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Una feroce forza il mondo possiede

Il punto di vista di un "perdente radicale"

 

 

Gentile Barbara Spinelli,

ho appena letto il suo articolo “I perdenti che vivono di sconfitte”, e ho deciso di scriverle. Voglio semplicemente esprimermi, e non è detto ch’io arrivi alla fine di questa lettera.

Per farla breve, ritengo che lei abbia sbagliato. Lei non considera la situazione reale, quella che produce ferite e squartamenti, e si fissa su un ideale borghese che la classe dirigente adotta per gestire la classe diretta. L’ideale borghese che lei difende è l’ordine.

Lei si compiace di dire che coloro che si lanciano nella lotta armata, nel saccheggio, nella distruzione, nell’urlo, nel boato, sono dei perdenti radicali e fatalisti, pieni di ego e mutili del discernimento, che hanno se stessi come esclusivo mondo di riferimento. Lei si compiace di dire questo.

Il discorso è d’una lunghezza spossante, gentile Barbara Spinelli. Vorrei spiegarle la mia posizione, a patto che lei sappia che spesse volte ho tratto impressioni ottime dal leggerla, anche se oggi è stato diverso. La mia posizione è la seguente: sono nato a Torino il 29 gennaio 1983. I miei genitori, quando si sono sposati, non avevano nemmanco una casa in affitto. Hanno vissuto i primi giorni del matrimonio come se non fossero sposi, ciascuno a casa dei suoi, fino a che non hanno piazzato una tenda davanti al municipio di Grugliasco. La qual cosa ha fatto loro ottenere un garage di proprietà del Comune, in attesa d’una casa popolare. Un garage dove vivere, s’intende.

Io sono nato e ho vissuto i primi mesi della mia vita in quel garage, gentile Barbara Spinelli.

Dopo, la casa popolare. Il ghetto popolare. Nessuno fra quanti veniva a scuola con me alle elementari e alle medie è riuscito a proseguire gli studi oltre un diploma tecnico preso faticosamente. Beninteso, i diplomati, tra quelli della mia età, nel mio quartiere sono il cinque percento. Io sono riuscito a laurearmi in Lettere. Ho preso la triennale con una tesi sulla morte di Pasolini, titolata “Il mito di Pasolini – la morte come momento espressivo e opera relogificante”. Ho dovuto lavorare per pagare l’università. La facoltà di Lettere e Filosofia dista nove chilometri da casa mia. Io non potevo permettermi il biglietto dell’autobus. Ogni giorno dovevo scendere dai mezzi pubblici varie volte per evitare i controllori. Spesso andavo a piedi, diciotto chilometri andata e ritorno. In cambio, un accademico meretricio. Ho cercato di seguire vari corsi, e mi capitava di stare fuori casa anche dieci o dodici ore. Raramente avevo la possibilità di pranzare. Dopo qualche mese, ho smesso di seguire le lezioni. Nel frattanto, i vecchi amici del quartiere venivano arrestati, s’ammazzavano colle auto, ingravidavano per sbaglio le vecchie amiche. Il ghetto popolare diventava una prigione anche per la loro progenie.

Poi ho trovato lavoro in un call-center, e il tempo mi mancava. Lavoravo per pagare l’università, ma non riuscivo a dare molti esami. Ho impiegato poco meno di cinque anni per prendere la laurea triennale. La discussione della mia tesi sarebbe dovuta durare cinque minuti. Ce ne sono voluti, invece, quaranta. Il mio scritto su Pasolini, basato sugli studi di Giuseppe Zigaina, è stato definito imbarazzante, viscerale, pericoloso. Io sono stato tacciato di fondamentalismo culturale. Per tutte queste ragioni, non ho proseguito gli studi.

Dopo vari anni nel call-center, me ne sono andato. Era il febbraio del 2007, la laurea l’ho conseguita a giugno dello stesso anno. Da allora, ho lavorato tre mesi. Tre mesi in oltre due anni. Avevo risparmiato qualcosa, e sono andato avanti con quei soldi. Ora li ho finiti, e non so che fare.

Ho dedicato la mia esistenza all’indagine profonda e logorante sulle strutture che sottendono l’atto creativo, che sottendono il mondo, che rendono possibile l’abbacinante susseguirsi di miracoli che chiamiamo vita. Ho sviluppato uno spirito critico rarissimo, ho maturato un talento letterario prodigioso. Ho dentro di me un’orgia  di conoscenza e di ribollire animico che è roboante come una guerra fra dèi.

Ultimamente ho scritto a qualche giornalista, a qualche politico, a letterati, artisti, critici. Nessuno mi ha mai risposto.

In questa città, Torino, ci sono nato. A parte questo, non m’ha dato nulla. In questo paese, l’Italia, mi sono incarnato, e per convenzione devo accettarne la nazionalità. La rifiuterei, se potessi, e diverrei apolide. Una patria nomade, gentile Barbara Spinelli, è forse una soluzione. Ma amo Torino e amo l’Italia col furore di chi vorrebbe scolpirle nell’Eternità. Per questo, anche, non me ne vado.

Trascorro le giornate nella contemplazione delle storture oscene che caratterizzano la società. Trascorro il mio tempo senza aver niente da fare, senza che alcuno mi dia una chance, senza che sulle mie mani piene di gloria si posino gli occhi di qualcuno. Affogano i santi nella palude dei loro occhi.

Ho vissuto ogni singolo istante della mia vita con gli ideali del bene, della giustizia, della salvazione, della pace. Ne ho ricavato povertà, scarsità di prospettive per il futuro, depressione, angoscia sterminata.

Scrivo da quando sono nato, da prima che imparassi a scrivere e a leggere. È il codice della mia anima, gentile Barbara Spinelli, e non potevo tradirlo andando a fare l’agente immobiliare o il vigile urbano. Il mondo, invece, calpesta ogni giorno il senso della mia venuta quaggiù, e mi orina sopra col sorriso d’un grasso lacchè che stupra una vergine.

Il mondo mi sta uccidendo, gentile Barbara Spinelli, e gli uomini potenti ci stanno uccidendo, gentile Barbara Spinelli.

A questo punto, le alternative sono poche. Sono due: soccombere o vivere.

Il discorso è d’una lunghezza spossante. Ultimamente sto speculando assai sulla parola solidarietà. Sono giunto alla conclusione che la mia accusa nei confronti del Potere sia accentuata dalla mancanza di solidarietà fra gli uomini (mancanza alimentata dal Potere stesso). Mi consenta di spiegarmi. Esiste un sortilegio nel quale siamo avvolti che ci impedisce d’incontrarci in modo sincero. Ogni volta che entriamo in contatto con un altro uomo ci dimentichiamo ch’egli prova, la notte, nel buio della sua solitudine, l’angoscia dell’assenza di dio. Io provo questo, gentile Barbara Spinelli, ed è una condanna senza possibilità d’appello. Credo che la maggior parte degli uomini provi un sentimento simile.

Altresì, esiste la morte. Quasi certamente, se la morte non fosse mai apparsa in questa parte di cosmo, l’uomo non avrebbe mai conosciuto l’anelito alla grandezza: l’arte, la filosofia, la poesia, la religione, il pensiero, probabilmente, non sarebbero mai stati necessari. Tale opinione è relativamente diffusa, ma tuttavia io la ritengo parziale. Poiché non questo solamente è il miracolo della morte, ma pure un altro: la morte spazza via la ragion d’essere del Potere.

Se gli uomini fossero immortali, infatti, io potrei comprendere la spinta di alcuni a diventare più potenti di altri. Una vita eterna spiega il tentativo di sottomettere i propri simili allo scopo di garantire a se stessi condizioni migliori. Non lo legittima, certo, ma almeno lo spiega.

Però, appunto, il demiurgo fu funesto, e insieme al mondo creò la morte, se non altro nella nostra tridimensionale prospettiva del Tempo. Ora, considerando che la nostra comparsa non è che una duna nel deserto, considerando che ogni uomo è solo dinnanzi alla vastità del Mistero, non si può accettare che un gruppo d’individui, una elite, una lobby, che un mostro tentacolare, insomma, faccia quel che sta avvenendo ora: favorisca la distruzione dell’uomo. In sintesi, l’orrore della morte è così ampio che non è possibile ammetterne altri. Nella scelta d’ignorare questa semplice verità è racchiuso il mistero del Potere.

Per tornare al tema principale della presente lettera, gentile Barbara Spinelli, le dicevo poc’anzi che ho vissuto ogni singolo istante della mia vita con gli ideali del bene e della giustizia, dell’uguaglianza. Tuttavia, vedo solo un mondo che sprofonda. E soprattutto, non ho né voce né possibilità d’agire.

Ora, lei critica quanti partecipano alla contestazione violenta. Gentile Barbara Spinelli, vorrei dirle una cosa importante, che cresce dentro di me da lungo tempo, e sferraglia e ruggisce e mi sventra. Gliela dico con lo strazio di chi s’è accorto di non avere altra scelta che quella di tradire se stesso: io penso, dopo aver sempre amato dio, che non ci sia altra soluzione che l’annientamento. Penso che il massacro quotidiano e silenzioso che i potenti compiono nei confronti degli impotenti sia un genocidio di proporzioni colossali. Penso che far vivere la gente privandola di condizioni di vita soddisfacenti sia imperdonabile, penso che uccidere la gente mediante l’industria alimentare sia satanico, penso che lobotomizzare la gente mediante la televisione sia mostruoso. Penso che continuare a far esistere un mondo così privo di giustizia sia criminale.

La storia del pensiero umano parte da una considerazione errata: che l’uomo sia capace di malvagità. L’uomo, in verità, è buono, è splendente nella sua bontà. Il Potere, dunque, compie uno sforzo immane per far sì che il mondo sia governato dal male. In sostanza, sarebbe stato più facile creare un sistema giusto che uno ingiusto come il nostro. Perché loro si adoperano affinché la società sia orribile, infernale? Perché?

Se io conto la gente che muore ogni giorno a causa loro, io non posso che calcolare che ci sarebbero meno morti se toccasse ai carnefici essere giustiziati. Lei capisce?

Il desiderio di chi vorrebbe cambiare il mondo perché sa che lo renderebbe un posto assai migliore, se non viene assecondato, genera dolore. Spesso chi ha una simile brama, non potendola soddisfare, accetta il compromesso colla vita, e lentamente s’adegua al paradigma sociale che gli è imposto. Ma capita a volte che ci si renda conto che a stroncare le proprie aspirazioni sia un gruppo di uomini che ha uno scopo preciso, e ciò può risultare intollerabile. Il dolore, quindi, diventa frustrazione, e poi rabbia. Inizialmente si cerca il dialogo. Però, se coloro di cui si chiede l’attenzione non volgono nemmeno lo sguardo verso la tua voce, può capitarti di non trovare altra strada che la azione fragorosa.

Non resta che far torto o patirlo, diceva il padre della nostra prosa. Sporcarsi di sangue o affogare nel mare fermo dell’oblio, io aggiungo.

Lei forse mi vorrà definire un perdente radicale, oppure mi crederà un invasato. Mi importa poco. Io le ho scritto questa lettera di getto, perché ancora conservo della fiducia nell’Uomo.

Però è assolutamente necessario che lei sappia questo: condannare chi protesta contro un regime significa essere complici del regime.

Giovanni Schiavone

Grugliasco, 24 e 25 maggio 2009

da http://oliodipietra.wordpress.com/2010/05/02/una-feroce-forza-il-mondo-possiede/

 

 

 

 

 

 

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