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Trasformare la protesta in proposta

Le vie d’uscita esistono ma è necessario lavorare tutti insieme nella direzione giusta.

 

 

 

Quando l’economia si blocca e non cresce più, e le prospettive delle nuove generazioni diventano incerte, la diseguaglianza si trasforma da speranza in insopportabile ingiustizia. Il progresso dei ricchi non è più infatti percepito come quella crescita della torta di cui tutti beneficeranno oppure come un traguardo che tutti impegnandosi possono un giorno raggiungere ma diventa privilegio insopportabile in un momento di generale sofferenza.
Gli indignati italiani hanno identificato i colpevoli della crisi globale nel sistema finanziario e nelle banche. La crisi dei subprime porta sull’orlo del fallimento i grandi intermediari finanziari. Gli interventi di salvataggio degli stati gonfiano i debiti pubblici e la crisi bancaria si trasforma in crisi di finanza pubblica. Ciò che è considerato insopportabile è che le grandi banche d’affari privatizzino i profitti e socializzino le perdite. Che continuino a scommettere con i soldi dei salvataggi pubblici contro la stabilità finanziaria dei loro stessi salvatori. Che ancora oggi in piena crisi per un sistema di incentivi perversi i grandi manager facciano correre rischi incredibili ai loro intermediari finanziari mettendoli il più delle volte sul lastrico e ne escano con buonuscite miliardarie. A confronto le responsabilità della casta politica sono marachelle.
Se non interveniamo subito rischiamo che la protesta perda di lucidità e diventi cieca. Non capendo ad esempio che la banca d’Italia ha giocato un ruolo fondamentale nell’impedire con la qualità della sua vigilanza che le banche italiane esagerassero coi derivati del credito. Che le responsabilità maggiori sono quelle della finanza anglosassone e di parte di quel mondo accademico finanziario d’oltreoceano di cui il documentario premiato con l’oscar “inside the job” ha messo a nudo i conflitti d’interesse con lo stesso mondo delle banche d’affari.
C’è bisogno che le energie della società civile italiana ed internazionale vengano spese su obiettivi concreti. Primo, una piattaforma di riforme dei mercati finanziari per riportare il gioco d’azzardo nei suoi porti naturali (scommesse sportive, poker) e fuori dai valori sensibili di attività finanziarie fondamentali per riportare la finanza stessa al servizio dell’economia reale. Il paradosso di oggi è che tutti i paesi emergenti che oggi sono in forte crescita (Cina, India, Brasile, economie asiatiche) hanno tutti forme di controllo sui movimenti di capitali finanziari a breve mentre siamo diventati noi il porto franco della finanza senza regole con tutte le conseguenze devastanti del caso. La piattaforma deve includere tre o quattro proposte semplici dando forza alle componenti più lungimiranti delle istituzioni internazionali che si battono per la loro attuazione (legge Dodd-Frank negli USA, proposte della commissione Vickers nel Regno Unito, proposta Barroso per la tassa sulle transazioni). Le proposte sono: riduzione sensibile della leva bancaria delle banche troppo grandi per fallire, divieto per le banche di fare trading in proprio con i depositi dei clienti (Volcker rule), regolamentazione di tutti i mercati OTC e tassa sulle transazioni finanziarie dando forte appoggio alla proposta franco-tedesca e dell’UE. E’ necessario da questo punto di vista vincere le resistenze degli inglesi che dicono che la tassa non può essere applicata se non a livello mondiale. Sono resistenze assurde perché chi parla è il paese con la Tobin tax più alta d’Europa (5 per mille) che pagano tutti coloro che diventano proprietari di azioni quotate alla borsa di Londra. Gli inglesi con questa tassa raccolgono 5 miliardi di sterline l’anno e hanno così separato i veri investitori dagli speculatori che, per aggirare la tassa e comprare e vendere vorticosamente hanno inventato dei derivati che consentono di scommettere sulle variazioni di prezzo senza acquistare i titoli (contracts for differences). Per aumentare il gettito della tassa ed evitare l’elusione, come propone la commissione Barroso, basta tassare anche i derivati o (come negli Stati Uniti) proibire i contracts for differences.
Secondo, la società civile deve scoprire la forza del voto nel portafoglio. L’economia siamo noi con i nostri consumi e risparmi. Solo premiando con la nostra spesa le aziende all’avanguardia nel tutelare ambiente e lavoro mentre producono e creano valore possiamo costruire un’economia al servizio della persona. Stiamo attraversando un cambiamento di lungo termine nel quale i diseredati di tutto il mondo spostano verso il basso il costo del lavoro nei paesi ad alto reddito. Usare i tradizionali strumenti dal lato dell’offerta (scioperi, carbon tax) non fa altro che aumentare i divari di costo rendendo ancora più difficile produrre da noi. Bisogna lavorare dal lato della domanda stabilendo regole che incentivino la responsabilità sociale ed ambientale (Ive socialmente responsabili e green consumption taxes) e premiare quei prodotti dei paesi del sud del mondo (come quelli del commercio equosolidale) che accelerano la crescita di benessere e dignità dei lavoratori in quelle aree. La globalizzazione ci costringe a lavorare per il benessere degli ultimi, unica strada per salvare anche il nostro. Le vie d’uscita esistono ma è necessario lavorare tutti insieme nella direzione giusta.

http://felicita-sostenibile.blogautore.repubblica.it   13ott2011

 

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