Se l'Europa si scopre mortale
Per la nuova Europa crescita ecologica e regole condivise
Sono due anni che gli Stati europei vivono una crisi che
somiglia a una guerra, di quelle che cambiano il mondo. La guerra non è conclusa
e quel che imparammo nel '45, oggi l'apprendiamo con terribile lentezza. Allora
tutti si gettarono in una grande corsa: per ricostruire, e anche ricostruirsi
interiormente. Oggi si procede a fatica, e per anni è prevalsa l'inerzia o
perfino la denegazione. Siamo vissuti come immersi nelle acque dell'ottimismo:
avevamo l'Unione europea, avevamo la moneta unica come apogeo. Il disastro,
ritenuto impossibile, non era calcolato.
Invece il disastro era non solo possibile ma dietro l'angolo, e per questo urge
un risveglio analogo a quello postbellico degli europei e dei loro leader
(Monnet, Adenauer, De Gasperi). Alcuni, come Paul Valéry, si svegliarono già
prima, dopo il '14-'18: "Noialtri, civilizzazioni, sappiamo ora che siamo
mortali. Il tempo del mondo finito comincia". Non dimentichiamo mai che da
tale presa di coscienza nacquero due cose, non una: l'Europa, e il Welfare. La
prima era un no ai nazionalismi, la seconda alle recessioni punitive che
scaraventavano genti disperate nelle dittature. Oggi siamo a un bivio simile, e
un primo parziale risveglio è iniziato al vertice dell'8-9 dicembre a
Bruxelles.
Il tempo del mondo finito comincia con la consapevolezza che la moneta è
davvero in pericolo, se non s'accompagna a un'unione economica-politica che
leghi più strettamente i paesi dell'Euro. Se i governi non osano, finalmente,
dire la verità ai confusi, spaventati cittadini: le nostre sovranità nazionali
sono troppo fatiscenti, per fronteggiare una mutazione mondiale che si
manifesta con il caos dei mercati. Non possiamo più permetterci finti sovrani.
Neanche possiamo permetterci di dire, come tanti cittadini mossi da giusta
rabbia verso i sacrifici richiesti, che la colpa dei debiti eccessivi è
imputabile all'1 per cento dei popoli. Da trent'anni l'elettore ha legittimato,
votandoli, governi sperperatori, custodi di caste privilegiate.
Anche i politici tedeschi hanno mentito ai cittadini: un atavico impasto di
ordine e paura ha abituato all'autodisciplina la nazione, ma anch'essa ha
creduto nell'Euro inattaccabile. La Sueddeutsche Zeitung
è severa con le sue élite: "Non si può salvare l'Euro tedesco, dando
all'Euro europeo solo garanzie limitate". La cultura della stabilità è un
bene (tutt'altro che imperiale) che Berlino ha disseminato in Europa; ma è
mancata la coscienza che anche il suo piccolo mondo finiva, se cadeva l'Unione.
Che anche la solidarietà sociale è un bene pubblico europeo, come la stabilità.
Non si può fare l'Euro senza unione economico-politica, dicevano gli scettici
tedeschi. Ora che l'unione si può fare s'imbronciano, e fanno come se l'Euro
fosse un punto d'arrivo, non di partenza.
Il vertice di Bruxelles è stato giudicato negativamente da molti europeisti, ma
potrebbe essere un ricominciamento. Non per la prima volta, i governi più
consapevoli hanno deciso di isolare Londra, di tentare un'unione fiscale più
compatta partendo da un gruppo ristretto di paesi: quelli dell'Euro, cui
s'aggiungerà chi vorrà. La loro sovranità diminuisce, visto che compiti
cruciali, di controllo preventivo e sanzione, sono delegati a organi
sovranazionali come la
Commissione, la
Corte di giustizia, la Banca centrale che agirà come agente del Fondo
salva-stati operativo nel luglio 2012, prima del previsto. Alcuni denunciano
l'accordo intergovernativo: l'Europa comunitaria dei 27 sarebbe scavalcata, i
conflitti col Trattato di Lisbona sicuri. Ma anche questo dobbiamo ricordare:
l'Europa si è sempre perfezionata a scaglioni (Schengen, moneta unica). I
cavilli giuridici si superano, se si vuole.
Un altro progresso è l'abbandono, sia pur stentato, del voto all'unanimità (il
liberum veto che già una volta, nella Polonia del '700, fece morire una
nazione). Il Fondo salva-Stati abbandonerà, in emergenza, il diritto di veto. E
certo ci sono parole aspre, come l'automatismo delle sanzioni. Ma l'automatismo
è benefico, non fosse altro perché mette fine a quella che Monti chiamò, tempo
fa, "l'eccessiva deferenza fra stati dell'Unione". In un regime di
deferenza i controllori giudicano i controllati, omertosamente si proteggono
l'un l'altro. Nel trattato dell'eurozona, solo una maggioranza qualificata di
stati potrà opporsi a sanzioni automatiche.
Un'ondata di sdegno si è levata ultimamente contro Berlino: per l'arroganza di
certe condotte (Volker Kauder, deputato democristiano e uomo di fiducia della
Merkel, ha detto: "L'Europa ora parla tedesco!"). Lo sdegno è stato
utile, e soprattutto è servita l'insurrezione socialdemocratica. L'europeismo
sta rimettendo radici nella sinistra tedesca, e il Pd farà bene a sostenerla in
ogni modo. Il risultato è stato che la Merkel ha dovuto scuotersi dal sonno dogmatico
che prescriveva di metter prima "la casa in ordine" e poi fare
l'Europa: nei giorni precedenti il summit, sembra aver capito che nessuno stato
da solo può salvare l'Europa. Che dare autorità alla Commissione, alla Corte di
giustizia, alla Bce è infinitamente più efficace del grido accentratore di un
solo Stato. Non a caso la Bce
ha annunciato, forte dell'unione fiscale voluta dall'eurozona, che da ora in
poi sosterrà le banche per periodi prolungati (tre anni), accettando come
garanzie i titoli di Stato di scarsa qualità. Di fatto la Bce già è prestatore di ultima
istanza, senza dirlo, assicurando liquidità alle banche, e quindi respiro a
Stati e cittadini.
Nel suo discorso al congresso socialdemocratico, il 4 dicembre, Helmut Schmidt
ha puntato il dito su contraddizioni europee non più sopportabili: non solo fra
sovranità statali e moneta unica, ma anche fra regole del Trattato.
Quest'ultimo vieta, ad esempio, il salvataggio europeo degli Stati. Ma è in
conflitto con il principio di sussidiarietà che Schmidt riassume così:
"Quando uno Stato da solo non riesce a regolare i propri problemi,
l'Unione deve farsene carico". La stessa costituzione tedesca è tra le più
ardite su questo punto: nell'Articolo Europeo aggiunto dopo la moneta unica (nr
23), è scritto che la
Germania, "per realizzare l'Europa unita, può delegarle
sovranità".
Val dunque la pena essere prudenti, quando si accusa la Germania. Chi si è
opposto alla diminuzione del diritto di veto e difende prerogative degli Stati
non è Berlino, ma Parigi. È a Parigi che occorre una rivoluzione europea, più
che in Germania. Molte rigidità tedesche sono state inasprite, lungo un
ventennio, dall'Eliseo. E i socialisti non sono meglio di Sarkozy. Hollande,
candidato all'Eliseo, fonda la propria campagna sul diniego d'ogni ingerenza
europea. Quanto all'attuale Presidente, l'intervista che pubblichiamo su
Repubblica è pura ipocrisia: l'unione fiscale va bene perché il potere "torna
ormai agli Stati (...) non s'organizza più attorno alla Bce e alla
Commissione". Bugie siffatte confondono i cittadini, e pure i mercati.
Il nuovo ordine europeo è duro per i popoli. Il mondo cambia; ricchezze e
speranze traslocano da Ovest a Est. Di fronte non abbiamo 1-2 anni, ma molti
anni di bassa crescita. Tanto più duro è l'ordine se non si salva l'idea del
Welfare, oltre che l'Euro. Se i mali scatenatori della crisi (diseguaglianze,
privilegi, corruzione, agenzie di rating asservite alle lobby) ci vengono
ripresentati addirittura come farmaci. Se l'Europa non comincia a pensare una
nuova crescita, ecologica, e a darsi i mezzi (non l'odierno avaro bilancio) per
scommettere tutti insieme sullo sviluppo oltre che sulla stabilità. Lo chiedeva
il socialista Papandreou: mai fu ascoltato.
Le elezioni del Parlamento europeo, nel 2014, saranno una prova decisiva. Se la Commissione avrà più
peso, è essenziale che il suo Presidente sia eletto dai popoli. È
indispensabile che anche i deputati dell'Unione si sveglino: reclamando tasse
sulle transazioni finanziarie, e una severa sorveglianza di banche, borse.
Martin Schulz, futuro Presidente, è stato chiamato da Schmidt a una
"rivolta del Parlamento europeo". È essenziale che nasca una vera
agorà europea, che vinca l'ignoranza dei più e le ipocrisie dei pochi.
http://www.repubblica.it (14 dicembre 2011)

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