Una vittoria che viene da lontano
Il voto sull´acqua porta anche in Italia un tema che percorre l´intero mondo, quello dei beni comuni, e così parla di un´altra idea di "pubblico".
Tutto è cominciato poco più di un anno fa, quando la raccolta delle
sottoscrizioni per i referendum sull´acqua come bene comune s´impennò fino a
raggiungere il picco di un milione e quattrocentomila firme, record nella
storia referendaria. Pochi si accorsero di quel che stava accadendo. Molti
liquidarono quel fatto come una bizzarria di qualche professore e di uno di
quei gruppi di "agitatori" che periodicamente compaiono sulla scena
pubblica. O lo considerarono come un inciampo, un fastidio di cui bisognava
liberarsi. Basta dare un´occhiata ai giornali di quei mesi.
E invece stava succedendo qualcosa di nuovo. Il travolgente successo nella
raccolta delle firme era certamente il frutto di un lavoro da tempo cominciato
da alcuni gruppi. In quel momento, però, incontrava una società che cambiava
nel profondo, dove l´antipolitica cominciava a rovesciarsi in una rinnovata
attenzione per la politica, per un´altra politica. Ai referendum sull´acqua si
affiancarono quelli sul nucleare e sul legittimo impedimento. Nasceva così
un´altra agenda politica, alla quale, di nuovo, non veniva riservata
l´attenzione necessaria.
Mentre i referendari lavoravano per blindare giuridicamente i quesiti e farli
dichiarare ammissibili dalla Corte costituzionale, le dinamiche sociali
trovavano le loro strade, anzi le loro piazze. Sì, le piazze, perché tra
l´autunno e l´inverno questi sono stati i luoghi dove i cittadini hanno
ritrovato la loro voce e la loro presenza collettiva. Le donne, le ragazze e i
ragazzi, i precari, i lavoratori, il mondo della scuola e della cultura hanno
creato una lunga catena che univa luoghi diversi, che si distendeva nel tempo,
che faceva crescere consenso sociale intorno a temi veri, nei quali si
riconosceva un numero sempre maggiore di persone - il lavoro, la conoscenza, i
beni comuni, i diritti fondamentali, la dignità di tutti, il rifiuto del mondo
ridotto a merce.
Le piazze italiane prima di quelle che simboleggiano il cambiamento nel nord
dell´Africa? Le reti sociali, Facebook e Twitter come motori delle
mobilitazioni anche in Italia? Proprio questo è avvenuto, segno evidente di un
rinnovamento dei modi della politica che non può essere inteso con le categorie
tradizionali, che sfida le oligarchie, che rende inservibile la discussione da
talk show televisivo. Forse è frettoloso parlare di un nuovo soggetto politico
per una realtà frastagliata e mobile. Ma siamo sicuramente al di là di quei
"ceti medi riflessivi" che segnarono un´altra stagione della società
civile. Di fronte a noi sta un movimento che si dirama in tutta la società,
prensile, capace di costruire una agenda politica e di imporla
Mentre tutto questo avveniva, le incomprensioni rimanevano tenaci. Patetici ci
appaiono oggi i virtuosi appelli contro il "movimentismo",
provenienti anche da persone e ambienti dell´opposizione, che oggi dovrebbe
riflettere seriamente sulla realtà rivelata dalle elezioni amministrative e dai
referendum invece di insistere nella ricerca di categorie astratte - il centro,
i moderati. E se la maggioranza vuol cercare le radici della sua sconfitta,
deve cercarle proprio nell´incapacità totale d´intendere il cambiamento, con un
Presidente del consiglio che ci parlava di piazze piene di fannulloni, una
ministra dell´Istruzione che non ha incontrato neppure uno studente, una
maggioranza che pensava di domare il nuovo con la prepotente disinformazione
del sistema televisivo.
Guardiamo alle novità, allora, e alle prospettive e ai problemi che abbiamo di
fronte. Il voto di domenica e lunedì ha restituito agli italiani un istituto
fondamentale della democrazia - il referendum, appunto. Ma ci dice anche che
bisogna eliminare due anomalie che continuano a inquinarne il funzionamento. È
indispensabile riscrivere la demagogica legge sul voto degli italiani
all´estero, fonte di distorsioni, se non di vere e proprie manipolazione. È
indispensabile ridurre almeno il quorum per la validità dei referendum. Pensato
come strumento per evitare che l´abrogazione delle leggi finisse nelle mani di
minoranze non rappresentative, il quorum ha finito con il divenire il mezzo
attraverso il quale si cerca di utilizzare l´astensione per negare il diritto
dei cittadini di agire come "legislatore negativo". Si svilisce così
anche la virtù del referendum come promotore di discussione democratica su
grandi questioni di interesse comune.
Ma il punto cruciale è rappresentato dal fatto che ai cittadini è stato chiesto
di esprimersi su temi veri, che liberano la politica dallo sguardo corto, dal
brevissimo periodo, e la obbligano finalmente a fare i conti con il futuro, con
una idea di società, con il rinnovamento delle stesse categorie culturali.
Un´altra agenda politica, dunque, che dà evidenza all´importanza dei principi,
al rapporto nuovo e diverso tra le persone e il mondo che le circonda, all´uso
dei beni necessari a garantire i diritti fondamentali di ognuno. La regressione
culturale sembra arrestata, il risultati delle amministrative e dei referendum
ci dicono che un´altra cultura politica è possibile.
Il voto sul nucleare non ipoteca negativamente il futuro dell´Italia. Al
contrario, impone finalmente una seria discussione sul piano energetico, fino a
ieri elusa proprio attraverso la cortina fumogena del ritorno alla costruzione
di centrali nucleari. Il voto sul legittimo impedimento ci parla di legalità e
di eguaglianza, esattamente il contrario della pratica politica di questi anni,
fondata sul privilegio e il rifiuto delle regole. Il voto sull´acqua porta
anche in Italia un tema che percorre l´intero mondo, quello dei beni comuni, e
così parla di un´altra idea di "pubblico". Proprio intorno a quest´ultimo
referendum si è registrato il massimo di disinformazione e di malafede. Si è
ignorato quel che da decenni la cultura giuridica e quella economica mettono in
evidenza, e cioè che la qualificazione di un bene come pubblico o privato non
dipende dall´etichetta che gli viene appiccicata, ma da chi esercita il vero
potere di gestione. Si sono imbrogliate le carte per quanto riguarda la
gestione economica del bene, identificandola con il profitto. Si sono ignorate
le dinamiche del controllo diffuso, garanzia contro pratiche clientelari, che
possono essere sventate proprio dalla presenza dei nuovi soggetti collettivi
emersi in questa fase.
Quell´agenda politica deve ora essere attuata ed integrata. È tempo di mettere
mano ad una radicale riforma dei beni pubblici, per la quale già esistono in
Parlamento proposte di legge. E bisogna guardare ad altre piazze. Quelle che
affrontano il tema del lavoro partendo dal reddito universale di base. Quelle
che ricordano che le persone omosessuali attendono almeno il riconoscimento
delle loro unioni: un diritto fondamentale affermato nel 2009 dalla Corte
costituzionale e che un Parlamento distratto e inadempiente non ha ancora
tradotto in legge, com´è suo dovere.
La fuga dai referendum non è riuscita. Guai se, dopo un risultato così
straordinario, qualcuno pensasse ad una fuga dai compiti e dalle responsabilità
che milioni di elettori hanno indicato con assoluta chiarezza.
Repubblica 16.6.11

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