Se Benedetto parla come Obama
Toni più decisi del Vaticano su Israele e sul mondo arabo.
Se è possibile mischiare cose che si muovono fra cielo e
terra senza irriverenza, si potrebbe dire che il Santo Padre ieri si è espresso
sul Medio Oriente come un democratico americano. Usiamo questa formula non per
sminuire il discorso di Benedetto XVI, ma per sottolineare con chiarezza quanto
di nuovo ci sembra sia emerso dal discorso con cui ha detto addio a Cipro, e
dal documento che prepara il Sinodo sul Medio Oriente che si terrà a Roma in
ottobre.
La frase che certamente ha avuto più impatto, anche emotivo, riguarda la chiara
definizione di responsabilità di Israele: «L’occupazione di Israele dei
territori palestinesi sta creando difficoltà nella vita di tutti i giorni,
impedendo la libertà di movimento, della vita economica e religiosa», ha detto
il Papa, definendola «un’ingiustizia politica imposta ai palestinesi».
Ma è davvero questa una drastica presa di posizione? In realtà su Israele il
Vaticano non ha mai avuto toni teneri. Basta riandare con la mente agli
interventi pubblici della Chiesa di Roma in merito alla invasione di Gaza da
parte di Israele nel 2008.
Più rilevante pare oggi una precisazione che sottolinea la gravità
dell’occupazione: un atto, dice Benedetto XVI, «che nessun cristiano può
giustificare con pretese teologiche». Il riferimento è fra i più duri, e
coinvolge quell’enorme movimento di neo-evangelici (in Usa alcuni ne contano 50
milioni) che giustificano con il percorso della fine della storia, l’esistenza
di Israele, e militano al suo fianco. È un fenomeno molto conosciuto negli
Stati Uniti, che ha avuto il volto soprattutto del predicatore Jerry Falwell,
uomo noto per il suo radicalismo repubblicano.
Forse qui troviamo una chiave di volta del discorso del Papa. Forse è proprio
la condanna di ogni estremismo, in qualunque religione, o meglio l’uso della
religione come giustificazione di estremismo politico, ad essere il filo che
percorre l’intervento di Benedetto XVI.
Meno risalto hanno avuto ieri le sue parole sul mondo arabo, ma non sono state
meno forti. Se la relazione con gli ebrei è stata definita «essenziale, benché
non facile», quelle «tra cristiani e musulmani sono, più o meno spesso,
difficili», ha detto il Papa. E ha introdotto una ragione di distanza fra mondo
musulmano e visione cristiana di natura politica oltre che religiosa:
«Soprattutto per il fatto che i musulmani non fanno distinzione tra religione e
politica, il che mette i cristiani nella situazione delicata di non-cittadini».
Un taglio netto, e di profonda inconciliabilità, attuato intorno all’idea di
cittadinanza, e che in maniera elegante parla dell’essenza di una dittatura.
Benedetto XVI, dunque, ieri non ha risparmiato critiche a nessuno dei protagonismi
radicali in Medio Oriente: che sia l’esercizio delle armi di Israele, o il
giustificazionismo in nome del Vangelo, o le dittature arabe.
In questo senso la denuncia che ha fatto della precarietà e delle
responsabilità mediorientali, non si riferisce solo al governo di Gerusalemme:
«Da decenni, la mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese, il non
rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, e l’egoismo delle
grandi potenze hanno destabilizzato l’equilibrio della regione e imposto alle
popolazioni una violenza che rischia di gettarle nella disperazione». In questo
senso, nella sua posizione si avverte quella di Obama: la novità che agisce
oggi in Medio Oriente, e che è all’origine di molte delle tensioni, è proprio
il cambiamento di lettura che vi ha portato il Presidente Usa. Con il suo
discorso del Cairo agli arabi, Obama ha spostato lui stesso l’accento dalla
ragione di questo o quello Stato, alle ragioni della cittadinanza: diritti
umani, diritti civili, libertà, benessere, ovunque essi vengano violati. Un
discorso che certamente ha in parte allontanato gli Usa dal loro ruolo di
difensori senza se e senza ma di Israele, che però ha il merito di poter
suonare la stessa campana dappertutto, e in tutte le orecchie. Dalla diplomazia,
alla società civile, si direbbe in gergo europeo.
Interessante è dunque che anche il Papa abbia parlato di cittadinanza da
recuperare, nel senso dei valori di individuo e di libertà innanzitutto.
Benedetto XVI si riferisce ai cristiani. Sappiamo qual è la sua preoccupazione
su questo tema alla luce delle persecuzioni che i cristiani subiscono in tutti
i Paesi arabi, certo non solo a Gaza o nei Territori ex Occupati della
Cisgiordania. L’uccisione in Turchia di padre Padovese è ancora nella testa di
tutti. La richiesta ai cristiani di diventare il metro di misura dei diritti di
tutti è, in effetti, la scelta anche da parte del Santo Padre di puntare sul
protagonismo della società civile prima ancora che sui grandi accordi
internazionali.
Fin qui l’analisi razionale delle parole. Ma c’è un aspetto emotivo negli
interventi - e anche questo va valutato. È indubbio che l’intervento papale è
risuonato soprattutto per le affermazioni su Israele. Ed è indubbio che questa
eco c’è stata a causa del massacro di pacifisti sulle navi dirette a Gaza. La
nostra percezione, in questo senso, più che delle posizioni del Vaticano, ci
racconta quanto forte sia in questo momento il sentimento nell’opinione
pubblica contro Israele.
http://www.lastampa.it 07/06/2010

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