Se amate le parole rileggiete Joyce
Una nuova traduzione del "Finnegans Wake"
Joyce era fatto così. Era uno sfrontato, e non scherzava affatto quando
affermò: «cosa chiedo ai miei lettori? che dedichino la vita a leggermi». Ho
l´impressione che Luigi Schenoni l´abbia fatto davvero: ha passato la vita a
leggere l´illeggibile Finnegans Wake.
A leggerlo, e a tradurlo – impresa straordinaria di cui ora cogliamo postumo l´ultimo
frutto: la traduzione dei capitoli tre e quattro del secondo libro del
Finnegans Wake appena uscito da Mondadori (pagg. 339 di testo a fronte e altre
400 circa di glossario, euro 11). La domanda tanto inevitabile, quanto
pertinente è: si può ricreare in un´altra un testo che sfida la lingua in cui
nasce, e la lingua in generale, e la comunicazione stessa; anzi, direi,
addirittura l´espressione?
Joyce è un genio – non v´è chi ne dubiti. E il suo particolare genio è
linguistico; gioca con la lingua come nessuno. O come pochi altri. Per
ricchezza e originalità è incomparabile la sua destrezza da giocoliere che
lancia e riprende le parole, traffica con la loro intrinseca doppiezza e
ambiguità… Sì che qui, come già al cuore del suo libro più famoso, la vera
ordalia non è tanto la vicenda del pover´uomo Leopold Bloom, novello sfigato
Ulisse, né la veglia funebre di Tim Finnegan, quanto l´odissea dello stile. È
il dramma dello stile che possiede Joyce, è il dramma dello stile la sua
passione. Di stile Joyce vive e di stile perisce.
In particolare, tale dramma è in scena in questo inclassificabile libro che non
a caso per tutto il tempo che lo scrive – quindici anni – ebbe per titolo work
in progress. Mentre per Stanislaus, fratello di Joyce, era un delirio, «l´ultimo
delirio della letteratura prima della sua estinzione».
Ora, da che mondo è mondo, la prima cosa che il lettore cerca è la storia. È
sempre com´era da bambini; si legge per quello, per la storia… E che storia si
racconta in questo libro? Io lettore lo apro e in inglese come in italiano
subito mi disoriento, perché mi accolgono parole e frasi perlomeno strane,
forme linguistiche inusitate, mostruosità, ma anche meraviglie! Mi sgomento, ma
anche fiuto una libertà, una danza metamorfica, che a volte si imbizzarrisce in
una ridda di significati che implodono in fuochi d´artificio che spesso fanno
cilecca, e io povero me lettore travolto, ammaliato, ne esco però anche
frustrato, sono troppe le possibilità di senso. E la mia mente ricade
imbambolata da difficoltà che non si attendeva. Chi poteva pensare che le frasi
si dovessero sfogliare come cipolle? Che esistessero portmanteau-word,
mot-valise, parole-macedonia?
Come faccio a capire, se qualcuno non mi insegna come leggere questo tipo di
scrittura? Ecco l´importanza della scuola! Perché, vedete, c´era una volta una
scuola in cui si insegnava a leggere opere come Ulisse, come Finnegans Wake.
C´era una scuola pubblica e c´erano professori e maestri, non per forza
comunisti, ma abbastanza rivoluzionari da educare a comprendere che l´essere
umano, ovvero parlante, può stare in molti modi dentro al suo elemento
naturale, che è la lingua; e farci molte cose, anche giocarci, e giocando
scoprire magari la propria vocazione poliglotta. Joyce, irlandese di tendenze
rivoluzionarie almeno in letteratura, amava e rispettava Sua Maestà l´Inglese,
ma era ben consapevole già ai suoi tempi che nelle isole britanniche erano ben
più di una le lingue che si parlavano – il manx, l´irlandese, il gaelico, il
gallese, e l´inglese era una delle tante… Sapeva che la lingua non è un sistema
chiuso; anzi, se mescola le lingue, quelle vive e quelle morte, se le contamina
coi dialetti, se inventa neologismi, è perché per lui la lingua è come la vita,
e da vero scrittore, da fedele amante, ne difende la vocazione segreta, e cioè
la versatilità, la tendenza all´amalgama. Segreto ben noto prima di lui a
Shakespeare, a Rabelais, a Sterne, e negli stessi anni suoi condiviso da
Leiris, Breton, Gertrude Stein – che come lui lottano per una concezione
dinamica della lingua, capace di rinnovare il sentimento del mondo.
Nel Finnegans Wake non è soltanto Tim Finnegan, il muratore morto cadendo
sbronzo da una scala, che bisogna vegliare, ma il linguaggio, perché si apra a
una internazionalizzazione quasi da esperanto, perché non si provincializzi in
usi proprii, stereotipati. È a quest´invito che bisogna rispondere leggendo
questo libro, che è ormai una leggenda. Leggenda che la versione del
poeta-traduttore Luigi Schenoni rinsalda, anzi amplifica; all´epica della
creazione del capolavoro illeggibile aggiungendo l´epica della traduzione
impossibile.
Agli audaci che si apprestano a leggere prometto una cosa certa: dalla lettura
usciranno più intelligenti di prima, più vivi, più accorti, più ricchi… Ne ho
la prova con i miei studenti.
Repubblica 10.5.11

Precedente: Un segreto cosmologico nel grattacielo del Neolitico








