Schegge marxiane. Oltre l'abisso del libero mercato
Gli ultimi tre libri dello studioso francese della complessità Edgar Morin rivalutano il pensiero di Karl Marx in nome di una critica della realtà mondiale dopo il crollo del socialismo reale.
Una vita segnata da grandi passioni e da una profonda insofferenza verso
qualsiasi prassi teorica che non accetti di aderire a quel principio di realtà
da cui dovrebbe trarre linfa vitale. Un'attitudine che lo ha portato a uscire
dal pratico comunista francese poco dopo la liberazione del suo paese e a
fustigare per quasi un quarantennio la figura dell'intellettuale engagé
incarnato da Jean Paul Sartre, colpevole di occultare il reale in nome di una
teoria, quella comunista, che nell'Unione sovietica era diventata una religione
di stato strenuamente difesa da istituzioni e personaggi che ricordavano più
l'inquisizione che non esponenti di un partito che voleva cambiare il mondo.
Uno strano destino ha però portato Edgar Morin, acclamato teorico della
complessità, a ritornare alle sue origini intellettuali, mandando alle stampe,
a pochi mesi di distanza, tre libri che hanno come asse portante il pensiero di
Karl Marx, ritenuto, dopo una vita passata a marcare la distanza intellettuale
e politica dalle sue posizioni, uno dei massimi filosofi dell'Ottocento e
massimo interprete del capitalismo mondiale.
Certo, il Marx che propone Morin si discosta moltissimo da tutte le varie e spesso
conflittuali interpretazioni che si sono accumulate nel corso degli anni. Sotto
molti aspetti è un Marx vincolato alle nozioni di «individuo sociale» e di
«essere generico», chiavi di accesso ai misteri della natura umana all'interno
della quale la trasformazione e il cambiamento delle proprie condizioni di vita
e di scambio con la natura impediscono, secondo Morin, il consolidamento di
realtà politiche autoritarie. Il ritorno all'autore de «Il capitale» è inoltre
fortemente raccomandato come antidoto all'ideologia di uno sviluppo economico
che si fa beffe delle compatibilità ambientali e che vede il libero mercato
come una «terra promessa»: ideologia che sta conducendo l'umanità sull'orlo
dell'abisso. Marx, in quanto sofisticato interprete della «mondializzazione»
capitalista, può dunque aiutare a fermare la folle marcia verso
l'autodistruzione della civiltà.
L'antagonismo rimosso
Fin qui nulla di nuovo. Sono oramai alcuni anni che intellettuali e opinion
makers sicuramente non marxisti rivalutano il barbone di Treviri come lo
studioso che ha saputo cogliere il meccanismo profondo che porta il capitalismo
a periodiche crisi. È questa, ad esempio, la tesi sviluppata da Jacques Attali
in un pamphlet di successo incentrato sull'autore de Il capitale. Oppure
Marx è stato evocato come il filosofo, e qui il riferimento d'obbligo è agli Spettri
di Marx di Jacques Derrida, che ha colto quel principio ordinatore della
realtà moderna che sono i rapporti di produzione. E, infine, in ordine di tempo
va ricordato l'omaggio fatto alla sua critica dell'economia politica fatto da
quella specie di bignami del libero mercato che è la rivista Economist,
che ha indicato in Marx il teorico meglio attrezzato per comprendere il perché
il crollo del castello dei subprime stava minacciando di coinvolgere non solo
qualche economia nazionale, ma tutto il capitalismo mondiale. In ogni caso,
sono tutti Marx che erano depurati della fortunata tesi che invitava a
trasformare il mondo dopo averlo interpretato.
Dunque un filosofo o un economista che val bene agitare solo per segnalare che
il capitalismo, o la modernità, non gode di buona salute. Edgar Morin, invece,
e qui sta l'interesse del primo dei libri qui presi in esame ( Pro e contro
Marx. Ritrovarlo sotto le macerie dei marxismi, Erickson edizioni, pp. 104,
euro 10), vuole inserire Marx nel Pantheon dei teorici della complessità, in
base alla quale, sostiene Morin, gli antagonismi della realtà contemporanea
sono complementari l'uno all'altro e entrambi importanti per comprendere il
mondo così come esso è. In questo caso, la teoria marxiana «scopre» che il
conflitto tra capitale e lavoro nasce all'interno di rapporti di produzione
che, a loro volte producono asimmetrie di potere e diseguaglianze sociali. È
questo uno degli antagonismi presenti nella società capitalistica. Ma è lo
stesso Marx che indica nella borghesia un fattore dinamico, progressivo della
modernità. Da qui la necessità di una dialogica che metta in una relazione di
complementarietà gli antagonismi del capitalismo.
Indubbiamente, un'interpretazione stravagante, quella di Edgar Morin. Che
ritorna anche nel saggio Il gioco della verità e dell'errore (Erickson
edizioni, pp. 174, euro 14), nel quale il richiamo a Marx è mitigato da una
condanna senza appello del socialismo reale, che ha costituito la forma più
brutale di autoritarismo politico perché ha costruito un sistema di potere
fondato su un concetto di verità assoluto. Nel socialismo reale non era
contemplata nessuna possibilità di errore da parte del partito al potere. E
anche quando esso si manifestava, la superiorità del socialismo reale risiedeva
nella pratica dell'autocritica, dispositivo attraverso il quale gli interpreti
della verità correggevano le piccole deviazioni dalla strada maestra che gli
«esecutori» dei piani del partito aveva intrapreso.
In questi due volumi ci sono molte pagine dedicate allo spirito gregario degli
intellettuali, che hanno fatto di tutto per occultare il fatto che le società
socialiste erano società fondate sulla sistematica menzogna da parte delle
autorità su quanto accadeva nei singoli paesi. E di come abbiamo legittimato
regimi politici che negavano i più elementari diritti civili e sociali di
quella classe operaia che volevano «liberare» dalle catene dello sfruttamento.
Allo stesso tempo Morin tesse elogi non segnati dal dubbio al pluralismo
politico delle società democratiche, perché impedisce l'«errore ideologico» che
ha contraddistinto tutti i marxismi.
Anche in questo caso l'aspetto interessante della riflessione di Morin non è la
critica del socialismo reale, che spesso suona le corde della morale e poco
dell'analisi su come un movimento che voleva la liberazione di uomini e donne
si è trasformato nel suo opposto. Interessante è la proposizione di una figura
dell'intellettuale in quanto «deviante minoritario», l'unico modo per essere
davvero nel reale, visto che gli intellettuali organici diventano sempre
complici del potere, impedendo così sia la comprensione che le possibilità di
trasformare la realtà. Per Morin, gli intellettuali organici hanno legittimato
il «rifiuto del reale» e confermato una visione dogmatica, religiosa del
socialismo reale. Il «deviante minoritario» è invece la coscienza critica che
sa cogliere gli antagonismi della realtà, ma anche la loro complementarietà,
perché salvaguardia il momento della negatività, della critica,
dell'opposizione che le minoranze hanno sempre rappresentato nelle società. Da
qui alla affermazione apodittica che non ci sono principi normativi della
realtà il passo è breve. Per Morin, infatti, assistiamo, talvolta paralizzati,
altre volte entusiasti, a un continuo divenire che assume il reale e lo supera
non cancellando nessuna delle sue caratteristiche.
La metamorfosi della civiltà
Gli studiosi di Hegel non avranno difficoltà a riconoscere in questa enfasi
del divenire la categoria dell'aufhebung, che è sì sintesi tra una tesi
e la sua antitesi, ma anche conservazione degli elementi di verità presenti
tanto nella tesi che nell'antitesi. E Marx è stato il teorico che meglio di altri
ha messo al lavoro la sintesi hegeliana, anche se per Morin questo consente di
cancellare la centralità del conflitto tra capitale e lavoro nella riflessione
marxiana. Non è infatti la classe operaia il soggetto del cambiamento, bensì il
lavoro sotterraneo dei «devianti minoritari» che colgono appieno il complesso
rapporto tra l'ideale e il reale e viralmente diffondono elementi di verità sul
reale per attivare quella «metamorfosi della società-mondo» che si contrappone
a qualsiasi idea di rivoluzione. Nel volume Oltre l'abisso (Armando
editore, pp. 125, euro 15) Morin non ha infatti dubbi. Dopo la soffocante
stagione del socialismo reale, l'umanità è entrata nella spirale distruttiva
del libero mercato che mette in discussione la stessa esistenza della specie
umana. Anche in questo caso Marx corre in aiuto il «deviante minoritario»
perché la sua concezione della natura umana prevede che il singolo può essere
homo sapiens, ma anche homo ludens, homo oeconomicus, homo mythologicus e homo
demens, perché l'essere generico di cui scrive Marx nei Manoscritti
economico-filosofici è propedeutico a quella unitas mulpiplex di cui l'umanità
ha necessità per sfuggire alla sua possibile distruzione.
Il linguaggio di Edgar Morin talvolta è irritante per la continua evocazione di
un fondo indicibile, perché «misteriosofico» dell'agire umano, che lo porta a
un procedere poetico che poco facilita la lettura dei suoi testi. Ma non è
questo che non convince della sua riflessione contenuta in questi tre volumi.
Tutto quanto ruota, infatti, all'irruzione nel reale di un imprevisto, la crisi
economica di questo plumbeo inizio di millennio. Come dal nulla irrompono di
nuovo sulla scena conflitti di classe che la retorica del libero mercato aveva
occultato. E questa volte non c'è solo una granitica classe operaia che afferma
il suo desiderio di non essere ridotta merce. Nella «società-mondo» il
conflitto di classe ha come posta in palio proprio quell'individuo sociale
marxiano che vuole diventare unitas multiplex. Morin è consapevole di ciò e
cerca di salvaguardare la sua difesa del pluralismo politico facendo leva
proprio su Marx, cioè uno dei critici più radicale della finzione democratica.
Non si vuole qui negare l'avversione al socialismo reale, né
i limiti dei tanti marxismi. I punti che proprio non tornano della riflessione
di Morin sono teorici e dunque politici. Il primo è il rapporto tra teoria e
prassi. Per lo studioso francese c'è sempre contraddizione tra il pensare il
mondo e la prassi per trasformarlo. Vale però la pena sottolineare che si può
pensare il mondo per trasformalo, mentre la prassi è la condizione necessaria
per poter pensare la realtà. Dunque tra teoria e prassi non c'è contraddizione,
semmai una tensione fondamentale per sviluppare un punto di vista politico
forte sulla realtà.
Per una umanità sull'orlo dell'abisso non serve però evocare l'alternativa tra
socialismo o barbarie, quanto portare alla luce le potenzialità di riscatto, di
rivolta, di trasformazione che si danno già nel reale. E gli antagonismi
riportare al centro della scena dalla crisi economica, non mettono in evidenza
solo generose resistenze destinate alla sconfitta, ma anche possibilità di
ricombinare soggettività produttive disperse e annichilite dalla precarietà. In
una situazione dove la fine della sinistra è continuamente rimossa da chi pensa
di collegarsi a quella tradizione la riflessione di Morin aiuta però a sfuggire
alla sirene che vogliono considerare definitivamente chiusa non quella storia,
ma la possibilità stessa di poter cambiare il mondo.
Tra una teoria della complessità che pensa di poter superare gli antagonismi
della realtà in nome della loro complementarietà e chi rimpiange la tradizione
politica del movimento operaio va costruita tenacemente un'altra opzione.
Quella appunto che guarda con interesse a un individuo sociale che, come
scriveva Marx, riconosce la sua natura di animale sociale e al tempo stesso che
vuol sfuggire al triste destino del regno della necessità. Un regno della
necessità dove è vigente la finzione democratica, che certo aiuta, come scrive
Edgar Morin, a sfuggire alla malattia dell'«errore ideologico», ma non aiuta
certo l'esercizio della libertà.
Il manifesto, 29 giugno 2010

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