Se le parole non esistono
Quel linguista scettico che sfida Chomsky
«Le parole non esistono». Fosse avanzata da un mistico, un artista figurativo o
un politico (di quelli che possono usare espressioni come: «Le chiacchiere
stanno a zero»), l´ipotesi non susciterebbe clamore. Ma l´ha detto un linguista
e allora si è costretti a guardare alla possibile inesistenza delle parole con
altri occhi.
Il linguista si chiama Nunzio La
Fauci, il suo nome e il suo cognome sembrano voler riassumere
le due principali funzioni della cavità orale. La Fauci insegna all´Università
di Zurigo. Ha appena scritto un Compendio di sintassi italiana (Il Mulino) e ha
raccolto i suoi saggi sotto un titolo, di perfetta ortodossia saussuriana e
strutturale: Relazioni e differenze
(Sellerio). Per divertirsi, osserva usi della lingua (e dei linguisti) in un
blog raffinato e paradossale intitolato ad Apollonio Discolo, bel nome di un
grammatico greco del II secolo d.C., con la cui dottrina La Fauci in realtà dissente.
I linguisti non amano i catastrofismi, in merito alla lingua. Smentiscono la
morte del congiuntivo, ridimensionano l´allarme per l´invasione dell´inglese,
impetrano misericordia verso coloro a cui sfuggono sgraziati «attimini» o
deformi «piuttosto che». La
Fauci fa di più. Quando l´ex calciatore Beppe Dossena ha
usato il verbo «reazionare» nel commento di una telecronaca di calcio, su
Repubblica se n´è occupata la rubrica «Lapsus», ricordando l´esistenza del
verbo «reagire». Apollonio Discolo è insorto, non contro il calciatore ma
contro il suo incauto critico, ricordando a quest´ultimo l´esistenza del verbo
«sanzionare» (che sta a «sancire» esattamente come «reazionare» sta a
«reagire»). Attenzione, dice oggi il professore, «agli "errori" degli
altri (e dei presunti incolti). Può capitare non solo che errori non siano ma
anche che svelino cose più interessanti e gustose delle proposte di presunte
correzioni». Apollonio Discolo ha poi aggiunto: «Amare l´espressione umana
(come amare una persona) non è pretendere che sia conforme ai nostri desideri,
alle nostre fisime, ai nostri gusti (peraltro mutevoli) ed è invece piegarsi
con attenzione a comprendere (che non vuol dire necessariamente giustificare)
anche le sue corbellerie (o, almeno, quelle che a noi paiono tali),
eventualmente sorridendone. Magari accadrà infatti che un giorno diventeranno
norma e parametro di buon gusto». Chi, oggi, penserebbe male dell´articolo
"il"? Eppure: «inorridirono sicuramente certi nostri lontani antenati
quando videro crescere nella loro lingua l´onda travolgente dell´illu destinato
a diventare l´articolo determinativo romanzo».
Data la giusta dimensione e prospettiva storica agli errori dei presunti
incolti, La Fauci
si dedica agli errori dei presunti colti, a cui riserva furie staffilanti e
ironie a volte criptate. Obiettivo polemico principale, la linguistica
contemporanea, quella accademica e soprattutto quella più influenzata da Noam
Chomsky. Il celebrato lingui-star americano ha il torto di rivestire di
tecnicismi (esempio: «componente computazionale») le più tradizionali
partizioni grammaticali, già dichiarate inservibili dal vecchio Saussure. Per
Chomsky ogni parola ha una funzione grammaticale (sostantivo, verbo...), e
funge da componente della frase, a cui preesiste. Per La Fauci, seguendo Saussure,
non c´è un lessico, prima e fuori da una sintassi. Chomsky vuole farci credere
che la teoria linguistica abbia pressoché raggiunto la perfezione. La Fauci è agli antipodi dello
scientismo, tanto che congeda il lettore del suo Relazioni e differenze con
un´acre asserzione: «Il cammino verso la conoscenza della lingua e verso la
conoscenza dell´uomo deve ancora essere intrapreso».
Si era aperto, quel libro, con un´indicazione di metodo: «rationabilius», «in
modo più razionale». La parola viene dal De vulgari eloquentia, il trattato di
Dante sull´identità linguistica italiana. In un saggio su questo stesso tema,
tanto dibattuto quest´anno, La
Fauci mostra come tale identità, linguistica e non
linguistica, sia plurale: il carattere unitario sta nel collettivo e reciproco
riconoscimento che i diversi italiani si danno l´un l´altro.
Cercando l´«odorosa pantera» di un sistema nell´estrema varietà degli idiomi
presenti in Italia, Dante capisce all´improvviso che non deve descriverla in un
trattato ma mostrarne le movenze: e scrive la Commedia. La Fauci
raccoglie la lezione e fa teoria dove molti linguisti si accontentano di
osservare le pratiche, e spiegarle sulla base di presupposti indimostrati; ma
dove gli stessi si appellano alla teoria, La Fauci privilegia invece la pratica. Il suo Relazioni e differenze è una sorta di
varietà linguistico: ci sono capitoli per specialisti (come quello che
memorabilmente si intitola "Paradossi della paratassi") e capitoli
che andrebbero letti da chiunque si occupi di discipline umanistiche, come i
novanta secchi paragrafi finali intitolati "Faccette di linguistica razionale".
Non sono emoticon, quelle faccette: compongono il vastissimo poliedro che è la
lingua, per La Fauci.
La lingua non è il gioco del Lego, non è cioè una
combinatoria di elementi già dati, con i mattoncini dei fonemi che formano il
mattone della parola e i mattoni delle parole che formano il muro della frase e
la casa del discorso. Nella costruzione linguistica è il tutto (il contesto, la
"sintassi" come disposizione degli elementi, la relazione) che dà
senso alle singole parti. In questo, il ritorno di La Fauci allo spirito
originario dello strutturalismo è tanto radicale da risultare pressoché
ereticale. Le parole non esistono perché quello che chiamiamo
"parola" è l´esito finale (non l´inizio!) di un procedimento
analitico, per capirlo basta pensare a quanta fatica facciamo a individuare le
singole parole ascoltando parlare una lingua che non conosciamo. Nulla di
ontologico, che abbia valore in sé, esiste nella lingua: tutto sorge dalla
relazione, anzi da un processo di correlazione, perché la lingua è sempre nel
suo farsi.
La linguistica razionale auspicata da La Fauci rifiuta il programma - classico per ogni
intellettuale italiano - di rendere i parlanti migliori, perché lo ritiene
presuntuoso; poi rifiuta anche il programma di rendere migliori almeno gli
intellettuali, perché lo ritiene impossibile. Scettici sulla possibilità di
capire, privi di ogni certezza, non possiamo però neppure essere sicuri che
interrogarsi sia inutile. È per quello che continuiamo a farlo. «A me»,
annuncia Nunzio, «l´esperienza umana (e la scienza, che ne è parte importante)
pare l´esperienza di un "sebbene", non quella di un
"perché" o di un "affinché"». Alla fine quelle cose che non
esistono e si chiamano parole, infatti, le sa scegliere molto bene.
Repubblica 6.5.11

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