Vince la dittatura del consumo. Scrittori travolti dal successo
Cultura, il nuovo oppio delle masse
Tra conformismo e viltà, dell’Italia d oggi si salva ben poco E questa la tesi
di Goffredo Fofi, il cui nuovo libro, Zone grigie (Donzelli, pagg. 224, € 16),
è un’analisi spietata della nostra contemporaneità, della cultura, della
società, della politica e in particolare della sinistra, cui Fofi stesso, da
sempre, appartiene sia pure rimanendo in posizioni volutamente marginali,
inventando gruppi e riviste (da Quaderni piacentini allo Straniero di oggi). E
una diagnosi pessimistica con pochissimi spiragli. «Il libro — dice Fofi — è la
constatazione della tendenza ad accettare tutto ciò per cui ci sarebbe da
scandalizzarsi, quel lieve e lento degrado verso la stupidità e il
conformismo». Eppure la sensibilità non manca e la gente da armi accorre alle
fiere e ai festival. Tutta roba da buttare? La risposta sta in un paragrafo in
cui si
parla cli cultura come «nuovo oppio dei popoli»: quel che vince è la dittatura
del consumo, che trasforma la massa in un insieme di aspiranti consumatori
(d’arte, di filosofia, di letteratura...).
Il libro, ammette Fofi, avrebbe potuto intitolarsi Odio di classe,
ma l’odio è un sentimento che non gli appartiene. Disprezzo sì: per quelli che
si assumono responsabilità pubbliche o morali per fare i propri interessi di
casta, per i ricchi che non si accontentano di appartenere al 10 per cento dei
fortunati nel mondo. In questa chiave, il nostro «leader massimo» diventa un
Massimo Boldi o un Christian De Sica, ma soprattutto diventano complici anche i
politici di sinistra: «D’Alema, Veltroni, Prodi, Bersani, tanto per fare i
nomi: hanno distrutto la società civile, le avanguardie del pacifismo,
delI’ambientalismo, del volontariato che vent’anni fa erano un’area enorme
cercando una base che poi hanno corrotto, svuotandola con sistemi di protezione
economica e di coinvolgimento. Dove sono finiti, a sinistra, i princìpi di
libertà, eguaglianza, fraternità, la forza del collettivo sulla prepotenza
della casta?». Che cosa sono le zone grigie? «Con diverse sfumature, nelle zone
grigie ci sono tutti quelli che vivono la loro vita passivamente, senza opporsi
a chi comanda, aderendo allo stato di cose vigente. In Italia si aggiunge una
sorta di superficialità cattolica che ci distingue da sempre, dunque la
rinuncia alle responsabilità diventa più vistosa che altrove».
Nelle zone grigie ci sono anche i «maledetti giornalisti»: «Non sono più
mediatori, rappresentanti e difensori dell’opinione pubblica, ma sono diventati
essi stessi opinione pubblica: un potere in sé. E difficilissimo, senza una
visione, far rinascere l’opinione pubblica e la società civile, due cardini
della democrazia». Se le cose stanno così, a chi spetta il cambiamento, lo slancio
per «uscire dall’apatia», come suggeriva lo storico E.P. Thompson? «Il
trentennio del sonno delle coscienze ha portato alla morte della sinistra: un
po’ tutti se ne sono lasciati irretire, anche i presunti oppositori. Se le cose
possono cambiare, è grazie alle minoranze di intervento e di rifiuto della
politica fatta in quel modo. Bisogna ridar vita a movimenti di disobbedienza
civile individuali o di gruppo. Il dislivello tra ricchi e società normale non
è mai stato così enorme, porterà a nuovi conflitti che verranno manipolati come
conflitti tra poveri». Servirebbe una buona dose di indignazione, come
suggerisce qualcuno,
a cominciare dai movimenti di protesta spagnoli? «Più che indignazione,
vergogna individuale. Bisogna però evitare di cadere nel meccanismo della
chiacchiera: al Salone di Torino ho sentito tanti buoni propositi, ma chi si
mette davvero in campo? Troppe persone si indignano per poi accettare tutto».
Dall’obbedienza generale si salva, sorprendentemente, la Chiesa, almeno in parte: «Nella
mia vita quotidiana, le uniche due sponde che offrono un minimo di ascolto
rispetto alla solidarietà sono una parte del sindacato e una parte della
Chiesa. Il resto non esiste. I politici di sinistra hanno fatto quel che fa un
governo borghese: l’unica preoccupazione è far quadrare i conti e non certo
difendere gli strati sociali più deboli». Eppure anni fa, Fofi aveva confidato
in qualche amministrazione cittadina che
mostrava un volto diverso: «Io non mi tiro mai indietro quando si tratta di
fare cose utili, ma se evolvono malamente lascio il campo. I vari Bassolino e
Orlando mi hanno illuso e fregato, di quelle esperienze è rimasta solo cenere e
fango. Avevano dato qualche speranza, ma alla fine ci hanno resi ancora più
scettici e cinici nei confronti della cosa pubblica».
Non mancano, nel libro, gli esempi di coerenza civile da cui idealmente
ripartire: da Aldo Capitini a Alex Langer, da don Milani alle vittime
dell’impegno, come don Diana. «Langer proponeva una possibilità di futuro
diverso, con la sua ossessione dei ponti tra lingue, tra etnie, tra classi
sociali e tra i sessi. Ivan Illich sarebbe da rileggere, è stato un grande
pensatore, ha scritto di salute, di automobile, di ecologia, di scuole, ma chi
se ne ricorda più?».
E non manca un principio guida, quello di Salvatorelli che univa «pensiero e
azione»: «Ci sarebbe bisogno di una virata morale molto forte, come
suggeriscono Giorgio Agamben e Roberta De Monticelli: una presa di responsabilità
del cittadino con una coerenza, al limite del religioso, tra il fare e il
predicare. Per fortuna ci sono ancora gruppi straordinari che però non hanno
voce e non si collegano tra loro facendo, tra virgolette, politica». Gli
intellettuali? Gli scrittori? Hanno ancora voce in capitolo?
«Alcuni hanno cominciato bene, poi sono stati travolti alla logica del
successo, della stupidità, del narcisismo. Potrei fare un sacco di nomi. Voglio
bene a Saviano, ma è stato fagocitato dal suo dan editoriale, potrebbe dire
ancora tantissimo, però si è lasciato condizionare troppo. A volte bisogna
imparare a star zitti. Baricco l’ho visto finire prigioniero del meccanismo del
successo: ma spero che lui e altri possano tornare a ragionare sulle proprie
potenzialità e sui propri limiti. Persino Yehoshua
e Rushdie, in forme non troppo diverse, sono rimasti vittime della stupidità».
Apocalisse o disperazione? «Non sono una persona disperata, sono un pessimista.
Vonnegut diceva che i maggiori ottimisti del Novecento erano Stalin e Hitler.
Il pessimismo è un buon motivo per agire, per dare motivi di speranza e di
lotta alle nuove generazioni. Per fortuna le minoranze si riproducono
continuamente e io conosco tanti giovani sconcertati e spaventati che hanno
voglia di assumersi delle responsabilità».

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