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Si guadagna poco, ma non è colpa dell'inflazione

In Italia i bassi salari non sono colpa dell'inflazione, bensì della bassa produttività.

 

 

Secondo l’Ires-Cgil i lavoratori italiani per colpa dell’inflazione hanno perso 5.500 euro negli ultimi dieci anni. Secondo noi non è andata così. Anzi, dai nostri calcoli emerge che il potere d’acquisto dei lavoratori è oggi leggermente aumentato rispetto a quello di dieci anni fa. Questo non cancella il fatto che in Italia esista una questione di bassi salari. Ma i bassi salari non sono colpa dell’inflazione, bensì della bassa produttività.

 

SALARI E INFLAZIONE

3.384 euro: è la cifra che i lavoratori Italiani avrebbero perso negli ultimi dieci anni in termini di potere d’acquisto secondo lo studio Ires-Cgil ripreso ampiamente dai media nazionali nei giorni scorsi e basato su una rielaborazione dei dati Istat che depura dal contributo della componente irregolare. Più precisamente: si tratta di 3.384 euro persi nelle retribuzioni (al netto dell’inflazione), a cui vanno sommati i 2.069 euro persi a causa del drenaggio fiscale (l'aumento di tassazione indotto dall'inflazione). Il totale fa 5.453 euro.
Grazie alla segnalazione di un lettore abbiamo verificato i calcoli fatti dall’Ires su salari e inflazione ed effettivamente qualcosa non torna relativamente ai 3.384 euro persi.
La fonte dei dati utilizzati è l’Istat (Conti economici nazionali 2009) in cui viene riportata la serie storica delle retribuzioni lorde a prezzi correnti per unità di lavoro dipendente dal 1970 al 2009. (1)
Per capire la variazione delle retribuzioni reali basta convertire il valore del 2000 in euro del 2009 attraverso le tavole di rivalutazione fornite dall’Istat, e a quel punto calcolare la variazione percentuale delle retribuzioni, in termini di potere d’acquisto, nel periodo preso in esame. L’esercizio, riportato nella tabella seguente, dà un risultato molto diverso da quello indicato nella presentazione Ires.

 

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Fonte: Istat, Conti economici nazionali

Dalla tabella (riga 2) si osserva che l’aumento percentuale delle retribuzioni tra il 2000 e il 2009 in termini reali è +8,5 per cento, che corrisponde a un incremento di 2.149 euro (in euro del 2009). Anche utilizzando l'Indice Armonizzato dei Prezzi al Consumo si otterrebbe un aumento di 6,6 punti percentuali. Un bel “più”, non un brutto “meno”. (3)
Il minimo che si può dire è che depurare i dati dalla componente irregolare modifica di molto il risultato.
Non solo: si vede anche che durante la crisi il potere d’acquisto dei lavoratori - di quelli che il lavoro ce l’hanno ancora, ovviamente - è aumentato di un paio di punti percentuali. I salari nominali sono cresciuti in funzione dell’inflazione passata, mentre l’inflazione corrente era in diminuzione a causa della crisi: ecco perché i salari di chi ha conservato il lavoro e non è finito in cassa integrazione hanno continuato a crescere in termini reali anche nel 2008-09.

 

PERCHÉ I SALARI ITALIANI SONO BASSI

Sulla base dei dati disponibili e tenendo per buono il calcolo relativo al drenaggio fiscale, si deve ritenere che, al contrario di quello che conclude l’Ires-Cgil, il potere d’acquisto dei salari in Italia non è diminuito, anzi è un po’ aumentato negli ultimi dieci anni.
Certo, la situazione delle retribuzioni in Italia è tutt’altro che rosea: di sicuro, i salari non sono aumentati abbastanza da colmare i divari esistenti rispetto agli altri paesi. Da molti anni esiste una forbice tra salari netti e lordi. Il salario netto (quello che, al netto delle ritenute, va in tasca ai lavoratori) è basso: ad esempio, lo stipendio netto di un lavoratore single italiano era nel 2009 pari a circa 18.500 euro l’anno, poco più di mille cinquecento euro al mese. (4) Su questa base, l’Ocse nel suo rapporto Taxing Wages concludeva che un lavoratore italiano è al ventitreesimo posto (su trenta) nella classifica degli stipendi dei paesi più ricchi del mondo. Ovviamente dietro alla Francia, alla Germania e al Regno Unito; un po’ meno ovviamente, dietro alla Spagna e, addirittura, per ora, dietro alla Grecia. Non si sbaglia molto se si dice che peggio dei nostri lavoratori stavano (e stanno) solo i portoghesi, i messicani e i turchi.
Perché i lavoratori italiani guadagnano così poco? Di sicuro, pagano alte tasse sul lavoro. Sempre l’Ocse ci dice che le tasse sul reddito e i contributi a carico del lavoratore sono il 29 per cento del salario lordo per un lavoratore single e il 22 per cento per un lavoratore sposato con un coniuge che non lavora, contro una media Ocse, rispettivamente, del 25 e del 20 per cento. Ma questo contribuisce a spiegare solo il divario di salario degli italiani rispetto ai lavoratori Ocse non europei: americani, canadesi, neozelandesi e messicani pagano tasse e contributi più bassi. Tedeschi e francesi invece pagano allo Stato anche più degli italiani. Nel confronto con tedeschi, francesi e, più in generale, con il resto dell’Europa è la differenza di produttività che tiene bassi i salari italiani, non il carico fiscale. In Germania il valore aggiunto per occupato nel settore manifatturiero era 67.490 euro nel 2008 (dato pre-crisi). In Italia, nello stesso anno, era pari a 51.535 euro. A una produttività manifatturiera più bassa del 24 per cento corrisponde un salario (lordo) manifatturiero più basso del 22 per cento. E la differenza non deriva dal fatto che le nostre aziende sono meno brave di quelle tedesche, ma solo dal fatto che sono più piccole. I dati Istat relativi al 2007 mostrano che le piccole e micro imprese italiane pagavano ai loro dipendenti stipendi lordi di 17mila euro e avevano una produttività per occupato di 30mila, mentre le imprese medio-grandi potevano permettersi di pagare stipendi di 30mila euro a fronte di livelli di produttività di 56mila euro per addetto.
Hanno ragione i lavoratori a lamentarsi perché fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. Ma utilizzare procedure poco trasparenti per analizzare i dati disponibili come ha fatto l’Ires non aiuta certo a risolvere la questione salariale in Italia. Per capire come si fa a indurre le nostre aziende a pagare stipendi tedeschi ai lavoratori italiani sarebbe meglio sedersi al tavolo dove si parla di produttività con qualche proposta pratica in testa.


(1) Per i nostri calcoli ci siamo concentrati sul periodo 2000-2009 (tavola 28 e 44 rapporto Istat del 13 agosto 2010), contrariamente a quanto fatto dall’Ires che utilizza il periodo 2000-2010. Questa scelta, fatta per utilizzare dati certificati di consuntivo evitando dati previsionali (tra l’altro, quali previsioni?), non può sicuramente essere causa dell’incongruenza tra i nostri calcoli e quelli dell’Ires. Per il 2010, infatti, l'Ires prevede un aumento delle retribuzioni superiore a quello dell’inflazione.
(2) Ula: unità lavorative standard, cioè il numero medio mensile di dipendenti occupati a tempo pieno durante un anno. I dipendenti a tempo parziale e quelli stagionali, inclusi nel calcolo, rappresentano frazioni di Ula.
(3) Peraltro la cosa era intuibile anche senza fare i conti, solo dai grafici della presentazione Ires e dalle percentuali riportate tra le slide 29 e 31, dalle quali si vede subito che le curve delle retribuzioni, sia lorde che nette, sono cresciute più dell’inflazione.
(4) Salario medio netto annuo di un lavoratore single senza figli (fonte: Ocse, Taxing wages 2009).

 

http://www.lavoce.info 04.10.2010

 

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