Serve un Keynes per salvare il Belpaese
Ambiente, paesaggio e beni culturali in tempo di crisi: a governo tecnico, qualche appunto tecnico.
Primo: ancora più fragile dell'economia italiana è il suolo della Penisola.
Sono state censite almeno mezzo milione di frane, che interessano poco meno del
10% del nostro territorio. Non si tratta solo di morfologia naturale: il
degrado è velocizzato dall'abbandono delle coltivazioni e da incendi boschivi
spesso dolosi. Ma anche dalla cementificazione (infrastrutture e insediamenti
abitativi) che sigillando i suoli accresce la probabilità di frane e alluvioni
e ne rende più gravi gli effetti, dall'incuria per il regime delle acque, che
riduce le risorse idriche e genera disastrose esondazioni.
Queste traumatiche alterazioni del suolo comportano enormi danni (almeno 5
miliardi di euro negli ultimi sette anni, secondo l'Ispra) e continue perdite
di vite umane. Molto vulnerabili anche le nostre coste, quasi 5.000 chilometri
già in continua erosione e a rischio allagamento per almeno il 24% (dati
Ispra), eppure ancora devastate dalla proliferazione di porti turistici, a
celebrare i fasti di una prosperità che non c'è più.
Eppure, mentre il degrado del territorio avanza con ritmo spietato, sentiamo
ripetere la favola di uno “sviluppo” economico basato sul moltiplicarsi di
autostrade e ferrovie (anche se inutili) e sul rilancio dell'edilizia (mediante
condoni, sanatorie, “piani casa”). Ma se così fosse, perché questo tipo di
sviluppo ha prodotto la crisi profonda che attraversiamo? Dopo la frana di
Giampilieri presso Messina, che nell'ottobre 2009 uccise quaranta italiani,
Bertolaso ne attribuì la colpa all'abusivismo edilizio, ma si affrettò a
dichiarare che per consolidare quel tratto di costa mancano le risorse, «due o
tre milardi di euro». Due giorni dopo, il ministro Prestigiacomo dichiarò che
«il ponte sullo Stretto non è alternativo alla protezione dell'ambiente», e il
ministro Matteoli disse che i lavori per il ponte devono continuare.
Questa è l'idea dello “sviluppo sostenibile” che ci è stata fino a ieri
propinata: non un centesimo per consolidare le coste dello Stretto, “uno
sfasciume pendulo sul mare” secondo la celebre definizione di Giustino
Fortunato, sì invece a una pioggia di miliardi per costruire su quelle frane
un'opera faraonica (la definizione è del presidente Napolitano). Questo governo
avrà la forza di mettere in discussione le favolette che ci sono state
ammannite? Vorrà studiare caso per caso, con esperti terzi e non legati alle
banche e alle imprese appaltatrici, la sostenibilità reale della Tav in Val di
Susa e altrove? O vorrà allinearsi all'elegante dichiarazione dell'ad di
Trenitalia, Moretti, secondo cui a sollevare dubbi contro la TAV sarebbero solo «quattro
fessi»?
Secondo: il paesaggio italiano è fra i più devastati d'Europa. A fronte di un
incremento demografico nullo, abbiamo il più alto consumo di suolo d'Europa.
Incentivi, sanatorie e condoni hanno seminato per il Paese migliaia di
capannoni “industriali” dove non si produce nulla e nulla viene immagazzinato
(ma che “producono” vantaggi fiscali per chi li fa). Almeno due milioni sono
gli appartamenti invenduti (centomila solo a Roma e dintorni), eppure si
continua a costruire. Città preziose come Bologna vedono svuotarsi il centro
storico, mentre si favoleggia di grattacieli, imitando gli sceicchi del Golfo
Persico in una provinciale corsa a una “modernità” già stantia. La retorica
delle energie rinnovabili aggrava la situazione: l'Italia è il Paese europeo
con più incentivi a chi installa eolico e pannelli solari, mentre non spende
quasi niente in ricerca per massimizzarne gli effetti e ridurne l'impatto. Se
davvero credessimo nelle rinnovabili, dovremmo fare esattamente il contrario.
Perché non dare, invece, incentivi a chi riusa edifici abbandonati, anziché
costruirne di nuovi? O a chi salva o incrementa l'uso agricolo dei suoli? Cura
del suolo e riuso degli edifici abbandonati potrebbero innescare un processo
virtuoso, assorbendo manodopera di un'edilizia comunque in crisi e allo sbando.
Terzo: da quando il governo Berlusconi tagliò quasi un miliardo e mezzo al già
languente bilancio del ministero dei Beni culturali (luglio 2008), le strutture
pubbliche della tutela hanno visto un vertiginoso ridursi di funzionalità e
capacità d'intervento. Mentre cala ogni giorno il numero degli addetti, per
pensionamenti e assenza di turnover, e la loro età media si avvicina ormai ai
60 anni, aumentano sulla carta i loro compiti. Soprintendenti-superman devono
reggere due, tre, quattro uffici spostandosi da una città all'altra, e intanto
mancano i soldi per telefono, benzina, luce elettrica. Per rimediare, qualcuno
ha una soluzione pronta: chiudere le Soprintendenze, accorpando gli ultimi
superstiti in uffici regionali senza competenze, senza bilancio, senza poteri.
Piccola osservazione tecnica: la tutela del paesaggio e del patrimonio
artistico della Nazione, imposta dall'art. 9 della Costituzione, non si può
fare se non c'è chi tutela. E nessuno al mondo ha mai inventato un sistema
migliore delle Soprintendenze territoriali italiane, gloriosa istituzione che
ha un secolo e deve essere rinnovata e migliorata, ma non messa in soffitta.
Il governo Monti ha raccolto altissime competenze, a cominciare da quelle del
presidente del Consiglio e del ministro dello Sviluppo Passera. Da un governo
come questo abbiamo il diritto di aspettarci un'analisi fredda e professionale
dei dati, e la capacità laica di dirsi, e di dirci, la verità. È un dato
positivo della “manovra” di questi giorni l'assenza della voce “dismissioni del
patrimonio pubblico”, una fonte d'introiti assai amata da Tremonti. Ed è da
augurarsi che il patrimonio culturale e il paesaggio, protetti dalla
Costituzione, non vengano mai più messi in vendita.
È deludente, invece, che manchi un tentativo minimamente adeguato di combattere
l'evasione fiscale: 120 miliardi l'anno di tasse non pagate sono una enorme
risorsa economica non sfruttata, anzi generalmente rimossa dalla pubblica
attenzione, con sfumature non poi tanto grandi fra centrodestra e
centrosinistra. Attingervi potrebbe risparmiarci qualche lacrima sui sacrifici
che ci attendono. Sarebbe essenziale per rispondere al sempre attuale invito di
Keynes: sconfiggere “l'incubo del contabile”, e cioè il pregiudizio secondo cui
nulla si può fare, se non comporta frutti economici immediati.
«Invece di utilizzare l'immenso incremento delle risorse materiali e tecniche
per costruire la città delle meraviglie – scrive Keynes – stiamo creando ghetti
e bassifondi; e si ritiene che sia giusto così perché “fruttano”, mentre –
nell'imbecille linguaggio economicistico – la città delle meraviglie potrebbe
“ipotecare il futuro”».
Questa «regola autodistruttiva di calcolo finanziario governa ogni aspetto
della vita. Distruggiamo le campagne perché le bellezze naturali non hanno
valore economico. Saremmo capaci di fermare il sole e le stelle perché non ci
danno alcun dividendo» (è ancora Keynes che parla).
Il paesaggio, l'ambiente, il patrimonio culturale sono come il sole e le
stelle: illuminano e condizionano la nostra vita, corpo e anima. Perciò hanno
un ruolo così alto nella Costituzione, dove incarnano l'idea che ne è il cuore:
il bene comune e l'utilità sociale, sovraordinati al profitto privato.
Paesaggio, ambiente, patrimonio richiedono sapienza tecnica per essere
tutelati: ma richiedono anche un'idea d'Italia, un'idea declinata al futuro.
Repubblica, 15 dicembre 2011

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