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Troppe prediche per il rigore

Dopo la peggiore crisi economica della storia americana dai tempi della Grande depressione, uno penserebbe che la debolezza della ripresa nazionale - per non parlare di quella mondiale - spinga tutti a considerare che l'economia necessiti di essere protetta, non punita.

 

 

Dopo la peggiore crisi economica della storia americana dai tempi della Grande depressione, uno penserebbe che la debolezza della ripresa nazionale - per non parlare di quella mondiale - spinga tutti a considerare che l'economia necessiti di essere protetta, non punita. Ma se c'è una cosa che ho imparato osservando il dibattito pubblico è che le sorprese sgradevoli non finiscono mai.

Mi lascia sbalordito vedere economisti e politici che si affannano per trovare una ragione - una ragione qualsiasi - per sostenere che la Federal Reserve, in un momento in cui la disoccupazione sfiora il 10% e lo spettro della deflazione aleggia su di noi, debba alzare i tassi d'interesse.

Raghuram Rajan, dell'università di Chicago, in un recente editoriale per il Project Syndicate ha spezzato una lancia in tal senso, sostenendo, fra le altre cose, che se oggi gli Stati Uniti decidono di stringere la cinghia, i paesi in via di sviluppo potrebbero trarne beneficio.

Rajan scrive che la Fed deve agire anche perché la disoccupazione in Brasile ha toccato un nuovo minimo; se gli Stati Uniti non alzeranno subito i tassi, avverte, il rischio è di trascinare le economie emergenti come quella brasiliana fino al surriscaldamento. Dopo la peggiore crisi economica Rajan si spinge fino a dire che la Fed deve accettare le responsabilità che derivano dal fatto di essere la banca centrale mondiale, e rendersi conto che una politica di spesa troppo accomodante finirebbe per causare problemi a molti altri paesi.

Le tesi di Rajan si basano su dati contestabili, ma non è la prima volta che le sento. A metà del 2008, mentre una dopo l'altra tutte le economie mondiali scivolavano nella recessione, Kenneth Rogoff, di Harvard, chiedeva che la Fed e la Banca centrale europea alzassero i tassi per frenare la crescita dei prezzi delle materie prime e le pressioni inflazionistiche nei paesi in via di sviluppo. Anche in quel caso si faceva fatica a comprendere su quale modello economico (sempre che ce ne fosse uno) si basasse quella richiesta. Jeffrey Sachs, direttore dell'Earth Institute alla Columbia, poco tempo fa si è schierato anche lui con Rajan: in un editoriale del 7 giugno sul Financial Times, Sachs ha chiesto di abbracciare subito le politiche di austerità, sostenendo che l'espansione della spesa pubblica negli Stati Uniti aveva prodotto effetti negativi di ogni genere. Ma a guardare i dati di questi effetti negativi non si trova traccia.

La cosa che più colpisce di questi tre esempi è che degli economisti di elevatissima competenza portano avanti delle tesi non sorrette apparentemente da nessun dato o modello. Perché tutto questo? A mio parere la ragione va ricercata nel desiderio di fare la parte dei duri intransigenti. Chiedere austerità fa sentire coraggiosi e virtuosi, consente di assumere la posa della "persona seria", che lancia strali contro gli scialacquatori. Altrimenti perché questi specialisti del ramo (e non sono i soli) si scaglierebbero contro i tassi bassi?

Lo si capisce chiaramente dal linguaggio impiegato da Rajan, con peculiari venature di moralità: le sue argomentazioni sembrano sottintendere che la politica economica consiste nell'essere intransigenti e non spargere soldi a destra e a manca. Posso capire il fascino di questa posizione, ma non è proprio questo il momento per cedere alla tentazione di fare il fustigatore dell'economia. Purtroppo però è quello che stanno facendo, con gravi conseguenze, alcuni dei miei colleghi.

In un momento in cui le economie mondiali hanno un disperato bisogno di menti lucide, questi economisti non fanno altro che complicare le cose.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

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