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Tre idee per chiudere l' era del capitalismo selvaggio

Democrazia, eguaglianza e innovazione. Con un occhio a Kant e uno a Obama

 

 

Sta nascendo un mondo nuovo. È finito con un brusco risveglio quello che è stato definito «il sogno dogmatico della perfezione del mercato». La crisi del capitalismo globale selvaggio o, come altri preferiscono dire, del «mercatismo» è una crisi politica e culturale prima che economica da cui, sono convinto, uscirà un mondo profondamente cambiato.

Quale sarà il posto dell' Europa, dell' Italia nel nuovo mondo? Sembra di essere di fronte ad un paradosso: c' è un bisogno forte di politica dopo anni in cui il dominio dell' economia si è accompagnato all' antipolitica, al disprezzo verso le istituzioni internazionali considerate un' inutile superfetazione burocratica, alla dottrina del declino degli Stati nazionali.

 

Torna oggi invece sulla scena l' idea kantiana di un ordine giuridico internazionale: una grande idea «europea» che è in fondo alla base della stessa costruzione dell' Europa unita. Ma l' Europa sembra impacciata di fronte a questa sfida. Mentre la spinta all' innovazione viene dal Paese che è stato il promotore del dominio neoliberista e l' epicentro della crisi: gli Stati Uniti d' America.

Ripensandoci oggi viene alla mente che già negli anni Trenta del secolo scorso, di fronte alla grande crisi, l' America seppe reagire con il New Deal mentre in Europa prevalsero il nazionalismo, i regimi autoritari e la spinta verso la guerra.

Oggi gli scenari non sono così drammatici, tuttavia il rischio del populismo e di un arroccamento conservatore intorno agli Stati nazionali è ben presente in uno scenario europeo dominato più dall' egoismo e dalla paura che non dalla speranza e dal coraggio. È aperta una grande sfida, decisiva per i democratici e per i riformisti.

Quale deve essere la nostra risposta alla crisi? Come fare avanzare un nuovo progetto? La mia convinzione è che una grande prospettiva di cambiamento debba muovere intorno a tre idee forza fondamentali: la democrazia, l' eguaglianza, l' innovazione.

Democrazia perché l' assenza di regole, di controlli, di trasparenza e di legalità che la tempesta finanziaria ha messo in drammatica evidenza nasce innanzitutto dalla asimmetria fra la crescita di un capitalismo globale e l' assenza di istituzioni in grado di regolarne lo sviluppo e di bilanciarne il peso e il potere. Questo ruolo fu svolto nei secoli scorsi dagli Stati nazionali che seppero far quadrare il cerchio della compatibilità tra sviluppo capitalistico, democrazia politica e coesione sociale - come ha scritto Ralf Dahrendorf. Oggi ci troviamo di fronte ad un vuoto di democrazia. Non sarà il ritorno agli Stati nazionali a colmare questo vuoto. Gli Stati non hanno esaurito la loro funzione; restano nodi essenziali della rete istituzionale. Ma la vera sfida è quella della costruzione di una dimensione democratica sovranazionale. Questa è stata in fondo la via dell' Europa. Anche se oggi l' Europa ci appare debole di fronte alla crisi, prigioniera di leadership miopi e conservatrici, sostanzialmente affidandosi alle scelte di singoli Paesi e rinunciando a fare della crisi l' occasione per un salto di qualità sul terreno delle politiche comuni nel campo dello sviluppo, sul terreno finanziario e della coesione sociale.

Il secondo tema centrale è quello dell' eguaglianza. Eguaglianza delle opportunità, certo. Ma anche necessaria azione pubblica per riequilibrare la distribuzione della ricchezza. La crescita selvaggia degli ultimi anni ha generato diseguaglianze crescenti non solo tra Paesi ricchi e Paesi poveri; non solo tra continenti vincenti - come l' Asia - e continenti emarginati - come l' Africa - dalla globalizzazione economica, ma all' interno stesso dei Paesi più ricchi. Gli Stati Uniti e l' Italia sono fra i Paesi tra i quali la crescita delle diseguaglianze sociali è stata maggiore negli ultimi quindici anni. L' eccessiva diseguaglianza non è soltanto ingiusta; essa diviene anche un impedimento per la crescita economica: concentrando la ricchezza in poche mani frena la crescita dei consumi e mina la coesione sociale. Non di rado, come nel caso dell' Italia, la crescita della diseguaglianza si accompagna ad una caduta della produttività del lavoro e della competitività dell' economia. Anche perché in una società dove ci sono pochissime opportunità di promozione sociale e dove il lavoro non viene valorizzato e retribuito in modo adeguato vengono meno gli stimoli a competere, a promuovere i talenti e le qualità di ciascuno. Sulle nuove politiche di welfare, sulle nuove strategie di lotta alla povertà e all' esclusione che siano in grado di ispirarsi egualmente ai valori della giustizia sociale e della promozione delle qualità individuali si giocherà una sfida importante per la cultura politica di una rinnovata forza riformista.

Infine, la terza condizione per aprire una stagione nuova è quella di puntare sull' innovazione. In questi anni la crescita è stata sostenuta dalla disponibilità di una massa enorme di lavoratori a basso costo nelle economie emergenti. Nei Paesi ricchi la finanza ha generato l' arricchimento dei gruppi dominanti indipendentemente dalla capacità competitiva delle economie. Oggi la sfida decisiva torna ad essere quella sul terreno della competitività e dell' innovazione. In particolare puntando - come ha fatto Barack Obama negli Stati Uniti - sulle tecnologie ambientali, sulle fonti alternative di energia, riducendo la dipendenza dal petrolio; sulla ricerca biomedica volta a combattere le malattie e a migliorare la vita delle persone. Insomma, lo sviluppo si orienta verso obiettivi di qualità, con lo scopo di proteggere l' ambiente naturale devastato dalla crescita selvaggia degli ultimi anni e di migliorare la vita delle persone combattendo la fame e le malattie. Per fare questo bisogna dirottare grandi risorse verso l' innovazione, la formazione, la cultura. La crisi può e deve essere, dunque, l' occasione di un grande cambiamento. L' occasione per riforme coraggiose tanto più necessarie in un Paese come il nostro, da troppi anni bloccato, incapace di crescere al livello degli altri Paesi europei, di sprigionare pienamente e liberare le sue potenzialità e le sue energie.

 

Brano della prefazione di Massimo D' Alema al suo ultimo libro «Il mondo nuovo», raccolta di riflessioni sulla crisi della globalizzazione e le sfide del Partito democratico.

 

 

 

(9 maggio 2009) - http://www.corriere.it
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