Solo ricette suicide per la crescita
Rilanciare la crescita è una strada necessaria ma ardua da trovare e da percorrere.
Che in tale situazione il presidente Silvio Berlusconi si
permetta prima battute quali l´invito a investire nelle sue aziende «che
continuano a fare utili», poi assicuri che la situazione non può peggiorare, e
spiattelli sul momento un piano anti-crisi in otto punti, vuoto di qualsiasi
sostanza, offende l´intelligenza di tutti i cittadini italiani. Come uno può
pensare sul serio di rilanciare la crescita mediante un ampliamento della
libertà economica da inscrivere nella Costituzione, quasi che tale libertà non
esistesse quando negli anni 60 il paese cresceva al tasso del 5-6 per cento
l´anno? O di modernizzare il mercato del lavoro, quando alcuni milioni di
lavoratori giovani e meno giovani hanno già sperimentato di persona che cosa
ciò significa nell´età berlusconiana, se non precarietà, retribuzioni stagnanti
da quindici anni, sindacati in difficoltà, diritti dei lavoratori in declino?
Quando non siano battute offensive oppure trovate inimmaginabili, come
modificare la
Costituzione per rilanciare subito la crescita, gli otto
punti del piano anti-crisi indicati dal presidente del Consiglio sembrano ripresi
tal quali dalle vecchie ricette del Fondo monetario internazionale. Bisogna
ridurre a ogni costo la spesa pubblica. Avviare un grande piano di
privatizzazioni dei servizi pubblici. Modernizzare il sistema di welfare e le
relazioni sindacali (cioè tagliare le prestazioni del primo e ridurre al minimo
il potere dei sindacati). Sono ricette di destra, che la crisi iniziata nel 2007 ha contraddetto in
ogni possibile modo, ma che il governo italiano e la maggior parte dei governi
Ue, combinando ottusità, incompetenza e un tot di malafede, hanno ora ripreso
come rimedi alla crisi, trasmessa dalle banche ai bilanci pubblici.
Prima di indicare perché dette ricette sono suicide, sotto il profilo
economico, politico e sociale, non si può far a meno di notare, con qualche
preoccupazione, che le proposte avanzate dalle parti sociali contengono ricette
del tutto analoghe. Il loro «drastico programma per rilanciare la crescita»
chiede a sua volta di tagliare la spesa pubblica, lanciare un piano di
privatizzazioni, modernizzare (rieccolo, il più minaccioso dei termini quando
si parla di riforme) le relazioni sindacali e il mercato del lavoro. Che un
tale piano sia stato redatto e sottoscritto da Confindustria è comprensibile.
Che sia stato sottoscritto anche dalle confederazioni sindacali, tra cui
nientemeno che la Cgil
(anche se la segretaria Susanna Camusso ha detto di non essere del tutto
d´accordo in tema di privatizzazioni), sta forse a indicare che la situazione è
percepita di tale gravità da costringere tutti a non badare più all´identità
del vicino nella scialuppa di salvataggio. Ma forse anche - e questo vale per
tutta la Ue - che
«gli dei fanno uscire di testa coloro che vogliono condurre a perdizione».
Sia nel piano anti-crisi buttato lì dal presidente Berlusconi, sia nelle
proposte delle parti sociali a lui presentate per rilanciare la ripresa, si
avverte nel fondo un´idea scriteriata: che la spesa pubblica sia una passività
che bisogna assolutamente ridurre allo scopo di far crescere l´economia. È
un´idea che le due parti paiono condividere con la destra repubblicana in Usa,
quella che ha appena voluto tagliare l´assistenza ai poveri ma non le tasse ai
super-ricchi, perché così, osa sostenere, si crea occupazione. Che l´idea non
stia in piedi lo dice perfino l´Onu, in un recente rapporto sulla situazione
economica mondiale: «Molti governi, in specie nei paesi sviluppati, stanno
orientandosi verso l´austerità di bilancio. Ciò inciderà negativamente sulla
crescita economica globale durante il 2011 e il 2012».
Ma nei due documenti in parola, oltre alle idee sballate, spiccano quelle che
mancano. Non c´è in essi, ad esempio, una parola sul fatto che l´Italia non
cresce perché i suoi investimenti in ricerca e sviluppo sono al fondo delle
classifiche Ocse. E qui le imprese non possono puntare il dito contro lo stato,
perché se è vero che questo ha contribuito alla povertà della R&S, sono
esse che hanno chiuso o malamente ridimensionato i grandi centri di ricerca che
l´industria italiana vantava negli anni 60 e 70, nel settore della chimica,
della metallurgia, delle telcomunicazioni. Per tacere infine di un´assenza
macroscopica, nei due documenti, del problema alla base della bassa crescita:
la redistribuzione del reddito dal basso verso l´alto avvenuta negli ultimi decenni.
Almeno 8-10 punti di Pil sono migrati in Italia (ma anche in altri paesi Ue)
dai salari ai profitti e alle rendite. Se non si interviene su questo snodo
fondamentale, cominciando almeno con il discuterne, di ripresa se ne riparlerà
nel 22mo secolo.
| 05 Agosto 2011

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