Se la finanza resta poker inevitabile
Il problema non è tanto prevenire cose non consentite, il problema sono le cose che sono consentite.
Gli americani sono ossessionati dalla causa che la Sec (la Consob americana) ha
intentato contro la
Goldman Sachs. Finalmente, sperano in molti, i malfattori
saranno puniti. Ma non è questo il punto. Il problema non è tanto prevenire
cose non consentite, il problema sono le cose che sono consentite. Non voglio
dire che dietro alla crisi finanziaria non ci sia una dose consistenti di
comportamenti fraudolenti. Come scriveva John Kenneth Galbraith, la pianta del
peculato fiorisce sempre in tempi di vacche grasse. Ma la vera catastrofe, come
ho scritto la settimana scorsa, sono i rischi che prendono quei giocatori
d'azzardo che lavorano legalmente dentro il sistema.
Il ruolo dei grandi istituti di credito costituisce chiaramente un problema:
sono al tempo stesso il banco, quelli che puntano più forte al tavolo da gioco,
gli agenti di altri giocatori e, se tutto va male, i beneficiari di
responsabilità limitate e salvataggi pubblici impliciti ed espliciti. Questa è
la ricetta sicura per una nuova catastrofe. Con il gold standard, i salvataggi
non potevano andare oltre un certo livello. In un sistema a corso forzoso non
c'è limite fino a quando non crolla il valore della moneta.
Che bisogna fare, allora? Partiamo dal minimo che si possa fare per rendere
credibile una maggiore stabilità. Una soluzione ovvia è quella di tornare a un
sistema bancario strettamente regolamentato, in regime di oligopolio, un
meccanismo analogo a quello vigente in Canada. Ma è un metodo grossolano, ed è
in contraddizione con la globalizzazione. La possibilità di accesso alla
finanza straniera per i residenti e ai rischi esteri per le banche nazionali
rende questi cartelli intrinsecamente instabili.
L'alternativa, quindi, sarebbe quella di cercare di rendere sicuro il sistema,
che attualmente va più o meno a ruota libera. Per fare ciò, bisogna rendere più
solide le banche e le connessioni fra le banche, migliorare la qualità
dell'informazione e incentivare gli operatori a fare più attenzione ai rischi.
Sette sono gli elementi principali.
Primo: alzare il livello del fabbisogno di capitale. Possiamo immaginare molti
Stati nel mondo dove banche con gli attuali livelli di indebitamento sarebbero
giudicate insolventi. Un rapporto di trenta a uno è una follia. Tre a uno
sembra molto più sensato.
Secondo: le banche devono avere anche consistenti passività che possano essere
convertite in azioni o trattate come tal, nel quadro di una procedura di
bancarotta. È una condizione indispensabile per risolvere il problema delle
banche che rappresentano un pericolo per il sistema. Quello che è successo dopo
il fallimento della Lehman ha dimostrato che le normali procedure fallimentari
non funzionano per gli istituti complessi.
Terzo: rendere il fabbisogno di capitale fortemente anticiclico.
Quarto: fare in modo che le banche detengano una cospicua scorta di attività,
facilmente valutabili da parte dei prestatori di ultima istanza.
Quinto: modificare gli incentivi all'interno delle banche. I manager degli
istituti di credito in fallimento dovrebbero ricevere i bonus sotto forma di
azioni che possono vendere solo anni dopo il loro congedo. Se una misura simile
renderà merce più rara i manager inclini al rischio, pazienza. Queste procedure
vanno applicate anche agli altri dipendenti, altrimenti sarebbe troppo facile
realizzare enormi guadagni con strategie di trading che hanno forti probabilità
di andare in fumo.
Sesto: imporre requisiti molto più elevati sul piano del fabbisogno di capitale
e del collaterale per gli scambi di derivati. Tutte le attività di questo
genere dovrebbero essere trasferite alle Borse valori. Sì, tutto questo
rallenterebbe l'innovazione, ma se i costi dell'innovazione vengono sostenuti
dagli altri, è una misura sensata.
Settimo: migliorare drasticamente la qualità dell'informazione disponibile. È
importante in particolare modificare il sistema di compenso delle agenzie di
rating. Dal momento che forniscono un bene pubblico, devono essere finanziate
attraverso una tassa generale.
Tutte queste misure renderebbero migliore il sistema? Sì. Ma il sistema
finanziario rimarrebbe un marchingegno apocalittico. Ci sono tre problemi: il
primo è che non esistono basi affidabili per stabilire quale sia il livello di
capitale sufficiente. Il secondo è che, come osserva Andy Haldane della Banca
d'Inghilterra, «non è Dio, ma l'uomo a determinare il rischio estremo
all'interno del sistema finanziario»: è conveniente assumersi rischi quando i
guadagni entrano nelle tasche di uno e le perdite ricadono sulle spalle di
altri; più i regolatori cercando di rendere sicuro il sistema, più rischi il
sistema può assumersi. Il terzo è che è facile creare il livello di rischio
desiderato attraverso lo "shopping normativo": è esattamente quello
che ha fatto il "sistema bancario ombra".
Che cos'altro si può tentare, allora? La risposta è una riforma strutturale.
Tre sono le proposte sul tappeto.
La prima, di Paul Volcker, è vietare alla banche protette dal fallimento la
possibilità di comprare e vendere titoli per proprio conto. Se la cosa si può
fare (ma ne dubito), va fatta.
La seconda, sostenuta fra gli altri dal mio collega John
Kay, è quella della cosiddetta "banca stretta": le banche che
raccolgono depositi sarebbero al sicuro, ma il resto del sistema sarebbe
scarsamente regolamentato. Continuo a essere poco convinto dell'idea che il
Governo possa disinteressarsi di come funziona (o meglio non funziona) il sistema
di creazione del credito nel suo complesso. Nessuno aveva programmato di
salvare i fondi d'investimento del mercato monetario, ma con la crisi sono
stati salvati comunque.
La terza proposta, avanzata da Laurence Kotlikoff dell'Università di Boston nel
suo nuovo stimolante saggio, è quella della "banca a scopo limitato"
. È un'idea che mi piace. In sostanza, dice che non puoi scommettere con i
soldi altrui, perché se le perdite superano un certo livello lo Stato sarà
costretto a mettere mano al portafoglio. Perciò, invece di avere entità poco
capitalizzate che si assumono rischi con i soldi che prestano promettendo al
tempo stesso di rimborsare passività a scadenza fissa, le società finanziarie
diventerebbero dei fondi comuni. A questo punto il rischio verrebbe sopportato,
in modo chiaro ed esplicito, dalle famiglie, che in ogni caso detengono
l'intero capitale. In un mondo come questo, gli intermediari finanziari non
fingerebbero di essere in grado di rimborsare passività che in molti Stati del
mondo non potrebbero rimborsare.
Nessuna di queste soluzioni affronta fino in fondo il problema enorme di
garantire una maggiore stabilità macroeconomica: ma un sistema finanziario meno
instabile sicuramente sarebbe d'aiuto. Nessuna di queste proposte affronta fino
in fondo il problema del coordinamento internazionale: in un'economia mondiale
aperta, senza controlli sui cambi, è difficile garantire la stabilità
finanziaria in un solo Paese. Infine, nessuna di queste proposte affronta il
problema ovvio della transizione dal sistema che abbiamo adesso a un sistema
più solido.
In ogni caso il dibattito sottolinea due aspetti fondamentali. Il primo è che
per rendere più sicuro qualunque cosa rassomigli al sistema corrente servono
cambiamenti radicali delle regole. Una supervisione più rigorosa non è
sufficiente. Bisogna modificare drasticamente gli incentivi. Il secondo è che
un sistema finanziario in cui gli intermediari si assumono rischi a proprie
spese è intrinsecamente instabile. È molto probabile che facciano gli stessi
errori tutti insieme, creando panico e mettendo a rischio il sistema, con
conseguenze economiche devastanti.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
http://www.ilsole24ore.com 28 aprile 2010

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