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Un salto di qualità

Stati Uniti e alleati hanno raggiunto un nuovo livello di coinvolgimento in Libia

 


Inviando consiglieri militari, gli Stati Uniti e i suoi alleati hanno raggiunto un nuovo livello di coinvolgimento in Libia», scrive il «Washington Post». «L’invio di consiglieri tira al limite l’interpretazione della risoluzione Onu», scrive il «New York Times». «I consiglieri in Libia potrebbero ottenere risultati ben più grandi del loro numero», spiega la rivista di studi militari e sicurezza «Bellum», una sezione della Princeton Review, che continua: «Per i semplici osservatori abituati ad ascoltare discorsi sull’impiego di forze tradizionali – con l’impiego di centinaia di missili, migliaia di truppe – l’annuncio che la Gran Bretagna, la Francia e l’Italia manderanno una decina di consiglieri militari a testa, fa ridere. Ma la realtà della efficacia di questi uomini è ben diversa da quel che appare».

Insomma, molti e rilevanti organi di informazione e analisi sostengono oggi senza false prudenze che, con l’invio di un gruppo di consiglieri militari, tre nazioni europee, Italia inclusa, hanno elevato l’asticella del loro impegno militare contro Gheddafi. I tre governi coinvolti invece continuano a sminuire l’importanza di questa nuova fase. E per una volta non è l’Italia a guidare la danza dell’ipocrisia. L’inglese William Hague secondo cui «I consiglieri vanno in Libia come mentori», si è meritato così la feroce battuta di una giornalista americana, Claire Berlinski: «Visto che non possono addestrare I ribelli, che faranno allora? Organizzeranno una tavola rotonda?».

Le ragioni per cui le tre nazioni debbano continuare a negare ogni coinvolgimento in azioni di terra è comprensibile. Un’invasione della Libia sarebbe l’ammissione di un disastro delle operazioni fin qui condotte, nonché uno choc per l’opinione pubblica occidentale fermamente contraria a nuove avventure militari su vasta scala.

Il problema però rimane: l’invio di consiglieri apre di sicuro una nuova fase, ma quale? La difficoltà a rispondere è nella stessa sfuggente definizione del ruolo di «consigliere» – e in realtà la mancanza di un profilo preciso è funzionale ad un impiego che, nel corso degli anni, ha assunto dimensioni sempre maggiori e sempre più «multiuso».

Nonostante in questi giorni siano stati evocati Vietnam, e (persino) Lawrence of Arabia, l’advisor è un tipo di figura impiegata in continuazione nei conflitti degli ultimi 50 anni, e in ruoli molto diversi (incluso nelle guerre della droga in America Latina). In particolare, però, dopo l’11 Settembre 2001, questo ruolo diventa uno snodo centrale nei rapporti profondamente modificati fra occidentali e mondo islamico. «Gli avvenimenti dell’11 settembre, e i successivi interventi Usa in Afghanistan e Iraq, hanno generato un tipo di relazioni fra i militari americani e i rappresentanti politici di governi stranieri quali mai previsti in nessun manuale militare». Così scrive un saggio del Peacekeeping and Stability Operations Institute e del Strategic Studies Institute - entrambi dell’esercito Americano. Il lavoro pubblicato nel 2008, è dedicato proprio alla complessità e alla flessibilità del ruolo dell’advisor, in particolare nel mondo islamico dopo il 2001. Firmato da Michael J. Metrinko il saggio è intitolato: «The American military advisor: dealing with senior foreign officials in the Islamic World». Il testo è forse dunque la migliore guida per capire la vera missione degli uomini che abbiamo mandato in Libia. Si legge nella prima parte: «Ufficiali dell’esercito sono spesso stati chiamati a fare da consiglieri a politici di altre nazioni e a giocare un ruolo fondamentale nello sviluppo di questi Paesi. Oggi, in Iraq e Afghanistan questo ruolo si è grandemente ampliato e le relazioni fra militari Usa e governatori, membri di governi locali sono divenute strategiche». «La funzione va ben al di là di quella del consigliere in materia di tattica e logistica. Quasi sempre travasa nella sfera politica annullando le tradizionali distinzioni fra ruolo militare, responsabilità del dipartimento di Stato, UsAid, e altri compiti civili. Entra direttamente dunque nel lavoro di “nation-building”, definendo così le relazioni stesse fra i politici di altre nazioni e gli Stati Uniti».

Sono sufficienti tutte queste parole per portarci a riflettere per un attimo in più su dove ci porta questa ultima iniziativa che abbiamo preso in Libia?

 

http://www.lastampa.it 22/04/2011

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