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Sereno ma inquieto, i due volti di Bobbio

Sul diritto naturale come sul marxismo, il suo pensiero fu sofferto e mai monolitico




Credo che sia difficile sopravvalutare l’importanza del ruolo svolto dalla riflessione di Norberto Bobbio nella cultura italiana della seconda metà del Novecento. Una riflessione impegnata sui problemi della teoria del diritto e della politica, sulla ricostruzione critica delle ideologie che hanno messo radici nel nostro Paese, sui grandi problemi della democrazia nelle società industriali avanzate. Per molti uomini di cultura, Bobbio è stato un punto di riferimento essenziale, anzitutto per la sua impareggiabile capacità di analisi, che individuava sempre i concetti elementari e costitutivi di ogni posizione ideologica, di ogni approccio culturale, di ogni giudizio di valore, per sottoporli poi a una a una pacata disamina, la quale metteva in rilievo i loro presupposti e le loro ascendenze, la loro coerenza o incoerenza, ecc. Credo che uno dei motivi fondamentali, o forse il motivo fondamentale, del fascino esercitato da Bobbio su intere generazioni di studiosi sia da cercare proprio in quella sua forza analitica, che rifiutava emotività, impulsi irrazionali, furori ideologici, per affidarsi solo e soltanto all’esercizio della ragione. Di qui una immagine di serenità, di compostezza, di dominio di sé, di sicurezza intellettuale, che emanava dalle sue pagine, raffinate ed eleganti anche letterariamente. Ma, se tutto ciò è vero, credo anche che si sbaglierebbe a voler considerare la riflessione di Bobbio (che si è snodata per diversi decenni) come qualcosa di assolutamente coeso e compatto, senza difficoltà e senza smagliature, come un monolite insomma, nel quale non sia dato rilevare antinomie di sorta. Credo che renderemmo un cattivo omaggio a Bobbio se usassimo verso il suo pensiero un approccio di questo tipo, disconoscendo quanto di complesso, di sofferto e anche di drammatico c’è stato nella sua storia intellettuale; se facessimo così, non intenderemmo veramente quella storia. Un forte stimolo in questa direzione ci viene dalla lettura del volume di Bobbio Giusnaturalismo e positivismo giuridico (d’imminente uscita presso Laterza, con prefazione di Luigi Ferrajoli). Nell’adesione del pensatore torinese al giuspositivismo ebbe importanza decisiva l’orientamento verso la scienza espresso negli anni Quaranta-Cinquanta da filosofi quali Nicola Abbagnano, Ludovico Geymonat, Giulio Preti. Contro l’idealismo di Croce e di Gentile, Bobbio si riconobbe nel «nuovo illuminismo» di ispirazione scientifica. Lo scienziato «che si piega sul mondo e lo osserva» fu indicato da Bobbio come il modello dell’uomo di cultura; al di fuori di esso non restavano che i retori e i profeti. La filosofia doveva essere considerata sana o malata «a seconda che maggiore o minore il suo contatto con le scienze» . Perciò, in campo giuridico, lo affascinava l’insegnamento del giuspositivista Hans Kelsen. «Una scienza— aveva detto Kelsen— deve descrivere il proprio oggetto quale esso è effettivamente e non prescrivere come esso dovrebbe o non dovrebbe essere, in base ad alcuni giudizi specifici di valore» ; il giusnaturalismo, invece, era una anticaglia metafisica, che pretendeva di prescrivere modelli e norme al diritto positivo. Senonché, Bobbio fu un giuspositivista «inquieto» (come lo definì Sergio Cotta), in quanto non esitò ad affermare che «di fronte allo scontro delle ideologie, dove non è possibile alcuna tergiversazione, sono giusnaturalista; riguardo al metodo sono, con altrettanta convinzione, positivista» . Il giusnaturalismo continuava a esercitare il suo fascino su Bobbio nella misura in cui esso faceva valere l’esigenza che una norma non venisse considerata solo dal punto di vista della sua coerenza all’interno di un dato sistema giuridico, ma fosse valutata anche alla luce della nostra coscienza morale. Di qui la costante attenzione di Bobbio per il pensiero giusnaturalistico, di qui i suoi acuti studi su Pufendorf, su Locke, su Kant, in uno sforzo ininterrotto di approfondimento e di comprensione. Altrettanto complesso e composito fu l’atteggiamento di Bobbio verso il marxismo, nel quale egli vide una tipica filosofia della storia, che pretendeva di dare una risposta definitiva alla domanda su quale sia il destino dell’umanità. Ma una filosofia della storia, qualunque filosofia della storia, poteva dare solo risposte metafisiche, sicché il marxismo non poteva essere assolutamente considerato quella teoria scientifica della società che pretendeva di essere. Ciò però non impedì a Bobbio di affermare, in Politica e cultura (1955), che «se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova, immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell’isola dell’interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni» . Era, come si vede, un grosso riconoscimento al marxismo, che Bobbio accompagnava con giudizi positivi sull’Urss e sugli Stati del blocco sovietico, i quali, egli diceva, avevano «effettivamente iniziato una nuova fase di progresso civile in Paesi politicamente arretrati, introducendo istituti tradizionalmente democratici, di democrazia formale come il suffragio universale e l’elettività delle cariche e di democrazia sostanziale come la collettivizzazione degli strumenti di produzione» . Ma erano giudizi, questi, che Bobbio non solo non ripeté negli anni successivi, ma confutò, affermando per esempio, nel 1968 (si noti l’anno!), che «all’ombra del grande ideale del passaggio dal socialismo al comunismo era avvenuto invece il passaggio, forse obbligato, da un processo di industrializzazione prematura e forzata al dispotismo» . Queste parole Bobbio scriveva nella premessa alla raccolta dei suoi bellissimi Saggi sulla scienza politica in Italia (1969), dedicati a Mosca e a Pareto. Il pensiero elitista gli appariva ora come l’unico che avesse gettato le basi per uno studio empirico della politica, come l’unico capace di avviare una ricerca fondata sull’osservazione storica. Tale pensiero metteva in rilievo che qualunque regime sociale e politico è oligarchico (anche il nostro). Da ciò discendeva per Bobbio l’esigenza di una lotta costante contro le disuguaglianze sociali.

 

Corriere della Sera 7.5.11

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