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Rothko4

Siamo certi che al governo convenga davvero riformulare l' articolo 41?

A proposito di modifiche costituzionali


 

Nel dibattito che si è svolto sulle proposte di modifica costituzionale annunciate dal governo - e in particolare la riformulazione dell' art. 41, secondo il quale «la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l' attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali» - tre conclusioni sembrano acquisite. La prima è che una modifica della prima parte della Costituzione è possibile secondo le procedure previste dalla Costituzione stessa e, di per sé, non è incongrua o scandalosa. La seconda è che essa non è indispensabile al fine di procedere a un' opera di radicale semplificazione legislativa o di promuovere un indirizzo politico più liberale. La terza è che la nostra Costituzione è figlia di un clima culturale ed espressione di un compromesso politico piuttosto lontani dall' aria che si respira oggi da noi e nei principali Paesi capitalistici avanzati. Non dico nulla sulla prima conclusione perché è ovvia. Nulla anche sulla seconda, perché non conosco le ragioni che hanno indotto il governo ad aprire un fronte così delicato: una vera convinzione che gli impacci incontrati dal governo e dalle imprese nella loro azione dipendono da quell' articolo? L' intenzione di scompaginare il campo dei partiti di centro e di sinistra? Di sicuro c' è solo che Tremonti farebbe un po' fatica, nel suo stesso schieramento politico, a introdurre in Costituzione la «norma rivoluzionaria» e transitoria cui fa cenno nella sua lunga intervista a Cazzullo sul Corriere del 31 maggio: «tutto è libero, tranne ciò che è vietato dalla legge penale o europea». Vorrei invece dire qualcosa sulla terza conclusione, quella sul clima politico. Del clima che prevaleva ai tempi della Costituente molto, se non tutto, è stato scritto in opere ponderose di costituzionalisti e storici: mi limito ora a una osservazione che l' inquadra in un contesto internazionale più ampio, cui ne aggiungo un' altra che invece ci riporta alla situazione odierna del nostro Paese. Norme come il nostro articolo 41, o analoghe affermazioni di principio in altre Costituzioni postbelliche, non hanno dato alcun fastidio per un lunghissimo periodo. La rivoluzione neoliberale di Thatcher e Reagan, la fine della grande crescita legata all' industrializzazione fordista, l' implosione del comunismo sovietico e da noi, per sovrammercato, la scomparsa dei grandi partiti che erano stati i promotori del compromesso costituzionale, hanno creato un clima del tutto diverso. Hanno spezzato l' egemonia culturale che, da Bretton Woods sino agli anni ' 80 del secolo scorso, si era creata intorno alle idee di Keynes e Beveridge, all' economia sociale di mercato, alla concezione che lo Stato debba farsi promotore della piena occupazione e del benessere dei suoi cittadini attraverso sia interventi diretti, sia una regolazione dell' impresa privata. E a quell' egemonia hanno sostituito un' altra concezione egemonica, quella che, per mancanza di espressioni migliori, siamo soliti definire come neo liberale. È in questo contesto che si svolge la vicenda italiana, le cui peculiarità derivano in buona misura dalla rottura del sistema partitico della Prima Repubblica. In Germania, dove i grandi partiti sono sempre gli stessi, nessuno intende toccare il mantra dell' economia sociale di mercato, ... requiescat in pace: assai più concretamente, si pongono vincoli costituzionali ai disavanzi pubblici, ciò che al tempo della Commissione bicamerale era stato suggerito anche da noi attraverso una revisione dell' art. 81. Perché in Italia si vuole ora toccare l' articolo 41, quando non è indispensabile farlo? Ho già detto che non sono in grado di rispondere a questa domanda. Sono però in grado di accennare a una possibile conseguenza, qualora il governo dovesse dar seguito all' intenzione dichiarata. Se si apre un processo di revisione costituzionale, mi sembra difficile che l' opposizione si lasci mettere nell' angolo di una difesa a oltranza delle poche norme che risentono del vecchio compromesso. Chiederà di discutere l' impianto di tutta la prima parte e impugnerà una bandiera liberale, una bandiera che può essere impugnata sia dalla destra che dalla sinistra. Una bandiera molto esigente: un rigoroso liberalismo democratico richiede una regolazione seria dei conflitti di interesse, i cui principi potrebbero essere scritti in Costituzione; richiede una caccia alle rendite e uno stimolo alla competizione e al riconoscimento del merito assai più intensi di quelli in uso da noi, e dunque un sostegno costituzionale al principio di concorrenza; richiede autorità di vigilanza garantite costituzionalmente, dotate di poteri forti e indipendenti rispetto al governo e ai soggetti vigilati. Richiede soprattutto un intervento costituzionale nel campo minato del pluralismo mediatico: nell' Italia e nell' Europa dell' immediato dopoguerra la televisione non c' era e del problema di formazione dell' opinione pubblica - un problema centrale della teoria liberale e democratica - si occupavano i grandi partiti e i loro giornali. In tutti questi campi il nostro governo è proprio così sicuro del suo liberalismo? Non rischierebbe di farsi sottrarre la palma liberale, anti oligarchica, democratica, dai suoi avversari? Perché ci tiene tanto ad aprire oggi questo vaso di Pandora?


 Corriere della Sera  (18 giugno 2010)

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