Se Marchionne rilancia il conflitto di classe
Sarebbe paradossale se un efficace contributo al ritorno della lotta di classe venisse proprio dalla Fiat
Dinanzi al peggioramento delle condizioni di lavoro provocato
dalla crisi veniva da chiedersi come mai il conflitto di classe non
mostrasse segni di ripresa.
La spiegazione che si soleva dare era che mancava un soggetto capace di
trasformare il malcontento dei lavoratori in appropriate iniziative,
diffuse e unitarie, sul fronte politico e sindacale. Da ieri sappiamo
che quel soggetto esiste e si dà da fare. Non è una nuova formazione
politica: è la Fiat. L´invito a starsene a casa, seppur pagati,
trasmesso ai tre lavoratori di Melfi nonostante un giudice ne abbia
ordinato il reintegro dopo il licenziamento in tronco con l´accusa di
sabotare la produzione, nelle intenzioni dell´azienda voleva essere
evidentemente una prova di forza. In gioco ci sono i futuri sviluppi del
piano “fabbrica Italia” a Pomigliano e a Mirafiori, non meno che a
Melfi. Si tratta invece di una prova di debolezza e di un grave errore.
E´ una prova di debolezza perché una volta presentato il ricorso contro
l´ordinanza del giudice, sorretto da una poderosa documentazione,
un´azienda che si sentisse forte delle proprie ragioni avrebbe potuto
aspettare tranquillamente l´esame in tribunale, invece di accanirsi
ancora sugli interessati. Il bisogno di dare subito un´altra lezione
all´insieme dei dipendenti, tradisce una disposizione a prendere
decisioni precipitose che fa pensare ad un´azienda che non si sta
affatto muovendo su un terreno solido. Da parte dell´azienda è anche un
errore destinato a diffondere a macchia d´olio le preoccupazioni per il
futuro che il piano Fiat pare chiaramente anticipare. Abbandono del
contratto nazionale, intensificazione massima delle prestazioni,
sindacati nell´angolo, e fuori dalla fabbrica il primo che apre bocca o
muove un dito. Piaccia o non piaccia ai giudici del lavoro. Finora i
lavoratori hanno sopportato. Senza l´aiuto dei sindacati, bisogna dire,
tranne la Fiom. Quando hanno potuto esprimersi liberamente, come nel
referendum di Pomigliano, un terzo di loro ha fatto sapere che quel
futuro non è accettabile. Grazie ad iniziative tipo lo schiaffo ai
reintegrati, quel terzo di dissidenti potrebbe anche diventare la metà o
magari i tre quarti. E ovviamente non soltanto negli stabilimenti Fiat.
Il ritorno ad un conflitto di classe che si esprima con gli strumenti
della democrazia e però mandi in soffitta l´idea reazionaria che per
avere e mantenere un lavoro bisogna sottostare a qualsiasi condizione
un´azienda si sogna di imporre perché il mondo è cambiato, la
globalizzazione lo esige, la competitività ce lo impone ecc., tutto
sommato sarebbe una novità interessante nel deserto della politica
italiana. Sarebbe paradossale se un efficace contributo al suo ritorno
venisse proprio dall´azienda, la Fiat, che negli ultimi mesi ha fatto di
tutto per presentarlo come un residuo arcaico della rivoluzione
industriale.
La Repubblica 22.08.10

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