Stampare moneta, vedere ripresa
È opinione diffusa che un risanamento strutturale dei bilanci pubblici forte e coordinato, focalizzato sulla spesa, possa far sbocciare cento fiori nel settore privato.
Festina lente (affrettati lentamente) è un consiglio che abbiamo ereditato dagli antichi romani. I politici occidentali odierni dovrebbero farne tesoro. Di fronte agli enormi deficit di bilancio, molti sono arrivati alla conclusione che il risanamento va affrettato il più possibile, nella speranza che produca effetti espansivi. Quante probabilità ci sono che vada così? Poche, secondo me. E ci sono anche a disposizione alternative migliori. Ma il loro inconveniente è che si tratta di misure non ortodosse, e purtroppo molte persone "di buon senso" preferiscono recessioni ortodosse a riprese non ortodosse.
In che modo un drastico risanamento strutturale dei conti pubblici può
favorire la ripresa? Come osservano i due professori di Harvard Alberto Alesina
e Silvia Ardagna in un autorevole saggio (Il Sole 24 Ore del 14 febbraio
scorso), se c'è un deficit probabile più contenuto la fiducia di consumatori e
investitori può migliorare, facendo crescere i consumi e facendo scendere i
premi di rischio sui tassi di interesse.
Contemporaneamente, sul versante dell'offerta, il risanamento potrebbe
incrementare l'offerta di manodopera, di capitali o d'imprenditorialità. Le
conclusioni generali di questo saggio sono che le correzioni dei conti pubblici
«basate su tagli della spesa e nessun incremento delle tasse hanno maggiori
probabilità di ridurre il deficit e il debito pubblico in rapporto al Pil di
quelle basate su incrementi delle tasse. Inoltre, i risanamenti operati
intervenendo sulla spesa piuttosto che sulle tasse hanno minori probabilità di
dare origine a una recessione».
Questa linea di pensiero ha rafforzato la determinazione di George Osborne, il
cancelliere dello scacchiere del nuovo esecutivo britannico. Ma è convincente?
In una parola sola: no. Gli autori si basano sui dati relativi ai paesi dell'Ocse
tra il 1970 e il 2007. Ma l'impatto del risanamento dei conti pubblici dipende
dalle circostanze.
Una riduzione del disavanzo dev'essere compensata da variazioni nel saldo con
l'estero e nel saldo del settore privato. Se si vuole che la contrazione della
spesa pubblica produca effetti espansivi, devono aumentare le esportazioni
nette e deve salire la spesa privata, o scendere il tasso di risparmio del
settore privato.
Dunque, gli effetti della contrazione della spesa pubblica
saranno molto diversi se avvengono in pochi piccoli paesi invece che in molti
grandi paesi contemporaneamente come adesso, se il settore finanziario è in
buona salute e non azzoppato come adesso, se il settore privato non è
fortemente indebitato come adesso, se i tassi d'interesse sono alti invece di
essere quasi a zero come adesso, se la domanda esterna è vivace invece di
essere stentata come è adesso, e se i tassi di cambio reali subiscono forti
deprezzamenti invece di restare fissi come è adesso.
Insomma, quando, come ora, le economie colpite dalla fragilità del settore
finanziario equivalgono alla metà dell'economia mondiale (anzi, se si mette nel
conto l'economia giapponese, tuttora fragile, si arriva quasi al 60%), quando
la grande economia più dinamica del pianeta (la Cina) segue una politica mercantilista, quando i
tassi d'interesse sono prossimi allo zero e quando le famiglie e le imprese
faticano ad accedere al credito, l'idea che un risanamento prematuro dei conti
pubblici possa produrre effetti solidamente espansivi è sicuramente fuori dal
comune. Io spero che sia vero. Ma non ci sono molti motivi per crederlo.
Un altro studio, dello Us Committee for a Responsible Federal Budget, ha
esaminato i casi del Canada, della Danimarca, della Finlandia, dell'Irlanda e
della Svezia. Quello che emerge è l'importanza della domanda esterna e, in
molti casi, di un fortissimo deprezzamento del tasso di cambio. Questi esempi
di successo sono di qualche utilità per la situazione in cui si trovato
attualmente gli Stati Uniti e l'Unione Europea? Ne dubito fortemente.
Un altro approccio ancora consiste nel trovare una situazione che abbia forti
analogie con quella odierna. Il termine di paragone più efficace sono gli anni
30, dal punto di vista della percentuale dell'economia mondiale colpita dalla
crisi, dal punto di vista dei tassi d'interesse bassi e dal punto di vista del
contesto generale disinflattivo (o, in questo caso, deflattivo). Uno studio
pubblicato l'anno scorso è arrivato alla conclusione che quando si è tentata la
strada degli stimoli di bilancio il successo è arrivato. Ne consegue che il
risanamento dei bilanci a quell'epoca avrebbe avuto - anzi, ebbe - effetti
contrattivi sull'economia.
Nelle circostanze attuali, la convinzione che un risanamento concertato dei
bilanci pubblici in tutti i paesi industrializzati possa produrre effetti
espansivi è, per usare un eufemismo, ottimistica. A questo punto mi chiederete:
qual è l'alternativa? Se questi deficit enormi persistono, i mercati si
spaventeranno, i tassi d'interesse saliranno e le dinamiche del debito
diventeranno realmente drammatiche.
Ho due risposte a questo proposito.
La prima, che ho esposto la settimana scorsa, è che il ciclo di deleveraging
sta generando colossali eccedenze nel settore privato in tutto il mondo
industrializzato. A meno che queste eccedenze si trasformino in surplus
complessivi nel saldo con l'estero (con il contraltare di deficit nei paesi
emergenti) dovranno essere investite in titoli di stato. Tutto questo
contribuisce a spiegare perché i rendimenti sui titoli di stato dei governi
meno a rischio rimangono bassi.
La seconda risposta è che se i governi hanno la necessità di tenere in piedi un
disavanzo, per sostenere la domanda in un momento di debolezza del settore
privato, possono sempre prendere in prestito denaro dalle Banche centrali. Sì,
sto parlando di "stampare moneta".
È una misura follemente radicale, raccomandata da quel folle radicale che era
Milton Friedman nel lontano 1948. La sua opinione era che il governo poteva
espandere la massa monetaria durante le recessioni e contrarla nei successivi
periodi di boom economico. Un paese con una moneta a corso forzoso e
fluttuante, dunque, potrebbe stabilizzare l'economia senza destabilizzare i
mercati del credito. La cosa bella di questa proposta è che non bisogna
scegliere se puntare prevalentemente sulla politica di bilancio o sulla
politica monetaria: sono due facce della stessa medaglia.
La tesi in favore di un'espansione monetaria aggressiva rimane forte, anche se
non allo stesso modo ovunque, dal momento che la crescita della moneta in senso
ampio e del Pil nominale è debole. Dunque la politica raccomandata da Friedman
di "espansione quantitativa", come viene chiamata, ha ancora una sua
logica. Sto consigliando di adottare la politica economica di Robert Mugabe?
No. Come per qualunque altra cosa, è il contesto che conta. Al momento attuale,
abbiamo "troppo poco denaro per troppi beni". In un contesto simile,
la politica monetaria dev'essere aggressiva.
Quando l'economia si sarà ripresa, gli effetti monetari dovranno essere
revocati mediante eccedenze di bilancio ottenute con un controllo a lungo
termine sulla spesa. Sul breve periodo, delle modifiche ai parametri sulle
riserve obbligatorie possono compensare l'impatto sull'espansione monetaria della
crescita dei depositi delle banche commerciali presso la Banca centrale. Poiché, in
pratica, la massa monetaria è trainata più dalla domanda di credito che dalle
riserve, tutto questo forse non sarebbe necessario.
È opinione diffusa che un risanamento strutturale dei bilanci pubblici forte e
coordinato, focalizzato sulla spesa, possa far sbocciare cento fiori nel
settore privato. Io spero che sia vero. Ma ne dubito. I governi dovrebbero
affrettarsi piano. Se tutti si affretteranno veloci, potrebbero - e potremmo -
rimpiangerlo quasi altrettanto in fretta.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
http://www.ilsole24ore.com 23 giugno 2010

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