Sud, basta coi luoghi comuni
Ancora oggi c'è chi al leghismo di Bossi contrappone l'immagine di un Mezzogiorno fiorente depredato dal Nord. E' una balla. I veri motivi dell'arretratezza del Meridione sono altri
Il lamento meridionalista si rinnova. Era il 1990 quando
Rino Nicolosi, presidente della Regione Sicilia, disse: "Sappiamo in molti
qui al Sud che siamo ormai vicini al punto del non ritorno posto dai nostri
problemi irrisolti". Ribadito oggi dall'attuale presidente Raffaele
Lombardo. Intanto presso Napoli i dimostranti contro i rifiuti nella discarica
di Terzigno bruciano la bandiera nazionale.
Ritorna la vecchia storia del Nord ricco e industriale che sfrutta il Sud
povero agricolo e lo depreda dal poco di benessere che aveva raggiunto. Facendo
eco alla lunga campagna meridionalista durata per tutta l'Italia unita che,
accanto a buoni e ragionevoli argomenti, allinea le lamentele di comodo e oggi
di nuovo di moda. La Sicilia
e il Sud ricchi depredati dai nordisti, come sostiene Lombardo, è in buona
parte un'invenzione demagogica. Il Sud e la Sicilia del regno borbonico, liberati o
conquistati da Garibaldi, ricchi e progrediti certamente non lo erano.
Il Sud è povero da secoli e lo è ancora. Due capitali popolatissime, Napoli e
Palermo, e attorno migliaia di villaggi poveri, inospitali, dimenticati. Le
differenze con il Nord nell'anno dell'unità enormi, a cominciare dalle strade:
al Nord 67 mila chilometri, al Sud 15 mila. Quando il presidente Berlusconi
annuncia in Parlamento che in breve risolverà il problema dell'autostrada
Salerno-Reggio Calabria l'assemblea ride e rumoreggia, perché tutti sanno che è
sempre in costruzione o riparazione.
Il Sud viene definito "uno sfascio pendolo" in perenne frana. Ci sono
paesi, si legge in una cronaca di fine Ottocento, dove una lettera messa alle
poste a Castrovillari impiega ad arrivare due volte il tempo che da Londra o da
Parigi. Neanche un chilometro di ferrovia sotto Salerno nell'anno dell'unità,
il 90 percento di analfabeti in Sardegna, l'89 in Sicilia, l'86 in Calabria e in Campania.
Egregio onorevole Lombardo, ci voleva un bel coraggio da parte di un Nord che
lei definisce predone e oppressivo a prendere sulle braccia un simile fardello?
Quante volte il meridionalismo onirico ci ha raccontato come lei che
l'industria del Sud era fiorente e che fu sacrificata al Nord. Le industrie
tessili del Sud non vendevano una pezza sul mercato europeo, l'arsenale dei
Borboni era certamente per l'epoca un grande complesso industriale, con più di
mille operai che producevano navi, locomotive, cannoni e macchine, ma fuori
mercato, destinato a fallire già nel 1870. Scrive lo storico Carlo De Cesare:
"L'industria napoletana era armonica ma immobilista e senza prospettive.
Le campagne separate dalla capitale con scarsissime comunicazioni, un livello
culturale infimo, debolissime attrezzature civili".
Un altro luogo comune è che nel Sud la rivoluzione agraria fallì per colpa del
capitalismo nordista. Ma a dire il vero le condizioni dell'agricoltura meridionale
erano pessime e così ne scriveva in francese Fulchignon: "O il latifondo o
contadini così poveri e ignoranti da non poter diventare imprenditori. Si
accontentano di piantare qualche ulivo o qualche gelso e vivono in condizioni
bestiali".
I movimenti secessionisti meridionali che copiano quello leghista sono
insensati. La crisi del mondo contemporaneo è altra, di essere senza governo,
di affidare solo agli appetiti del capitalismo la programmazione della
produzione e dei consumi, di non capire che questo andare verso il futuro in
ordine sparso in affannosa caotica lotta per accaparrarsi i mercati nuovi
abbandonando i vecchi porta soltanto al generale disastro
http://espresso.repubblica.it (26 novembre 2010)

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