Si apre lo spiraglio per un nuovo negoziato
L’ordine mediorientale sconquassato dalle rivoluzioni della scorsa primavera
I prigionieri sono pedine di una sinuosa trattativa condotta
a più mani e a più livelli per risistemare l’ordine mediorientale sconquassato
dalle rivoluzioni della scorsa primavera. Sulle lacrime, la polvere, le feste e
i ringraziamenti che hanno accompagnato il ritorno a casa di 1027 palestinesi e
1 israeliano, si proietta l’ombra di un grande disegno per isolare di nuovo
l’Iran, tenere l’Egitto nelle file occidentali, fornire ad Israele una cintura
di sicurezza, e, forse, riaprire il dialogo fra governo di Gerusalemme e
palestinesi. Spettatori distaccati in apparenza, gli Stati Uniti sono i reali
mastermind, gli autori di questa iniziativa, aiutati dall’alleato di sempre, l’Arabia
Saudita.
Fra il gioco di spie nella elegante Washington e il suolo riarso di Gaza, dove
è stato nascosto per 5 anni il soldato Shalit, il legame appare molto labile.
Ma del tutto logico. Se solo si ha la pazienza di seguire il filo di tutte le
interconnessioni di due incredibili storie.
Partiamo, come è dovuto alla cronaca di queste ore, dalle ragioni per cui dopo
cinque anni è stato firmato un accordo che nell’attuale clima ha
dell’incredibile, a partire dalla asimmetria numerica: un uomo contro 1027
equivale, secondo qualche calcolo, a un palestinese ogni settanta grammi di
Shalit.
Più che di asimmetria si tratta in effetti di differenti condizioni di forza:
la prima delle quali è il fatto che i palestinesi hanno in prigione 5800 uomini
processati e condannati, cui vanno aggiunti le migliaia che vengono detenuti e
rilasciati dopo un certo tempo dopo gli scontri. Una cifra che secondo alcune
organizzazioni umanitarie tocca le diecimila unità, di cui 300 in carcere da prima
degli accordi di Oslo del 1993. La liberazione di queste persone è uno dei
primi obiettivi da sempre di tutte le organizzazioni politiche palestinesi ed
ha senso solo se contata nell’ordine delle migliaia.
Per Israele d’altra parte la tradizione di non lasciare nessun uomo abbandonato,
nemmeno quando è morto, è più forte persino di quella del «No man left behind»
che ispira le forze Usa. L’esercito israeliano è il popolo stesso, è il simbolo
e l’istituzione della capacità dei figli di Israele di non essere più indifesi.
La liberazione dei propri uomini, il recupero degli ostaggi, è diventato negli
anni una vera e propria specialità militare di Israele - vale per tutte
l’operazione Entebbe, la prima e più spettacolare di questi recuperi, durante
la quale le forze di Gerusalemme nel giugno del 1976 liberarono 248 passeggeri
di un aereo Air France dirottato dai paestinesi in Uganda. Quell’operazione era
guidata - e il dettaglio è significativo anche per capire gli umori di Israele
oggi - dal Jonatan Netanyhau, fratello maggiore dell'attuale premier che ha
firmato lo scambio di prigionieri. L’opzione militare è sempre stata la
prioritaria per Israele, innanzitutto per dimostrare la propria superiorità di
forze, ma anche per ragioni di sicurezza. Il rilascio di attivisti palestinesi,
molti dei quali coinvolti in attacchi terroristici sanguinosi, è sempre stato
un rischio: secondo gli studi dell'Intelligence del Paese, che ha monitorato
tutti i palestinesi rilasciati, il 60 per cento di loro è tornato alla sua
attività terroristica. Per queste ragioni le famiglie delle vittime israeliane
sono state contrarie anche stavolta allo scambio di prigionieri.
Aver accettato questo accordo è stato dunque un passo non facile per il governo
di Gerusalemme, anche se appoggiato dal 79 per cento dei cittadini. Come mai
l’ha fatto? La risposta è facile: le opzioni militari non erano più possibili,
e non lo erano perché' Israele è in una posizione di forte fragilità politica.
Le primavere arabe hanno rotto il cerchio di accordi che negli anni l’hanno
protetta. Saltato il patto con l'Egitto, con la Siria degli Assad, e persino
con la Turchia,
con un profilarsi all'orizzonte di una rinascita dell’influenza iraniana: la
maggior parte delle rivoluzioni arabe e' infatti portata avanti da popolazioni
a maggioranza sciita.
E Hamas - che nemmeno riconosce Israele - perché ha a sua volta accettato
questo scambio di prigionieri? Il felice (in questo caso) paradosso è: per le
stesse ragioni per cui lo ha accettato Israele. Anche Hamas, che pure insieme
ad Hezbollah in Libano è la sponda mediterranea dell’Iran, è stata indebolita
dalle rivoluzioni arabe.
La Siria che è il santuario logistico dell’organizzazione, che ha a Damasco il
suo quartier generale, è diventata, in questa rivolta, sospettosa di ogni
radicalismo islamico incluso quello di Hamas. La lunga rivoluzione egiziana ha
spezzato per lunghi mesi il legame organico fra il vecchio governo di Mubarak e
Gaza, per il quale l’Egitto è un importante retroterra logistico. La rivolta
popolare ha inoltre spaventato la dirigenza palestinese, timorosa di vedere il
virus della ribellione attaccare anche la sua piccola Striscia di terra. Negli
ultimi mesi Hamas ha vissuto un progressivo isolamento: il mancato arrivo di
aiuti ha peraltro impedito il pagamento degli stipendi da cui dipende l’intera
economia della zona.
In questo cuneo di disagio di entrambi i nemici si è infilata l’iniziativa che
ha portato allo scambio. Vero o falso (come credono anche molti ammiratori
degli Usa) il complotto dell’Iran porta tutti i segni di una controffensiva
preparata a tavolino. L’attacco, molto opportunamente, avrebbe dovuto essere
contro un ambasciatore saudita - e l’Arabia Saudita da mesi è a capo di una
riscossa antiiraniana in regione. Un'altra indicazione è il ruolo avuto dagli
egiziani nella trattativa sui prigionieri: è evidente che i militari tornati al
potere al Cairo hanno con questa trattativa dato prova di lealtà ai vecchi
patti di alleanza con Usa ed Israele. Infine, il consenso strappato ad Hamas è
prova che l’organizzazione si è staccata dalla Siria e dall’Iran.
Il circolo è molto ampio, ma si chiude perfettamente. Ieri è stata una buona
giornata per il Medioriente in tutti i sensi. Molte famiglie hanno festeggiato,
Israele ha riavuto il suo soldato e i suoi vecchi alleati. Ed Hamas ha portato
ai suoi palestinesi l’indubbio successo politico di una liberazione di massa, e
la riapertura della viabilità politica e logistica con l’Egitto. Incassano
anche Usa e Arabia Saudita: tornano protagonisti e con la giravolta di Hamas
tagliano un po’ di unghie a Teheran.
Da questo successo si intravede ora uno spiraglio per nuove negoziazioni fra
Israele e palestinesi. Un passaggio che, dopo le incertezze delle rivolte
popolari e la guerra in Libia, sarebbe un ottimo regalo al mondo. Nonché alla
campagna presidenziale Usa che sta per iniziare.
http://www.lastampa.it 19/10/2011

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