Un bilancio in rosso per Obama
Il giudizio severo dell’ intellettuale sulla politica del presidente USA: troppo debole con i poteri forti.
Una Casa Bianca ostaggio dei supporter del
neoliberismo. Anticipiamo brani da «America, no we can't», il saggio che il
noto linguista ha dedicato alla politica statunitense, all'interno del quale
analizza i primi due anni della presidenza democratica
L'azione più importante di Barack Obama prima di assumere la carica è la
scelta dello staff dirigente e dei consiglieri. La prima scelta è stata per
la vice-presidenza: Joe Biden, uno dei sostenitori più tenaci dell'invasione
in Iraq tra i senatori democratici, da lungo tempo addentro al mondo di
Washington, che vota coerentemente come i compagni democratici - sebbene non
sempre, come quando ha portato allegria negli istituti finanziari appoggiando
un provvedimento per rendere più difficile agli individui cancellare i debiti
dichiarando la propria condizione di insolvenza.
Il primo incarico post-elettorale è stata la nomina cruciale del capo di
gabinetto: Rahm Emanuel, anch'egli uno dei più strenui sostenitori
dell'invasione in Iraq tra i deputati democratici e, come Biden, buon
conoscitore di Washington. Emanuel è anche uno dei maggiori beneficiari dei
contributi di Wall Street alla campagna elettorale. Il Center for responsive
politics riferisce che «è stato il massimo beneficiario, tra i
rappresentanti, dei contributi per la campagna del 2008 provenienti da fondi
a rischio, società private con capitale di rischio e le maggiori società
finanziarie e di assicurazione». Da quando è stato eletto al Congresso nel
2002, «ha ricevuto più soldi da singoli e da comitati di sostegno elettorale
nel mondo degli investimenti e delle assicurazioni che da altri settori
dell'industria»; che sono anche quelli che hanno dato i contributi più
consistenti ad Obama. Il suo compito era quello di controllare il modo in cui
Obama affrontava la peggiore crisi finanziaria mai verificatasi dagli anni
'30, per la quale i suoi finanziatori e quelli di Obama condividono ampie
responsabilità.
La sinistra ai margini
In un'intervista di un editorialista del Wall Street Journal ad
Emanuel fu chiesto che cosa avrebbe fatto la nuova amministrazione Obama
riguardo alla «leadership democratica al Congresso, piena di baroni di
sinistra con il loro proprio programma»; che contempla il taglio delle spese
per la difesa e le «manovre per applicare esorbitanti tasse sull'energia per
combattere il riscaldamento globale»; per non parlare dei pazzi totali che in
Congresso si trastullano con i risarcimenti per la schiavitù e simpatizzano
anche con gli europei che vogliono mettere sotto processo l'amministrazione
Bush per crimini di guerra. «Barack Obama si opporrà», ha assicurato Emanuel
al giornalista. L'amministrazione sarà «pragmatica», schiverà i colpi degli
estremisti di sinistra.
L'esperto di diritto del lavoro e giornalista Steve Early ha scritto che
«durante la campagna elettorale, Obama ha detto che appoggiava fermamente l' Employee
free choice act, una riforma legislativa sul lavoro, a lungo attesa, che
dovrebbe essere parte integrante del piano che ha promesso per stimolare
l'economia». Tuttavia, quando Obama presentò i suoi massimi consiglieri
economici al momento dell'insediamento «e parlò dei passi da fare per dare
una "scossa" all'economia (...) la legge di riforma non faceva
parte del pacchetto».
Continuando a passare in rassegna le nomine di Obama, il suo Transition
board, l'équipe che si occupa di introdurre i nuovi incaricati nel
governo, fu guidato da John Podesta, capo di gabinetto di Clinton. Le figure
di punta della sua équipe erano Robert Rubin e Lawrence Summers, entrambi
entusiasti della deregolamentazione, il principale fattore scatenante della
crisi finanziaria attuale. Come segretario del tesoro Rubin ha lavorato
duramente per abolire la legge Glass-Steagall, che aveva separato le banche
commerciali dagli istituti finanziari esposti ad alto rischio.
Conflitto di interessi nello staff
La stampa economica esaminò i documenti del Transition economic advisory
board di Obama, che si riunì il 7 novembre 2008 per definire le linee di
intervento sulla crisi finanziaria. L'editorialista di Bloomberg News,
Jonathan Weil concluse che «molti di loro dovrebbero ricevere immediatamente
una convocazione in tribunale come persone informate sui fatti, non un posto
nel circolo ristretto di Obama». Circa metà «ha avuto incarichi fiduciari in
società che, in qualche misura, o hanno bruciato i loro bilanci o hanno
contribuito a portare il mondo al collasso economico, o entrambe le cose». È
plausibile pensare che «non scambieranno i bisogni della nazione per gli
interessi dei loro consoci?» Weil ha anche precisato che il Capo di gabinetto
Emanuel «era amministratore alla Freddie mac nel 2000 e 2001, mentre la
finanziaria commetteva frodi in bilancio».
La preoccupazione primaria dell'amministrazione è stato il tentativo di
arrestare la crisi finanziaria e la parallela recessione nell'economia reale.
Ma c'è anche un mostro nell'armadio: un sistema sanitario privatizzato
notoriamente inefficiente e scarsamente regolato, che minaccia di mettere in
difficoltà il bilancio federale se la crisi persiste. La maggioranza della
gente è da lungo tempo a favore di un servizio sanitario nazionale, che
dovrebbe essere molto meno costoso e più efficace, come prove comparative (e
molti studi) dimostrano.
Appena nel 2004, qualunque intervento del governo nel sistema sanitario era
descritto sulla stampa come «politicamente impossibile» e «privo di sostegno
politico» - che vuol dire: contrastato dalle compagnie di assicurazione,
dalle grandi aziende farmaceutiche e da altri che contano, qualunque cosa ne
pensi la popolazione, del tutto irrilevante. Nel 2008, tuttavia, prima John
Edwards, poi Obama e Hillary Clinton, hanno avanzato proposte che si
avvicinavano a quello che la gente ha a lungo desiderato. Queste idee ora
hanno un «sostegno politico». Che cosa è cambiato? Non l'opinione pubblica,
che resta come era prima. Ma nel 2008 i settori di potere più potenti, in
prima fila l'industria, era arrivata a riconoscere che subivano gravi danni
dal sistema sanitario privatizzato. Di conseguenza, la volontà popolare
comincia ad avere «sostegno politico». Lo spostamento ci dice qualcosa sulle
disfunzioni della democrazia e sulle lotte che si prospettano.
Quello che è accaduto dopo dice ancora di più.
Obama ha abbandonato subito l'opzione popolare e sensata dell'assistenza
medica da parte di un unico ente, che aveva detto di voler appoggiare. Ha
anche raggiunto un accordo segreto con le aziende farmaceutiche secondo il
quale il governo non avrebbe «negoziato il prezzo dei medicinali e non
avrebbe richiesto rimborsi addizionali» a seguito delle pressioni delle lobby
e contro l'opinione di un netto 85 per cento della popolazione. Una «opzione
pubblica» - nella sostanza l'opzione di «medicare per tutti» - rimase, ma fu
sottoposta ad un intenso attacco in base alla motivazione, interessante, che
gli assicuratori privati non sarebbero stati in grado di competere con un
piano governativo efficiente (pretesti più sofisticati non erano meno
bizzarri). Nel giugno 2009 il 70 per cento della popolazione era a favore del
piano, nonostante l'instancabile e spesso isterica opposizione di gran parte
del settore assicurativo.
Due mesi dopo, l'articolo di fondo di Business Week era titolato: «Le
assicurazioni sulla salute hanno già vinto: come United health e Rival
carriers, manovrando dietro le quinte a Washington, hanno modellato la
riforma sanitaria a loro beneficio». Il settore assicurativo «è riuscito a
ridefinire i termini della discussione sulla riforma in misura tale che non
contano i dettagli del voluminoso progetto di legge che il Congresso manderà
al presidente Obama l'autunno prossimo, il settore riemergerà ancora più
redditizio (...) i manager delle assicurazioni dovrebbero sorridere di
piacere».
A metà settembre, quando i progetti di legge stavano arrivando sul tavolo del
Congresso, il mondo degli affari manifestò il suo appoggio alla versione
della Commissione finanze del senatore Max Baucus, che aveva lavorato «in
stretto contatto con i gruppi imprenditoriali», più che con altri, si dice
con approvazione. Le proposte della Camera furono respinte perché non
sufficientemente a favore dei gruppi affaristici. Il presidente della Business
Roundtable definì la proposta della Commissione finanze del Senato «molto
in linea» con i suoi principi, specialmente per il fatto che «non richiede la
creazione di un piano pubblico».
Una riforma dimezzata
Naturalmente nessuna vittoria basta di per sé. Perciò, mentre la lotta per la
riforma del sistema sanitario paralizzò virtualmente il Congresso alla fine
del 2009, le lobby affaristiche iniziarono una grande campagna per ottenere
ancora di più, e ci riuscirono. L'opzione pubblica fu alla fine «fatta
naufragare» insieme con un connesso «medicare buy-in» che avrebbe permesso
alle persone di 55 o più anni di avere il servizio sanitario nazionale. A
quel punto la gente era a favore dell'opzione pubblica dal 56 al 38 per cento
e il Medicare buy-in in percentuale anche maggiore, tra il 64 e 30 per cento.
Il sondaggio che mostrava questi risultati fu reso pubblico, ma i fatti
furono omessi: il titolo diceva «Sondaggi: la maggioranza non approva le
leggi per il servizio sanitario». L'articolo lascia l'impressione che la
popolazione si unisca all'attacco della destra contro il coinvolgimento del
governo nell'assistenza sanitaria, assalto condotto dagli interessi
affaristici, contrari a quello che proprio il sondaggio rivela e che altri
sondaggi mostrano da decenni.
E che hanno continuato a mostrare nel 2010. Un sondaggio della Cbs reso
pubblico l'11 gennaio ha rilevato che il 60 per cento degli americani non
approvava il modo in cui il Congresso stava affrontando il problema del
sistema sanitario. Le cifre dettagliate mostrano che, tra quelli che sono
contro il modo in cui la proposta regola il rapporto con le compagnie di
assicurazione, la grande maggioranza pensa che non si spinga abbastanza
avanti (il 43 per cento di «non abbastanza», contro il 27 per cento di
«troppo»). L'assistenza sanitaria è stata una questione cruciale nelle
elezioni al senato nel Massachusetts nel gennaio 2010, in cui ha vinto il
repubblicano Scott Brown. Tra i Democratici che si sono astenuti o hanno
votato per Brown, il 60 per cento pensava che il programma sanitario non si
spingeva abbastanza avanti (l'85 per cento di quelli che si astennero). Tra
gli astenuti e i democratici che hanno votato per Brown, circa l'85 per cento
era a favore dell'opzione pubblica.
In breve, l'evidenza mostra che in realtà cresceva la rabbia popolare contro
il progetto di legge sulla sanità di Obama, prima di tutto perché era troppo
limitato.
Mentre il settore finanziario aveva tutte le ragioni per sentirsi soddisfatto
dei risultati ottenuti dopo gli sforzi per far eleggere il suo uomo, Obama,
la storia d'amore ha cominciato a volgere alla fine nel gennaio 2010, quando
Obama ha deciso di reagire al montare della rabbia popolare contro gli
«stipendi d'oro» per i finanzieri, mentre altri erano impantanati in una
«triste strada tutta in salita per i lavoratori». Ha dunque adottato una
«retorica populista», criticando le enormi gratifiche per chi era stato
salvato dall'intervento pubblico, e proponendo anche delle misure per
limitare gli eccessi delle grandi banche (inclusa la «regola Volcker», che
avrebbe in parte ristabilito la legge Glass-Steagall, impedendo alle banche
commerciali con garanzia governativa di usare i depositi per investimenti a
rischio). La punizione per la sua deviazione è stata rapida.
In nome del libero mercato
Le grandi banche hanno annunciato con rilievo che avrebbero spostato i
finanziamenti verso i repubblicani, se Obama avesse insistito con i discorsi
sulla regolazione e la retorica contro i finanzieri.
Obama ha capito il messaggio. In pochi giorni ha informato la stampa
economica che i banchieri sono bei «tipi», scegliendo Dimon e il presidente
Lloyd Blankfein della Goldman Sachs come persone degne di lode e, per
rassicurare il mondo degli affari, ha spiegato: «Io, come la maggior parte
del popolo americano, non provo invidia per chi ha successo e ricchezza»,
nella forma delle enormi gratifiche e profitti che fanno infuriare la gente.
«Fanno parte del sistema di libero mercato», ha continuato Obama; e non
sbagliava, considerato il modo in cui il «libero mercato» è interpretato
nella dottrina del capitalismo di stato.
Osservazioni come queste suggeriscono un interessante esperimento mentale.
Che cosa sarebbe il contenuto del «marchio Obama» se la popolazione dovesse
diventare «partecipe» piuttosto che semplice «spettatrice dell'azione»? È un
esperimento degno di essere tentato, non solo in questo caso, e c'è qualche
ragione per supporre che il risultati potrebbero indicare la via per un mondo
più sensato e decente.
Il manifesto , 18 novembre 2010

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