progetti per il 2030 la cosa vi sembra logica e naturale, ma nessun israeliano
farebbe progetti così a lungo termine. Quando penso a Israele nel 2030 provo
una stretta al cuore, come se avessi profanato un qualche tabù concedendomi di
immaginare un futuro tanto lontan....
Solo la pace darà a Israele una casa, un domani, generazioni future. E solo la
pace permetterà a noi israeliani di vivere una situazione, o sensazione, mai
provata prima: quella di un'esistenza stabile.
Chi è stato esiliato, deportato, perseguitato, cacciato ripetutamente per gran
parte della sua storia, chi ha errato sospeso tra la vita e la morte per
migliaia di anni, può solo aspirare a un'esistenza stabile e sicura nella
propria patria. Aspirare a sentirsi un popolo radicato nella propria terra, con
confini protetti e riconosciuti dalla comunità internazionale, accettato dai
vicini, in buoni rapporti con loro e integrato nel tessuto delle loro vite, con
un futuro davanti e finalmente a casa nel mondo.
Eccomi qui a parlarvi della pace. È strano. Io che non mai conosciuto un solo
istante di vera pace in vita mia, vengo a parlarne a voi? Eppure ritengo che
proprio ciò che so della guerra mi dia il diritto di farlo.
Già da molti anni la mia vita, i miei libri, si dipanano in un questo miscuglio
di guerra, di paura delle sue conseguenze, di ansia per Israele e per i miei
cari che ci vivono, di lotta per il diritto ad avere una vita privata, intima,
non eroica, in una situazione spesso monopolizzata dal conflitto, dalla
tempesta, dalla candela.
E quanto più conosco profondamente la distruzione e la devastazione di una vita
in uno stato di guerra, più sento il bisogno di scrivere, di creare, come se
questo fosse un modo di rivendicare il mio diritto all'individualità, di dire
"io" anziché "noi".
La guerra, per sua natura, annulla le sfumature che rendono unico un individuo
e la meravigliosa peculiarità di ogni essere umano. E con la stessa violenza
rinnega anche la somiglianza fra gli esseri umani, le cose che ci
rendono uguali, il nostro comune destino.
La letteratura, non solo scrivere libri ma anche leggerli, è l'opposto di tutto
ciò. È la totale dedizione all'individuo, al suo diritto di essere tale e al
destino che condivide con l'intera umanità. La letteratura è lo stupefazione
per l'uomo, per la sua complessità, la sua ricchezza, le sue ombre.
Quando scrivo cerco di redimere con tutte le mie forze ogni personaggio dalla
morsa dell'estraneità, della banalità, degli stereotipi, dei cliché, dei
pregiudizi. Quando scrivo lotto, talvolta per anni, per cercare di capire ogni
aspetto di una figura umana, per essere lei.
C'è un che di tenero, quasi materno, nel modo in cui uno scrittore cerca di
percepire con tutti i suoi sensi i sentimenti e le emozioni del personaggio che
crea. C'è un che di vulnerabile e di sprovveduto nella sua disponibilità a
dedicarsi senza difese ai personaggi di cui scrive. È forse questo ciò che di
grande può offrire la letteratura a chi vive in uno stato di guerra, di
alienazione, di discriminazione, di povertà, di esilio, di sensazione che il
suo "io" venga continuamente calpestato: la capacità di restituirci
un volto umano.
Signore e signori, ho aperto questo discorso parlando di come ho cominciato a
scrivere A un cerbiatto somiglia il mio amore. Forse sapete che il
romanzo narra di un soldato israeliano che parte per la guerra e la madre, in
ansia per il figlio, fugge di casa perché un'eventuale brutta notizia non la
raggiunga.
Tre anni e tre mesi dopo avere cominciato a scrivere il libro è scoppiata la
seconda guerra del Libano in seguito a un improvviso attacco di Hezbollah a una
pattuglia israeliana in ricognizione entro i confini di Israele. La sera di
sabato 12 agosto 2006, poche ore prima del cessate il fuoco, mio figlio Uri è
stato ucciso insieme a suoi tre compagni, l'equipaggio di un carro armato, da
un razzo lanciato da Hezbollah.
Dirò solo questo: pensate a un ragazzo sulla soglia della vita, con tutte le
speranze, l'entusiasmo, la gioia di vivere, l'ingenuità, l'umorismo e i
desideri di un giovane uomo. Così era Uri e così erano migliaia di israeliani,
palestinesi, libanesi, siriani, giordani ed egiziani che hanno perso, e
continuano a perdere, la vita in questo conflitto.
Al termine della settimana del lutto ho ripreso a scrivere.
Quando a un uomo capita una tragedia una delle sensazioni più forti che prova è
quella di essere esiliato da tutto ciò in cui credeva, di cui era certo, dalla
storia di tutta la sua vita. All'improvviso niente è più scontato.
Per me, tornare a scrivere dopo la tragedia è stato un atto istintivo. Avevo la
sensazione che così facendo avrei potuto, in un certo senso, tornare
dall'esilio.
Ho ripreso a scrivere. Sono tornato alla storia che, stranamente, era uno dei
pochi luoghi della mia vita che ancora potevo capire. Mi sono seduto alla
scrivania e ho cominciato a riannodare i fili lacerati della trama. Dopo
qualche settimana ho sentito per la prima volta, con un certo stupore, il
piacere di scrivere. Mi sono ritrovato a cercare per ore una parola che
descrivesse con esattezza un preciso sentimento. Mi sono reso conto di non
potermi accontentare di un termine che non rispecchiasse fedelmente quel
sentimento. A tratti mi stupivo che qualcosa di tanto piccolo accentrasse a tal
punto la mia attenzione quando il mondo intorno a me era crollato. Ma non
appena trovavo la parola giusta avvertivo una soddisfazione che pensavo non
avrei più provato in vita mia: quella di fare qualcosa come si deve in un mondo
tanto caotico. Talvolta mi sentivo come chi, dopo un terremoto, esce dalle
macerie di casa, si guarda intorno, e comincia a impilare un mattone
sull'altro.
E mentre scrivevo a poco a poco riaffiorava in me il piacere di immaginare, di
inventare, lo stimolo del gioco e della scoperta che palpitano in ogni
creazione. Inventavo personaggi, soffiavo in loro la vita, il calore e la
fantasia che non credevo più ci fossero in me. Davo loro una realtà, una
quotidianità. Ritrovavo dentro di me il desiderio di toccare tutte le sfumature
di un sentimento, di una situazione, di un rapporto. E non temevo il dolore che
talvolta questo contatto provoca. Riscoprivo che scrivere è per me il miglior
modo di combattere l'arbitrarietà – qualsiasi arbitrarietà – e la sensazione di
essere una vittima impotente dinanzi a essa. E ho imparato che in certe
situazioni l'unica libertà che un uomo ha è quella di descrivere con parole sue
il proprio destino. Talvolta questo è un modo per non essere più una vittima.
E questo è vero sia per il singolo che per le comunità, i popoli. Mi auguro che
il mio paese, Israele, trovi la forza di riscrivere la sua storia. Di porsi in
maniera nuova e coraggiosa dinanzi al suo tragico passato e ricrearsi da esso.
Mi auguro che tutti noi troveremo la forza necessaria per distinguere i veri
pericoli dai potenti echi delle sciagure e delle tragedie che ci hanno colpito
in passato, per non essere più vittime dei nostri nemici o delle nostre angosce
e per arrivare, finalmente, a casa. Grazie e shalom
(Traduzione di Alessandra Shomroni)
la Repubblica
- 11/10/2010

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