Se al G2O ci fosse Ratzinger
Caritas in veritate sembra estranea a Piazza Affari. In realtà il Papa ricorda a tutti gli attori economici che la ricchezza va distribuita. «Ma i Grandi non hanno fatto nulla per cambiare il sistema....»
Al G20 tutti avrebbero dovuto leggere l'enciclica del Papa
Caritas in veritate per capire il ruolo dell'economia nella società civile. Lo
stesso che aveva prima della globalizzazione, lo stesso che ha sempre avuto e
cioè di essere al servizio della comunità e non del singolo individuo.
Il Papa ci ricorda la bellezza e l'importanza del dono, è questo un linguaggio
religioso che potrebbe suonare stonato a Piazza Affari, ma dietro i principi
etici del cattolicesimo e di tutte le religioni ritroviamo i cardini della vita
in società. Il dono si riferisce alla redistribuzione del reddito, un valore
che in finanza è scomparso con l'avvento delle politiche fiscali neo-liberiste,
politiche che hanno ridotto l'imposizione fiscale alle fasce più ricche della
popolazione. Lo scopo era naturalmente quello di incoraggiarle a spendere e
così facendo di sostenere la crescita economica. Ma la crisi del credito e la
recessione hanno dimostrato che nessuno, neppure la mano magica del mercato
descritta da Adam Smith, si può sostituire allo Stato: solo lo Stato, quale
espressione della comunità, può vigilare che la filosofia del dono guidi
l'attività economica.
Il papa ci ricorda che aiutarci a vicenda è benefico per tutti, per la società,
per i poveri ed anche per i ricchi. Un mondo dove non ci sono povertà,
ingiustizia e discriminazione economica è un mondo felice. Ce lo siamo
dimenticato negli ultimi anni perché in preda alla deregulation finanziaria
abbiamo perseguito soltanto i nostri interessi personali. Non è vero che l'egoismo
è la molla che fa crescere il mercato. Non era vero neppure ai tempi di Adam
Smith. Se osserviamo la società che il padre dell'economia moderna studiava, ci
rendiamo conto che non era equa. La ricchezza delle nazioni non può essere
misurata con un numero, il Pil, e basta: bisogna anche tener presente come
questa ricchezza è distribuita, quali opportunità crea per i meno fortunati.
Se gettiamo uno sguardo oltre i nostri confini, alla periferia del villaggio
globalizzato, ci accorgiamo che i sistemi economici che hanno sofferto meno a
causa della crisi del credito sono proprio quelli dove il fulcro dell'economia
era rappresentato dalla comunità e non dall'individuo: la finanza islamica e
l'economia cinese. La prima ha schivato la crisi grazie al codice etico
incorporato nella sua struttura finanziaria, un codice che s'ispira alla legge
coranica, alla sharia; la seconda ha tenuto a debita distanza l'alta finanza
grazie ai principi economici del socialismo.
L'esperienza islamica e cinese provano che è possibile produrre un modello
diverso da quello celebrato a Wall Street, che il mercato deve essere
funzionale alla crescita economica equa e non può essere lasciato a se stesso.
Lo scopo dell'economia non deve essere il profitto e basta, bensì l'uso della ricchezza
per migliorare la società. Eppure queste verità sembrano non essere state
raccolte dai potenti della terra, i quali - dopo essersi congratulati tra di
loro per aver evitato una seconda grande depressione - non hanno fatto nulla
per riformare il sistema economico e finanziario globale.
Le parole del Papa vanno dritte al nocciolo del problema: il sistema così com'è
strutturato ha perso di vista la ragione per la quale esiste, ossia la
comunità. Ecco perché le crisi economiche saranno sempre più frequenti e più
serie. Quando lo Stato non è in grado di reagire, è giusto ascoltare le parole
di chi protegge la nostra spiritualità.
Al prossimo G20 inviterei il Papa a esporre i problemi dell'economia mondiale,
è l'unico che sembra averli capiti.
http://www.missionline.org 01/11/2009

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