Un patto per la giustizia civile
Pendono in Italia oltre cinque milioni e mezzo di processi civili.
Il clamore delle discussioni e dei contrasti attorno alla
giustizia penale, e a un certo numero di processi in particolare, ha oscurato,
ormai da molti anni, l’attenzione che merita l’altro ramo della giustizia
ordinaria, quello della giustizia civile.
Eppure è soprattutto questa che più soffre e che maggiormente espone l’Italia
alle critiche e alle condanne provenienti dall’Europa e dagli organismi
internazionali. Nell’amministrazione della giustizia penale sono certo in gioco
interessi e diritti fondamentali: la libertà, il patrimonio, l'onore delle
persone che vi sono implicate. Ma le controversie civili riguardano tutti i
cittadini nella loro vita ordinaria, quella privata e quella familiare, il lavoro,
le attività commerciali. Si tratta di campi in cui vengono in discussione
diritti fondamentali delle persone: diritti che sono offesi o addirittura
negati se non è assicurato un efficiente servizio giustizia.
Sono ormai trent’anni che la
Corte europea dei diritti dell’uomo condanna l’Italia per non
aver assicurato la conclusione di procedimenti in tempi ragionevoli. E la Corte ha dovuto constatare
che non si tratta solo di numerose violazioni singole, ma di una pratica
sistematica. È il sistema nel suo complesso che non è in grado di produrre
sentenze in tempi ragionevoli. Si tratta di una carenza strutturale che incide
sui diritti, che sono oggetto delle controversie civili. Ed è, per l’Italia,
insieme alle condizioni delle carceri e al trattamento degli immigrati, il tema
che più la espone sul fronte della protezione dei diritti fondamentali.
Le denunzie e le richieste di riforme capaci di risolvere questo problema, non
hanno fino ad ora avuto risposte efficaci. Da qualche tempo però si sono levate
altre voci critiche, mosse da considerazioni di natura economica. È possibile
che in questo, come in altri campi, l’urgenza economica spinga ad affrontare
problemi che questioni di principio non sono riuscite a smuovere? Cerchiamo di
non perdere anche l’occasione che si presenta con il nuovo governo. Il
presidente Monti ne ha fatto menzione nel discorso programmatico al Senato.
Il governatore della Banca d’Italia Draghi, nelle sue Considerazioni finali
dello scorso 31 maggio, ha indicato in un punto percentuale del Pil annuo la
possibile incidenza negativa della disfunzione della giustizia civile. Una
quantificazione frutto di calcoli difficili e presuntivi, che indica comunque
un ordine di grandezza allarmante e tale da rendere interessante, anche solo
dal punto di vista economico, un incisivo impegno di riforma.
Pendono in Italia oltre cinque milioni e mezzo di processi civili. La loro
distribuzione sul territorio, tra i diversi uffici giudiziari, è molto
diseguale e apparentemente senza rapporto con il traffico economico e con
l’entità e composizione sociale della popolazione. Così ad esempio nel
territorio della Corte d’Appello di Torino pendono circa 175.000 procedimenti,
mentre nel territorio di quella di Bari ne sono pendenti quasi 500.000. Nella
Corte d’Appello di Milano pendono circa 330.000 procedimenti, mentre in quella
di Napoli ve ne sono oltre un milione (il 20% del totale nazionale) e a Roma
oltre 800.000. Numeri che non sembrano riflettere differenze oggettive dei vari
territori. Solo differenze legate alla maggiore o minore litigiosità locale?
Difficile crederlo. C’è da chiedersi, ad esempio se sempre e dappertutto le
cause civili da cancellare dal ruolo scompaiano effettivamente dalle
statistiche o invece continuino a mettere in mostra un carico di lavoro
maggiore del reale (e quindi meritevole di maggiori organici di personale e
maggiori risorse). Oppure se le cause seriali, che andrebbero riunite e
rapidamente definite, sono invece separatamente introdotte dagli avvocati e
tali mantenute dai magistrati. Domande cui occorre dare risposta per poter
apprestare rimedi. Perché le differenze di produttività degli uffici sono
davvero impressionanti, certo legate a problemi di organizzazione degli uffici
giudiziari e di modo d'essere e di agire dell’avvocatura locale. La giacenza
media delle cause civili risulta di 280 giorni al Tribunale di Torino, di 304 a Milano, di 365 a Roma, di 449 a Napoli e di 776 Bari.
Come ha recentemente ricordato il vicepresidente del Csm Vietti, riprendendo
dati del Consiglio d’Europa in un suo agile e utile libro sull’amministrazione
della giustizia, non v’è un problema generale di produttività dei magistrati
italiani. Ma occorre assicurare che tutti gli uffici giudiziari lavorino
allineandosi sui migliori standard di produttività già presenti in Italia (e lo
strumento del processo telematico va generalizzato). Il ministro della
Giustizia, responsabile per l’organizzazione e il funzionamento dei servizi, ha
la possibilità di avvalersi di esperti di scienza dell’organizzazione e di
analisi economica, da mettere accanto a magistrati ed avvocati per identificare
le pratiche virtuose e diffonderle (con opportuno uso di sollecitazione e
autorità). Il Csm, pur in un ambito di competenza diverso, ha accumulato una
notevole esperienza in proposito e potrebbe svolgere un’utile opera in
coordinamento con quella del ministero. È però chiaro che è necessario
intervenire in modo integrato su tutti i lati dell’universo giudiziario, non
esclusi gli avvocati. Non si può infatti ignorare che vi è una componente
patologica della domanda di giustizia civile, che pone l’Italia ai primissimi
posti tra i Paesi del Consiglio d’Europa per numero di cause iniziate, e che
l’avvocatura può esercitare una funzione di filtro delle cause ingiustificate
oppure di moltiplicazione di esse. In proposito, ad esempio, Daniela Marchesi,
esperta di analisi economica del diritto, ha sottolineato l’incidenza del
metodo di calcolo delle tariffe professionali, come incentivo alla
moltiplicazione delle cause civili. La lotta alla «componente patologica» deve
accompagnarsi ad iniziative di riduzione di quella «fisiologica». Se in altri
Paesi europei la quantità di cause introdotte presso i giudici è minore, è
anche perché sono disponibili e funzionano mezzi alternativi di risoluzione
delle controversie. La recente legge che ha previsto l’obbligo di esperire un
tentativo di mediazione tra le parti, prima di investire il giudice, sta
cominciando a dare i primi risultati positivi. I centri di mediazione delle
Camere di commercio danno in genere buoni risultati. Ma anche qui vi sono
grandi diversità sul territorio. Il ministero potrebbe forse operare per far sì
che tutti gli Ordini degli avvocati aprano i centri per la mediazione. Al nuovo
ministro si presenta un lavoro complesso e difficile. Le condizioni di urgenza
nazionale potrebbero però darle la forza che è mancata ai ministri che l’hanno
preceduta.
http://www.lastampa.it
18/11/2011 ![]()

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