Uno sviluppo senza figli
Nuclei affettivi stabili generano nelle comunità cittadini in grado di rispondere alla domanda sociale ed industriale e capaci di produrre lavoro, mercato e ricchezza
Se si vuole giungere a sciogliere perlomeno uno dei nodi gravi e concreti della nostra vita contemporanea, bisogna riflettere sulla "questione demografica".
Una cosa sono i flussi migratori, altro gli spostamenti di massa delle persone e altro ancora la presenza di molte diverse culture nelle singole comunità. L' effetto unico è, tuttavia, quello che vediamo, vale a dire una compagine umana eterogenea, in cui i modi di vivere sono ibridi e instabili e in cui è difficile dare una legislazione stabile e duratura.
Una nota agenzia ecologica, Ecoage, ha presentato un curioso rapporto nel 2009 secondo cui "uno dei fattori determinanti dei problemi ambientali e sociali del nostro pianeta deriva per l' appunto dalla smodata crescita demografica". L' umanità, secondo l' agenzia, sarebbe passata dai 200 milioni di persone del I secolo d. C. ai 6,2 miliardi degli anni 2000, incontrando problemi nuovi di sopravvivenza nel tempo.
Noi non sappiamo chiaramente quale fosse il livello demografico reale di duemila anni fa, perché allora nessuno poteva fare il censimento del continente americano, non essendo ancora conosciuto, o di quello africano, totalmente estraneo alle osservazioni demoscopiche.
Dal 1960 al 2010 in Europa il numero è lievitato comunque da 605 milioni di unità a 733 milioni, mentre in Africa da 292 milioni a 1007. In qualche continente, insomma, si fanno molti figli, mentre in altri quasi per niente. Per correggere la distribuzione demografica ad alcuni Paesi è parso indispensabile invertire la tendenza in casa propria, comprimendo drasticamente la natalità.
La Cina ha seguito rigorosamente questa via, investendo molto sul controllo delle nascite e sul rafforzamento della famiglia. Il risultato conclusivo di quest' operazione di ingegneria sociale è stato pessimo. Qualche giorno fa un alto dirigente di Pechino commentava ancora la politica del suo Paese in merito. Le scelte decise a livello centrale prevedono tutto, anche un aumento possibile nel futuro dei permessi familiari ad avere figli. Tutto, quindi, tranne la libertà. Il controllo coatto della vita, infatti, oltre ad essere in contrasto con il buon senso, costituisce un' evidente violazione dei diritti umani e una scelta inefficace a superare un problema generale come quello dei flussi migratori, determinati in larga parte dallo squilibrio distributivo e non dalla crescita quantitativa degli individui. L' anomalia, evidentemente, non solo non sta nell' aumento delle nascite, ma precisamente nell' esatto contrario, ossia nella sua diminuzione.
La saggezza universale esprimeva già con chiarezza una persuasione valida di tipo razionale, secondo la quale tra le certezze inoppugnabili vi è il principio che "è sempre meglio essere piuttosto che non essere", ossia che è impossibile che la presenza anche solo di una persona in più comporti esclusivamente costi senza benefici. Solo un dogmatismo ideologico può far dire ai cinesi una cosa del genere, unito alla miopia illiberale e totalitaria della forma di governo.
Che senso ha, d' altronde, promuovere la famiglia senza valorizzare la sua capacità generativa della vita? E' risaputo, per converso, che è l' incremento sbilanciato e unilaterale della popolazione a generare semmai le difficoltà che tutti conosciamo e vediamo. La Francia, fedele a questa seconda linea, prima con Mitterand e poi in modo maggiore con Chirac e Sarkozy, ha puntato tutto sul rafforzamento demografico, ignorando però, simultaneamente, le condizioni che ne rendono possibile lo sviluppo, oltre che l' effettività. Ciò ha comportato, a conti fatti, optare univocamente per una politica di progresso quantitativo del numero delle nascite, non allacciando il giusto sforzo ad una corrispettiva politica familiare ed educativa. La conseguenza è stata il sensibile aumento della popolazione senza la corrispondente crescita di stabilità della comunità. Una soluzione che, in definitiva, non ha dato i risultati voluti, perché concretamente era impossibile fin dall' inizio che potesse darne.
Pensare che l' aumento delle nascite potesse avvenire al di fuori del contesto familiare che l' ha reso possibile, è un mistero. I nascituri crescono e possono svilupparsi in modo personale solo nel quadro di una realtà familiare che ne garantisca la sicurezza e la maturazione. Quindi, se la formula cinese sembra essere «Famiglia senza figli», quello della Francia potrebbe puntare a «Figli senza famiglia». Il caso italiano, in questo senso, è particolarmente emblematico, perché è dotato dei giusti presupposti che servono a realizzare a pieno tutte le diverse esigenze sociali.
L' Istat ha presentato, tuttavia, un documento del 2009 non del tutto ottimista, dove si mostra, regione per regione, quanto l' immigrazione sia legata al calo demografico. In Trentino Alto Adige, ad esempio, il tasso di natalità per 1000 abitanti è del 10, 3 % con un 14 % di nascite da genitori stranieri. Mentre nelle Marche scende al 9,3 % con una percentuale da stranieri del 18 %. Questo significa che vi è uno scarso numero di figli, e una corrispondenza diretta tra il numero di stranieri presenti sul territorio e la diminuzione delle nascite autoctone. Essendo, nei fatti, la struttura profonda della società ancora in larga parte ancorata a valori di tipo tradizionale, è evidente il bisogno per l' Italia di una politica demografica che parta dal sostegno alla famiglia, come perno culturale, politico ed economico della società, per estendersi in seguito e gradualmente alla crescita quantitativa della popolazione.
La risposta giusta, insomma, è famiglia e figli insieme, anche perché ovunque è necessario puntare su entrambi questi pilastri antropologici, favorendo uno sviluppo delle nascite progressivoe consequenziale, unito alla stabilità domestica. In fin dei conti, solo nuclei affettivi stabili, duraturi e numerosi, generano nelle comunità cittadini in grado di rispondere alla domanda sociale ed industriale e capaci di produrre lavoro, mercato e ricchezza interna ed esterna. Tutto ciò è verificato empiricamente, cioè concretamente, anche se corrisponde con esattezza ad un criterio di valutazione etico e culturale ben preciso. L' aumento demografico, d' altronde, è l' unico rimedio conosciuto per arginare, oltre la domanda d' immigrazione, il deficit endemico del sistema previdenziale.
Repubblica — 21 settembre 2010

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