Tradimenti, complotti, ossessioni il trionfo del pensiero magico
Le crisi economiche incoraggiano il dilagare di una paranoia collettiva
Più che a una patologia, la paranoia somiglia a un sentimento, sembra uno stato
d´animo generale, e oggi la crisi con il disorientamento che produce accentua
questa sorta di mood paranoico che del resto ha già segnato tragicamente il
Novecento. Così la pensa Luigi Zoja: «Senz´altro le crisi economiche
incoraggiano il dilagare di una paranoia collettiva, impossibile da
diagnosticare, proprio perché condivisa. Oggi però ad alimentarla è soprattutto
la vittoria del populismo mediatico, che ha preso il posto delle ideologie e
della politica, con tutte quelle formule semplificate che spiegano "cosa
c´è dietro". Se, dopo la
Prima guerra mondiale, "dietro" la catastrofe
militare ed economica della Germania si fantasticava su una congiura degli
ebrei, ora si potrà dare la colpa della crisi agli immigrati, anche se gli
specialisti dicono che senza di loro andrebbe anche peggio. A non dirlo sono i
mass media di cattiva qualità che così moltiplicano la paranoia, anche senza
volerlo».
La follia che fa la storia, sarà meglio partire dal sottotitolo per dire del
nuovo libro di Zoja sulla Paranoia (Bollati Boringhieri, pagg. 468, euro 28).
Meglio perché l´autore, celebre analista junghiano, non ha scritto un saggio
"di psicoanalisi". È di un disturbo della mente che tratta, ma
soprattutto di un´"infezione psichica" - per dirla con Freud - che
contagia le masse, crea un panico diffuso fino al terrore e quindi all´euforica
soppressione del Nemico, dell´Altro. È successo tante volte nel corso dei
secoli, con l´apoteosi catastrofica dei totalitarismi, e quello di Zoja risulta
un grande affresco storico che si affida anche alla tragedia greca ("La
follia di Aiace") o alla letteratura ("Il sussurro di Iago").
Oggi non si rischierà di essere anche più
paranoici di ieri?
«Siamo più impreparati a misurarci con i mali della psiche collettiva: l´Europa
vive in pace da 66 anni, ma proprio questa serenità di superficie ci rende
inadatti a contenere gli impulsi paranoici. Un paese come l´Italia è esposto
particolarmente, perché da noi prevale una rappresentazione irreale e
infantilizzata del mondo e ogni problema può esser sentito come un tradimento,
un complotto... Ad esempio, ora ci ossessionano gli speculatori senza pensare
che da tempo viviamo molto al di sopra delle nostre possibilità».
Per i greci la paranoia era un pensiero
(nóos) che va oltre: delira (para-). Perché è un disturbo difficile da
ricostruire?
«Perché fra tutte le malattie della mente, si presenta priva di fattori
organici, tant´è vero che quasi non esistono farmaci che la possano
contrastare. Quindi si suppone che sia dovuta alle condizioni in cui il
paranoico è cresciuto, sempre però individuali e infinite come gli esseri
umani. Anche se spesso ci sono fattori più tipici di altri: un padre violento,
una madre insicura, una famiglia fredda».
Diffidenza, sospetto, manie di
persecuzione sono i tratti che caratterizzano il paranoico. Ma perché lei lo
vede anche come un plumbeo "nano negli affetti", sprofondato in
"un abissale sentimento di solitudine"?
«Perché in genere è così: il paranoico non sa amare e neppure sa ridere, e di
solito il vuoto e la solitudine che ne derivano sono sperimentate già
nell´infanzia. Vivere senza gli altri però è innaturale, contrario ai bisogni
della mente, e quindi l´inconscio porta comunque a tornare verso gli altri
seppure in modo perverso, attraverso una curiosità negativa se non distruttiva.
Spesso poi si innesta un delirio di grandiosità compensatorio: il paranoico
immagina di essere un genio incompreso, e di conseguenza che gli altri lo
invidiano e complottano contro di lui. Peggio ancora nel caso dei paranoici di
successo che costruiscono vere teorie complottistiche, fanno seguaci, formano
movimenti. Una via percorsa sia da Hitler che da Stalin, dove la
"scoperta" di un nemico assoluto rimane il dogma granitico di base,
un nucleo delirante alimentato paradossalmente da tutte le prove contrarie».
Come a dire: i passaggi successivi,
apparentemente logici, sono al servizio dell´assurdità di partenza. Fa un
esempio, anche solo un flash di questa singolare follia?
«Schiacciata la Polonia,
Hitler chiede rapporti e filmati sui ghetti. Naturalmente le condizioni sono
spaventose. Ma, invece che conseguenza della repressione, quelle tremende
condizioni a lui confermano la causa di tutto: gli ebrei sono moralmente
degenerati e quindi amano vivere nella degenerazione... Per quest´atteggiamento
mentale, scrivo che la paranoia è l´unica malattia capace di fare la storia».
Sulla copertina del suo libro, c´è una
foto di Life del ‘44. Ritrae una bella ragazza bionda che sembra meditare sulla
finitezza della vita...
«E invece sta scrivendo al fidanzato per ringraziarlo di averle inviato il
teschio di un soldato giapponese: di una scimmia, secondo la propaganda
americana. Il bacillo dell´odio, della furia guerriera e razzista, si è posato
con lievità direi estetica anche su quella scrivania di Phoenix».
Perché non è facile riconoscere un
paranoico?
«Perché l´uomo che, immerso nella folla, chiede urlando la morte di una
minoranza è lo stesso che poco fa aiutava i suoi bambini a fare i compiti.
Riscaldato dall´aggressività degli altri, sente che è possibile deviare la
tragicità della condizione umana: non è detto che si debba morire, si può
trasferire la morte sugli avversari. È un piano inclinato che frana e scivola
naturalmente verso la catastrofe».
Qui l´argomento è psicoanalitico: sta
dicendo che la paranoia si basa sulla rimozione inconscia della morte?
«È così da sempre, soprattutto quando il paranoico "pensa"
all´interno di una massa. All´inizio di ogni guerra, si sa che porterà un bagno
di sangue, ma la possessione collettiva fa sostituire al pensiero ragionevole
una sorta di pensiero magico. Sì, verrà la morte, ma non per noi: solo per i
nemici che la meritano. Così dice la propaganda, ed è incredibile come in tutti
i tempi possa funzionare».
È vero che ha
cominciato a scrivere questo libro dieci anni fa, quando viveva ancora a New
York?
«Sì, ero a Manhattan quando c´è stata la tragedia delle Torri, ed è stata la
reazione di Bush, la sua politica impostata sulla paura di nuovi attacchi, la
molla di una riflessione che mi ha impegnato per così tanto tempo - ne parlerò
al Festival di Mantova proprio domenica 11 settembre. È stata la diffidenza
paranoica, diventata dottrina ufficiale del governo americano, a consentire
attacchi preventivi giustificati dal semplice sospetto. Si è invaso l´Iraq
perché si immaginava che avesse armi di distruzione di massa».
Perché dedica il capitolo conclusivo a
Shakespeare?
«Perché la sua è una lezione insuperabile su come un uomo generoso possa farsi
"infettare" dalla paranoia, se gli è somministrata in modo graduale e
sommesso. Otello si trasforma in un mostro paranoico e a trionfare è la
genialità di Iago, un eroe moderno dotato del potere di comunicare e
convincere. Oggi allora il nostro compito è rifiutare la manipolazione delle
coscienze. Se non restiamo consapevoli, un pensiero perverso può sempre
contagiare quello equilibrato. Oggi noi dobbiamo dire di no a Iago».
Repubblica 2.9.11

Precedente: La finanza è ormai un problema di autocontrollo








