Una proposta per l'università
Le proposte del rettore dell'Università di Torino
Caro direttore,
la riforma Gelmini di cui si discute in queste ore preoccupa per le scelte
sull’autonomia degli Atenei, per la condizione dei ricercatori attuali e di
quelli futuri, ma soprattutto per l’assenza di una precisa prospettiva di
distribuzione delle risorse. Nessuna riforma, buona o cattiva, può essere a
costo zero, tanto meno a costo meno di zero.
Di qui una modesta proposta, a modest proposal, non un suggerimento paradossale
alla Jonathan Swift, bensì un progetto di intervento per consentire
all’Università italiana di continuare a svolgere quel ruolo di motore di
sviluppo, di ricerca e di innovazione privilegiato, se non unico visto lo
smantellamento di fatto subito dal Cnr. Altri grandi Paesi europei hanno
aumentato le risorse: così ha fatto la Francia il cui sistema universitario per numeri
appare simile al nostro. La
Francia partiva da un finanziamento per l’Università di 15
miliardi di euro l’anno (più del doppio del nostro, attestato su 7 miliardi,
che diminuiranno di almeno altri 300 milioni il prossimo anno, sempre che si
avveri la promessa del governo di uno sconto di 1 miliardo sul taglio già
previsto). Ma il governo francese ha deciso di aumentare il finanziamento di un
miliardo l’anno per cinque anni, a cui se ne aggiungono altri 4, sempre su
cinque anni, destinati alla ricerca. In un lustro le risorse cresceranno da 15 a 24 miliardi. Lo
stanziamento attuale per l’Università in Francia rispetto al Pil è del 1,4%,
mentre in Italia si attesta su un misero 0,5% contro una media Ocse dell’1,5%
(fonte: Unesco Science Report 2010). Tenendo conto anche delle differenze in
valore assoluto, il divario appare abissale e non è pensabile che lo si possa
colmare in tempi brevi.
Che fare allora, al di là di continuare a protestare? È possibile avviare un
progetto di crescita pluriennale, dal 2011 al 2015 che porti, al ritmo di 1
miliardo l’anno, le risorse per l’Università a 12 miliardi di euro, così da
avvicinarci a quei 23 miliardi che rappresenterebbero il finanziamento
corrispondente alla media Ocse: l’1,5% del Pil ora calcolato in 1521 miliardi.
Come arrivarci? Occorre che le nuove risorse siano a priori destinate ad esser
distribuite, non in ridicole percentuali del 7 o 5% come ora, su base valutativa.
E sarebbe ora di distinguere, integrandoli in razionali sistemi di
cooperazione, tra Atenei con differente distribuzione di ruoli fra didattica e
ricerca. Occorre poi che la società civile, le forze produttive, le imprese, le
banche, le fondazioni, gli enti locali si responsabilizzino, contribuendo in
modo serio e consistente al finanziamento di un’istituzione che può rifondere
in termini di sviluppo tutto ciò che riceve. Altre risorse potrebbero venire
dall’attrazione degli studenti stranieri: 30.000 in più possono
significare per l’Italia risorse fresche per circa 1 miliardo l’anno. Tenendo
infatti conto che sono 3 milioni gli studenti che studiano all’estero, è
ragionevole ipotizzare una capacità attrattiva del nostro sistema universitario
di almeno l’1% di quei 3 milioni (con particolare riguardo a Paesi quali
l’America Latina e l’Africa). È infine necessario un alleggerimento del carico
fiscale sugli Atenei a cominciare dall’assurdità dell’8% di Irap che ogni anno
paghiamo e dal fatto che quasi tutto il finanziamento ordinario annuale viene
restituito in forma di imposte e contributi (per quanto riguarda Torino: 250
milioni di Ffo ricevuti e 240 milioni di tasse e contributi pagati e attività
economiche stimate in più di 2 miliardi di euro). Si tratta, insomma, di
mettere in atto un esercizio collettivo di volontà per salvare un bene sociale
prezioso, l’alta formazione e la libera ricerca, che ogni Stato civile degno di
questo nome deve poter vantare.
http://www.lastampa.it 24/11/2010

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