Una crisi pagata dai giovani
La disoccupazione giovanile è al 20 per cento in Europa
Mai prima d'ora una crisi aveva colpito così tanto i giovani. Questa volta non abbiamo avuto soltanto il congelamento delle assunzioni, anche una grande quantità di contratti temporanei non sono stati rinnovati. Di conseguenza, la disoccupazione giovanile nell'area euro è balzata in maggio al 20 per cento con livelli più alti nei paesi con maggiore dualismo nel mercato del lavoro, dal 15 per cento di prima della crisi. In Spagna, quattro giovani su dieci che partecipano al mercato del lavoro sono disoccupati, in Italia uno su tre, in Francia e Svezia – due paesi con un dualismo simile nel mercato del lavoro – siamo a uno su quattro. È il momento di correre ai ripari se non vogliamo perdere un'intera generazione.
CONSEGUENZE DELLE RIFORME
I governi europei hanno fatto sforzi notevoli per riformare
le istituzioni del mercato del lavoro e uscire così dalla Eurosclerosi
degli anni Ottanta: nei venticinque anni che hanno preceduto la grande
recessione, nei paesi dell'Europa a 15 sono state avviate circa 200 riforme
delle tutele dell'occupazione, che in più della metà dei casi hanno aumentato
la flessibilità del mercato del lavoro.
Un effetto delle riforme è un aumento della volatilità
dell'occupazione. L'occupazione cresce di più nei periodi di crescita che in
assenza di riforme . Questo ha contribuito all'eccezionale andamento
dell'occupazione negli anni 1995-2007, quando la
disoccupazione è scesa di un quarto, la disoccupazione di lungo periodo si è
dimezzata e sono stati creati 21 milioni di nuovi posti di lavoro. È il lato
positivo della flessibilità. Il lato negativo lo abbiamo visto nel corso della
recessione: la riduzione dell'occupazione associata al calo della produzione è
considerevolmente superiore nei paesi che hanno attuato queste riforme duali.
In altre parole, la perdita di posti di lavoro sarebbe stata minore senza le
riforme.
Il fatto è che le riforme si sono fermate a metà ed è l'ora che i governi le
completino. Per renderle politicamente accettabili, le riforme hanno per lo più
comportato cambiamenti solo per i nuovi assunti e hanno
introdotto un vasto assortimento di nuove figure contrattuali flessibili, a
tempo determinato, oppure hanno esteso il loro raggio d'azione laddove già
esistevano. Non c'è stato alcun cambiamento delle regole per i contratti
regolari a tempo indeterminato
Di fatto, si sono così creati due mercati del lavoro: uno largamente al riparo
dagli shock e formato dai lavoratori con contratti a tempo
indeterminato; l'altro formato dai lavoratori temporanei,
sul quale si sono concentrati tutti i rischi.
Un esempio eclatante di dualismo è il settore delle
costruzioni spagnolo, colpito dallo scoppio della bolla immobiliare e dalla recessione:
nel 2009 l'occupazione
dipendente è scesa del 25 per cento, con perdite del 35 per cento tra i
lavoratori a tempo determinato, ma i salari reali dei lavoratori a tempo
indeterminato sono cresciuti del 4 per cento circa.
Oltre a sollevare importanti problemi di equità, una simile asimmetria è
fortemente distorsiva. La coesistenza di forte tutela del lavoro a tempo
indeterminato e lavoro a tempo determinato comporta una inefficienza del
turnover nel mercato del lavoro perché le aziende sono riluttanti a trasformare
i posti di lavoro a tempo determinato in posti di lavoro a tempo indeterminato.
I lavoratori temporanei hanno accesso a minore formazione perché né i
lavoratori né i datori di lavoro vedono un futuro per il rapporto di lavoro. È
probabile che la perdita di formazione di capitale umano divenga più acuta
negli anni a venire.
COME ELIMINARE IL DUALISMO
La ripresa dopo le crisi finanziarie è generalmente
associata con un ampio utilizzo di contratti temporanei, dal momento che
incertezza e vincoli di liquidità scoraggiano le aziende dall'assumere impegni
a lungo termine. L'esperienza del Giappone e della Svezia
negli anni Novanta lo dimostra. All'uscita dalla recessione, i due paesi hanno
sperimentato un forte incremento nella quota di contratti temporanei, che ha
significato anche una minore acquisizione di qualificazione sul posto di
lavoro per le nuove generazioni di lavoratori.
Nella maggior parte dei paesi europei i lavoratori con contratti a tempo
indeterminato sono fortemente tutelati. Per fare qualche esempio, in Italia i
lavoratori a tempo indeterminato sono protetti fin dall'inizio del rapporto di
lavoro da norme che obbligano il datore di lavoro a reintegrarli in caso di licenziamento
senza giusta causa. In Francia il licenziamento per ragioni economiche è
praticamente impossibile se l'azienda realizza profitti. In Spagna è prassi
usuale contestare in tribunale il licenziamento per motivi economici: i datori
di lavoro perdono la causa in tre quarti dei casi, cosicché generalmente evitano
il ricorso al tribunale pagando in anticipo al lavoratore l'indennità a cui
l'avrebbero condannato i giudici. Indennità che possono arrivare a 36 mesi di
salario in Italia e a 42 mesi in Spagna. I procedimenti giudiziari in questi
paesi sono molto lunghi e costosi.
Per completare i processi di riforma, i governi dovrebbero combattere il
dualismo dei mercati del lavoro europei, ma le misure finora adottate sono ben
lungi dall'essere soddisfacenti. Per esempio, il 16 giugno il governo
spagnolo ha approvato una riforma che abbassa l'entità delle indennità
nei contratti a tempo indeterminato. Ma il provvedimento non risolverà il
dualismo del mercato del lavoro spagnolo perché le procedure amministrative e
giudiziarie per il licenziamento fanno sì che i contratti temporanei siano
ancora molto più vantaggiosi per le aziende.
Una strategia migliore è quella di garantire una tutela progressiva
del lavoro con flessibilità in ingresso. In particolare i governi dovrebbero
favorire un ingresso a fasi nel mercato del lavoro a tempo indeterminato,
facendo sì che il grado di tutela aumenti via via che i lavoratori completano
il percorso che li porta al lavoro permanente, con dettagli che si possono
definire in accordo con le legislazioni nazionali. Se la tutela del lavoro cresce
di pari passo con l'anzianità, è possibile evitare il divario tra lavoratori
con uno status diverso, che produce inefficienze del turnover nel mercato del
lavoro, e considerare anche i costi psicologici associati alla perdita del
lavoro, che normalmente aumentano all'aumentare del tempo trascorso in un posto
di lavoro. Resterà così la flessibilità, senza però la necessità di creare una
struttura duale del mercato del lavoro.
http://www.lavoce.info 06.07.2010

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