Testamento biologico la Svizzera batte tutti
Nuova legge in arrivo. E i vescovi non si oppongono : "Prendiamo atto, è il frutto della società nella quale viviamo"
In un celebre film Orson Welles sentenziava che secoli di pace avevano fatto degli svizzeri un popolo incapace di andare oltre l’invenzione dell’orologio a cucù. Non è vero. «Anni e anni di guerre di religione ci hanno fatto capire che il dialogo è un valore fondamentale», spiega Alberto Bondolfi, docente di Teologia a Losanna. L’ultimo esempio arriva dalla approvazione della riforma del codice civile in materia di diritti del malato con l’introduzione dell’obbligo per tutti i Cantoni di garantire le «direttive anticipate», quello che in Italia chiamiamo testamento biologico.
Se il contenuto delle modifiche ci può essere da esempio, il metodo con cui ci si è arrivati è una vera lezione. «La nuova norma - spiega Olivier Guillod, docente di diritto privato all’Università di Neuchatel - prevede la possibilità di lasciare indicazioni sulle cure mediche alle quali si vuole o non si vuole essere sottoposti in caso di perdita della capacità di intendere e di volere», compresa l’alimentazione e idratazione artificiale. «Si tratta di indicazioni vincolanti - precisa - alle quali il medico deve attenersi». «La norma - ricorda invece Bondolfi - prevede la possibilità di indicare un "rappresentante terapeutico" delle ultime volontà al quale si può dare carta bianca». Ma ciò che visto da Roma appare straordinario è la serena concertazione con la quale si è arrivati a riformulare la legge. Gli svizzeri sono chiamati ad esprimersi via referendum su qualsiasi dettaglio della vita, ma a nessuno è venuto in mente di convocarne uno per fermare la riforma. «La Chiesa cattolica - spiega il professor Andrés-Marie Jerumanis, membro della Commissione bioetica dell’episcopato svizzero - non è voluta entrare nel merito, prendiamo atto che le "direttive anticipate" sono il frutto della società nella quale viviamo: faremo sentire la voce profetica della Chiesa per evitare che questo primo passo ci possa portare alla deriva». Il tanto deriso orologio a cucù degli svizzeri segna un’ora che in Italia non è ancora arrivata.
http://www.repubblica.it - giovedì, 21 maggio 2009

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