Se abbiamo bisogno di Simone de Beauvoir
Non si nasce donna, lo si diventa.
"Non si nasce donna, lo si diventa". Lo slogan di Simone de Beauvoir
è famoso. Esattamente come sono noti i suoi rapporti complessi con Sartre, le
sue battaglie politiche, i suoi romanzi. Ma Simone de Beauvoir non è solo
questo. È soprattutto una delle maggiori intellettuali del XX secolo, la cui
opera, talvolta complessa, talvolta ambivalente, ci ha lasciato in eredità una
libertà immensa: quella di pensare con lei o contro di lei.
Perché essere veramente liberi, significa volere la libertà degli altri.
«Solo la libertà dell'altro è capace di necessitare il mio essere», scriveva
nel 1947 in
Per una morale dell'ambiguità. È forse per questo che, a venticinque
anni dalla sua scomparsa, Simone de Beauvoir continua a suscitare interesse e
polemiche. E che Le Monde le dedica un numero speciale per celebrarne
l'opera e la vita, nonostante le critiche devastanti che l'hanno sempre
accompagnata nel corso dell'esistenza.
Quando, nel 1949, esce Il secondo sesso, l'obiettivo di Simone de
Beauvoir è chiaro: di fronte alla dominazione maschile, l'unica possibilità che
resta alle donne per accedere all'uguaglianza è quello di celebrare
l'universalità della ragione. È solo decostruendo le categorie di
"uomo" e "donna" che si potrà un giorno permettere a tutti
di accedere al "neutro". La ragione, infatti, non ha
"sesso", e anche quando "ha" un corpo, non "è"
mai il corpo in cui si incarna. Opponendosi ad una tradizione filosofica
millenaria secondo la quale esisterebbero due essenze radicalmente differenti,
quella femminile e quella maschile, la filosofa francese si batte contro l'idea
che le donne siano, per natura, sprovviste di autonomia morale e incapaci di
argomentare. Basta con quest'idea che l'obbedienza, la fedeltà e il silenzio
siano virtù tipicamente femminili: la donna non è solo una creatura sottomessa
che assiste impotente alle trasformazioni del proprio corpo; non è solo la
giovane che aspetta di essere fertile, la sposa che diventa madre, l'anziana
che, una volta in menopausa, esce dalla circolazione.
Basta con quest'oscurantismo che riduce la donna a "sesso": «La donna
si determina e si differenzia in relazione all'uomo, non l'uomo in relazione a
lei; è l'inessenziale di fronte all'essenziale. Egli è Soggetto, l'Assoluto:
lei è l'Altro». Certo, la donna è "altro" rispetto ad un semplice
corpo programmato per la sessualità e la riproduzione. Ma proprio perché non
esiste alcuna necessità biologica di fare figli e di occuparsene, l'altro cui
deve aspirare la donna è la propria razionalità. Ma cosa resta oggi del suo
pensiero universalista? Chi prende ancora il tempo di leggere Il secondo
sesso per tirarne le conseguenze necessarie per un vivere-insieme decoroso,
senza impantanarsi in inutili querelles?
In questi ultimi anni, all'interno del femminismo, si è creata una vera e
propria frattura. Da un lato, portando al parossismo le posizioni di Simone de
Beauvoir, un certo numero di femministe "universaliste" sostengono
che il vero problema non è la differenza di genere (l'insieme delle condizioni
psicologiche e sociali che fanno sì che ci si senta uomini o donne) ma la
differenza di sesso (l'insieme dei caratteri biologici e genetici): per loro,
non esiste alcuna differenza tra gli uomini e le donne, perché il
"sesso" ci viene imposto esattamente come il genere; ogni persona è
al tempo stesso uomo e donna. Dall'altro lato, rifiutando in blocco le analisi
della filosofa francese, alcune militanti "differenzialiste" fanno
della "capacità riproduttiva della donna" il simbolo del potere
femminile. E se la "verità" del pensiero di Simone de Beauvoir fosse
altrove?
La paladina del femminismo francese non ha mai smesso di esortare le donne a
"costruirsi" e a decidere ogni giorno della propria vita. Lo ha fatto
rimettendosi sempre in discussione, anche nella propria vita. Svelando le
proprie fragilità e le proprie fratture interne, non ha voluto essere né una
"leader", né una "madre simbolica" per le proprie lettrici.
E se ha sempre difeso l'universalismo, è stato per esortare le donne a superare
le contingenze storiche per raggiungere l'uguaglianza tra gli uomini e le
donne. Non ha proposto alcun "modello unico" da seguire. Non ha mai
rifiutato la singolarità dell'esperienza individuale. Nei suoi romanzi, ci ha
parlato di "sua" madre, dei "suoi" amanti, della
"sua" vecchiaia. E lo ha sempre fatto in prima persona. Perché
"ogni incarnazione dell'esistente ha un significato sessuale", come
ha scritto più volte, iscrivendosi all'interno dell'esistenzialismo di Sartre e
di Merleau-Ponty.
Per sottrarsi ai condizionamenti storici, le donne devono innanzitutto
rifiutare l'idea di un "destino" predeterminato ed elevarsi alla
ragione universale. Devono gettare "dentro il vecchio armadio delle
entità" le idee di "istinto" e di "eterno femminile".
Devono affermare insieme agli uomini e "al di là delle loro differenze
naturali", la loro fraternità. Ma non devono, per questo, rinunciare alla
propria singolarità. Certo, "per sapere in che misura la donna manterrà la
propria singolarità bisognerebbe azzardare dei pronostici molto arditi",
scrive la filosofa nelle ultime pagine del Secondo sesso. È per questo
che resta tanto da "dire" e da "fare", come dichiara la
psicanalista Julia Kristeva. Ma l'eredità che ci lascia oggi Simone de Beauvoir
è proprio questa: una serie di chiavi di lettura per pensare il mondo in cui
può vivere oggi la "donna emancipata". Senza ricette. Senza pretese.
Cosciente solo del fatto che, per essere "libere", le donne non
devono mai smettere di lottare contro gli stereotipi.
la Repubblica
- 29/03/2011

Precedente: Le arti sottili della persuasione:dalla politica alla scienza (e ritorno)








