Si spara su Einaudi
Difesa del grande editore, del ruolo storico esercitato sulla cultura italiana e delle sue ragioni, dopo gli attacchi del direttore della Mondadori.
Puntuale come un meccanismo ad orologeria arriva l’attacco
alla Einaudi: una volta alla sua pervicace, quasi massonica pretesa di
egemonismo; un’altra alla sua forsennata ambizione di governare il Partito
(comunista, s’intende); un’altra alla sua cedevole disponibilità a farsene
governare; un’altra ancora alle scelte presuntuosamente aristocratiche dei suoi
redattori ed autori (gli uni e gli altri, il più delle volte, con
un’insopportabile puzza sotto il naso). Questa volta l’attacco è mosso
direttamente al suo fondatore ed eroe eponimo, Giulio Einaudi, appunto,
responsabile, più che di aver creato la
Casa editrice che ne porta ancora il nome (come sarebbe
giusto), di averla disfatta. Strano: l’autore dell’attacco è una persona che
conosco come seria e posata, Gian Arturo Ferrari, che per ragioni di età
lascerà la carica di direttore della divisione libri della Mondadori ed ha
assunto quella di presidente del Centro per il libro e la lettura, giustamente
offertagli dal Ministro Bondi. Ma tant’è. Un colpo di vento può capitare a
chiunque.
Nel merito si possono fare, sinteticamente, tre ordini di considerazioni. Il
primo è: l’«egemonia culturale» è come il coraggio, chi non ce l’ha, non se la
può dare. Se fra gli anni ‘40 e i ‘70 questa egemonia l’ha avuta
indiscutibilmente la Einaudi,
invece di esorcizzare bisognerebbe capire. Per carità: questo non significa che
nel campo dell’editoria culturale in Italia nel medesimo periodo (o quasi) non
ci sia stato altro. Basta fare i nomi, per giunta a me cari sia in passato sia
oggi (e credo di averlo dimostrato) di Laterza e Feltrinelli, per rendersene
conto. Ma è un’altra cosa. Egemonia culturale vuol dire praticare
sistematicamente le strade che, insieme con il prodotto librario, percorrono le
tendenze di ricerca più vive e più di avanguardia nel proprio paese e nel
mondo. Questo ha fatto in Italia la
Einaudi: andare alla ricerca delle tendenze culturali più
vive e più di avanguardia, ospitarle e a sua volta alimentarle. Evidentemente è
questa la colpa non irrilevante che le si rimprovera oggi, dove è dominante la
rincorsa all’appiattimento e alla mediocrità.
Secondo: quando si attacca la
Einaudi per l’uno o per l’altro dei motivi sopra ricordati, e
per altri ancora, io provo sempre l’impressione che, al di là di quella sigla
editoriale, s’attacchi il meccanismo culturale che essa ha largamente praticato
e che in generale va oggi incontro a difficoltà d’ogni genere. Bisogna invece
ribadire questo punto: l’editoria che guarda al grande mercato non può, non
potrà mai svolgere le funzioni che svolge l’editoria culturale. Anche in questo
caso, certo, le eccezioni non mancano. Una collana come "I Meridiani"
è culturalmente ammirevole, ma è un’altra cosa. La ricerca delle nuove strade
si è svolta necessariamente altrove: in Einaudi, appunto, e, come dicevo,
altrove.
Terzo: la figura del fondatore ed eroe eponimo, Giulio Einaudi. Non mi verrebbe
mai in mente di definirlo megalomane: se mai, eccezionale, uno che ha pensato
in grande dall’inizio alla fine della sua vita. Se vogliamo esser precisi fino
in fondo, anche sul piano storico, dovremmo dire infatti che le due «grandi
opere», che per sua scelta caratterizzano il passaggio fra gli anni ‘70 e gli
‘80, e dunque preludono alla crisi, - e cioè la Storia d’Italia e l’
Enciclopedia, - sono andate incontro a riuscite economiche molto dissimili
(ottime la Storia,
molto mediocri l’Enciclopedia), senza che di ambedue si possa mettere in dubbio
il carattere pionieristico e fondativo (sul quale, per richiamare l’attenzione
in concreto sul nesso editore-intellettuali-ricerca, ebbero un ruolo di
primaria importanza due studiosi del calibro di Corrado Vivanti e Ruggiero
Romano). Osserverò di sfuggita che l’anno medesimo della Grande Crisi usciva il
primo volume della Letteratura italiana, cui si possono attribuire molti
difetti, ma non quello di non essere andata benissimo sul mercato, anche in
tempi molto difficili. Forse a spiegare la Grande Crisi
servirebbe di più richiamare la folle corsa al rialzo degli interessi bancari
fra i ‘70 e gli ‘80 che non la megalomania egemonistica del fondatore.
Ma veniamo brevemente al presente. Che bisogno ci sarebbe di attaccare così
veementemente la Einaudi
del passato se la Einaudi
di oggi fosse un cane morto da seppellire, una sorta di scheletro vuoto intorno
al quale danzare il rito dell’addio? La mia tesi è che non è così, e questo è
forse ciò che spiega la durezza e l’insistenza degli attacchi. Nella mia
esperienza la Casa
editrice, - voglio esser chiaro: tutta la Casa editrice, dagli Amministratori delegati
nominati dalla proprietà, e forse vittime di un rapido processo
d’innamoramento, allo staff redazionale ai tecnici, - si è battuta in questi
anni per continuare quella tradizione: cioè per restare, - non trovo altro modo
per dirlo, - nel solco scavato un tempo da Giulio Einaudi (con il necessario
rispetto, ça va sans dire, del nuovo e dell’imprevisto). Ci riesce? Ci riesce
sempre? Fino a che punto ci riesce? Questo sarebbe un discorso più serio: ma è
quello che si fa continuamente nella Casa editrice, e accanto a lei. Ritorna il
sospetto già manifestato: forse è questa la Giulio Einaudi
editore che dà fastidio, non quella di trenta-cinquant’anni fa. Se è così, lo
sapremo presto.
La Repubblica, 30 novembre 2009

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