Se Berlino va bene ringrazi l'eurozona
La Germania ha beneficiato (e beneficia) fortemente dell'esistenza dell'euro.
Qual è il paese che ha guadagnato di più dalla creazione
dell'euro? A mio parere, la
Germania. È un'opinione scarsamente condivisa dai tedeschi,
ma è uno scetticismo che non ha ragione di esistere. La Germania trae beneficio
dall'esistenza dell'euro e deve dirlo chiaramente, molto più di quanto non
faccia oggi: altrimenti non c'è speranza che i tedeschi sostengano le riforme
di cui Eurolandia ha bisogno. ![]()
Bisogna partire dalla presa di coscienza che la crisi non è
finita, è solo "dormiente". José Manuel Barroso, il presidente della
Commissione europea, ha affermato nel suo discorso sullo "stato
dell'unione" di martedì che «la situazione economica dell'Unione Europea
oggi è migliore rispetto a un anno fa, anche grazie alle misure forti che
abbiamo preso». È vero. Ma la fiducia non è ancora stata ripristinata,
tutt'altro, e sono probabili altri scossoni.
Perché allora, di fronte a questi scossoni, i tedeschi dovrebbero accettare
l'idea che la riuscita dell'euro è nel loro interesse? La risposta immediata è
che l'economia tedesca dipende in fortissima misura dall'export per quanto
riguarda la domanda. Dal 2000 al 2008 ben due terzi della crescita complessiva
della domanda in Germania sono venuti dalla domanda esterna. La Germania ha bisogno di
mercati "prigionieri" e di un tasso di cambio competitivo. L'euro le
ha garantito entrambe le cose, e in misura smodata: la crisi nei paesi della
periferia ha trascinato giù il valore della moneta unica, e molti dei partner
commerciali della Germania nella zona euro (che assorbe i due quinti delle sue
esportazioni, nove volte più della Cina) non sono competitivi dopo un decennio
di aumento dei costi relativi.
Soprattutto, immaginate che cosa sarebbe successo in assenza dell'euro. Il
tasso di cambio del marco tedesco sarebbe schizzato alle stelle con l'economia
europea sballottata dalle crisi valutarie, come successe negli anni 90. Nei
paesi della periferia, le svalutazioni delle monete nazionali sarebbero state
ingenti almeno quanto quelle della sterlina, forse ancora di più. L'assenza di
questi scossoni ha molto migliorato le prospettive di ripresa della Germania.
La creazione dell'euro, solo per questo, è stato molto di
più di un favore che la
Germania ha fatto ai suoi partner. È stato anche un grosso
guadagno economico (per non parlare del guadagno politico) per la Germania. Gli
industriali tedeschi questo lo dicono chiaramente, e anche il governo.
Una parte degli economisti tedeschi la vede diversamente. Il mio amico
Hans-Werner Sinn, presidente dell'Ifo, Institute for Economic Research di
Monaco di Baviera, fornisce un'interpretazione diversa in un saggio sulla
crisi. Sinn prende le mosse dalla finanza. L'integrazione del mercato dei
capitali della zona euro e l'idea infondata che non ci fossero più rischi nei
paesi della periferia hanno determinato una convergenza dei tassi d'interesse.
Questa convergenza ha provocato un boom degli investimenti, in particolare in
Spagna, e ha consentito a governi poco responsabili, in particolare in Grecia,
di spendere all'impazzata.
Al tempo stesso, prosegue Sinn, il deflusso di capitali (la
contropartita del surplus nella bilancia delle partite correnti) ha svuotato di
investimenti la Germania:
il livello degli investimenti netti in Germania fra il 1995 e il 2008 è il più
basso tra tutti i paesi industrializzati. Tutto questo a sua volta ha
rallentato molto la crescita tedesca: tra il 1995 e il 2009 la Germania è stato il paese
dell'Unione Europea - Italia esclusa - con il tasso di crescita più basso.
Sono in disaccordo con gran parte di questa tesi. Per cominciare, l'euro non è
la ragione fondamentale della debolezza degli investimenti in Germania. I miei
calcoli indicano che il tasso d'interesse reale è sceso anche in Germania dopo
il 1999. Certo, non nella stessa misura in cui è sceso nei paesi della
periferia. Ma in un mercato mondiale dei capitali saturo è difficile credere
che gli investimenti in Germania siano stati esclusi. È più plausibile che a
tenere bassi gli investimenti siano state la debolezza della domanda interna,
le rigidità strutturali e la globalizzazione.
In secondo luogo, i guadagni per i paesi della periferia sono stati transitori,
se non proprio illusori. L'afflusso di capitali si è diretto prevalentemente
verso il settore edilizio e altre attività non scambiabili, e ha alimentato
boom dei consumi insostenibili. Il disavanzo delle partite correnti è diventato
colossale. È vero che gli investitori e i contribuenti tedeschi perderanno
parte del denaro che hanno investito in economie che erano molto meno sicure di
quello che credevano. Ma gli effetti negativi di questo modello di sviluppo
basato su espansione e contrazione saranno molto maggiori e molto più
prolungati nella periferia. C'è il forte rischio di un "decennio
perduto".
La mia conclusione è che la
Germania ha beneficiato (e beneficia) fortemente
dell'esistenza dell'euro. È nell'interesse della Germania premere per un futuro
in cui l'euro sopravviva e i paesi della periferia riescano a rimettere ordine
nei loro conti pubblici. Due sono quindi gli aspetti da prendere in
considerazione: la domanda e le riforme istituzionali.
Sul secondo punto Sinn sostiene, giustamente, che i piani di salvataggio devono
includere "cure dimagranti" per i creditori. In realtà, fa notare, il
salvataggio della Grecia è stato più che altro un tentativo di nascondere le
perdite delle banche, in particolare di quelle francesi. Il principio che uno
stato sovrano non possa mai dichiarare lo stato d'insolvenza è inaccettabile.
Ma io aggiungerei che le riforme non devono focalizzarsi solo sulla disciplina
di bilancio: mitigare i cicli incontrollati di espansione e contrazione del
settore privato è altrettanto fondamentale.
Sulla domanda, due punti appaiono chiari. Il primo è che, giustamente o meno
(meno, a mio parere), la zona euro si è lanciata in un piano di risanamento
delle finanze pubbliche. Jean-Claude Trichet, il presidente della Bce, ha
sostenuto con forza questa scelta alla conferenza di Jackson Hole, che vede la
partecipazione di economisti monetari e banchieri centrali. La posizione di
Trichet non è certo una sorpresa, ma è necessario che vi sia almeno in parte
una compensazione attraverso la politica monetaria.
La Bce sta
violando i suoi stessi principi monetari, ereditati dalla Bundesbank,
consentendo un tracollo della crescita della massa monetaria. Che cosa ne è
stato del "valore di riferimento" per la crescita monetaria? Perché
gli economisti tedeschi si lamentano così poco per questo clamoroso fallimento?
Il secondo è che il professor Sinn è convinto che all'orizzonte ci sia un
modello di crescita più equilibrato per la zona euro, ora che gli investitori
tedeschi hanno imparato quanto sono rischiosi i loro investimenti all'estero.
Le banche tedesche «forse si butteranno sulle risorse naturali, o sull'Asia, ma
sicuramente offriranno ai proprietari di case e alle aziende tedeschi
condizioni di credito migliori».
Possiamo quindi aspettarci un boom del credito in Germania? Lo spero. Quanto
meno il governo tedesco dovrebbe riesaminare i disincentivi a prestare e
spendere esistenti in patria. In caso contrario, non si capisce come potrà
Eurolandia realizzare la ripresa necessaria.
La Germania
ha un fortissimo interesse politico ed economico a far funzionare la zona euro,
non importa quanto sia impopolare. L'euro si è dimostrato una valuta stabile:
il tasso d'inflazione è stato minore che ai tempi della Bundesbank. L'euro ha
anche protetto l'economia tedesca da scossoni ancora peggiori. La sfida è
modificare i meccanismi di funzionamento della zona euro e riformare le sue
istituzioni in modo che l'economia funzioni per tutti. I cambiamenti sono
dolorosi. Ma la Germania
non ha nessuna alternativa sensata.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
http://www.ilsole24ore.com 08 settembre 2010

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