Scandalo della democrazia
L’assassinio del sindaco di Pollica e l’inefficacia dello stato e della società nella lotta contro la malavita organizzata. “Si muore quando si è soli”.
Due pistole che sparano, le pallottole che colpiscono al
petto, un agguato che sembra essere anche un messaggio. Così uccidono i clan.
Così hanno ucciso Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, in provincia di Salerno.
Si muore quando si è soli, e lui - alla guida di una lista civica - si
opponeva alle licenze edilizie, al cemento che in Cilento dilaga a scapito di
una magnifica bellezza. Ma Angelo Vassallo rischia di morire per un giorno
soltanto e di essere subito dimenticato.
Come se fosse normale, fisiologico per un sindaco del meridione essere
vittima dei clan. E invece è uno scandalo della democrazia. Del resto - si
dice - è così che va nel sud, accade da decenni. «Veniamo messi sulla cartina
geografica solo quando sparano. O quando si deve scegliere dove andare in
vacanza», mi dice un vecchio amico cilentano. In questo caso le cose
coincidono. Terra di vacanze, terra di costruzioni, terra di business
edilizio che «il sindaco-pescatore» voleva evitare a tutti i costi.
Questa estate è iniziata all´insegna degli slogan del governo sui risultati
ottenuti nella lotta contro le mafie. Risultati sbandierati, urlati,
commettendo il grave errore di contrapporre l´antimafia delle parole a quella
dei fatti. Ma ci si deve rendere conto che non è possibile delegare tutto
alle sole manette o al buio delle celle. Senza racconto dei fatti non c´è
possibilità di mutare i fatti.
E anche questa storia meritava di essere raccontata assai prima del sangue.
Forse il finale sarebbe stato diverso. Ma lo spazio e la luce dati alla terra
dei clan sono sempre troppo pochi. I magistrati fanno quello che possono. I
clan dell´agro-nocerino in questo momenti sono tutti sotto osservazione:
quelli di Scafati capeggiati da Franchino Matrone detto «la belva», o gli
uomini di Salvatore Di Paolo detto «il deserto», quelli di Pagani capeggiati
da Gioacchino Petrosino detto «spara spara», il clan di Aniello Serino detto
«il pope», il clan Viviano di Giffoni, i Mariniello di Nocera inferiore e Prudente
di Nocera superiore, i Maiale di Eboli.
Il fatto è che il Cilento, terra magnifica, ha su di sé gli occhi e le mani
delle organizzazioni criminali che, quasi fossero la nemesi della nostra
classe politica, eternamente in lotta, si scambiano favori, si spartiscono
competenze pur di trarre il massimo profitto da una terra che ha tutte le
caratteristiche per poter essere definita terra di nessuno e quindi terra
loro. I Casalesi sono da sempre interessati all´area portuale, così come i
Fabbrocino dell´area vesuviana hanno molti interessi in zona. Giovanni
Fabbrocino, nipote del boss Mario Fabbrocino, gestisce a Montecorvino
Rovella, un paesino alle soglie del Cilento, la concessionaria della Algida
nella provincia più estesa d´Italia, il Salernitano appunto. Il clan
Fabbrocino è uno dei più potenti gruppi camorristici attualmente noti e
intrattiene legami con i calabresi.
Oggi le ‘ndrine nel Salernitano contano molto di più e hanno interessi che
vanno oltre lo scambio di favori. Il porto di Salerno, su autorizzazione dei
clan di camorra, è sempre stato usato dalle ‘ndrine per il traffico di coca,
soprattutto da quando il porto di Gioia Tauro è divenuto troppo pericoloso.
Il potentissimo boss di Platì Giuseppe Barbaro, per esempio, è stato
catturato a dicembre 2008 mentre faceva compere natalizie a Salerno. In tutto
questo, il cordone ombelicale che ha legato camorra e ‘ndrangheta porta un
nome fin troppo evidente: A3, ovvero autostrada Salerno-Reggio Calabria. Nel
Salernitano sono impegnate diverse ditte dalla reputazione tutt´altro che
specchiata. La «Campania Appalti srl» di Casal di Principe avrebbe dovuto
costruire le strade intorno al futuro termovalorizzatore di Cupa Siglia.
L´impresa delle famiglie Bianco e Apicella è stata raggiunta da un´interdittiva
antimafia dopo le indagini della sezione salernitana della Direzione
Investigativa Antimafia. Secondo gli investigatori, l´impresa rientra nel
giro economico del clan dei Casalesi ed è nelle mani di uomini vicini a
Francesco Schiavone.
È così diverso oggi dagli anni ‘80 e ‘90? Di che territorio stiamo
raccontando? Di una Regione dove per la gare d´appalto per la raccolta
rifiuti bisogna chiamare una impresa ligure perché in Campania non se ne
trova una che non abbia legami con la camorra. Nemmeno una. Se da un lato si
arresta dall´altro lato non c´è affatto una politica che tenda a interrompere
il rapporto con le organizzazioni criminali. L´attuale presidente della
provincia di Napoli Luigi Cesaro, soprannominato «Gigino a´ purpetta»
(Luigino la polpetta), fu arrestato nel 1984 in un´operazione
contro la Nuova
Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Nel 1985 il
Tribunale di Napoli condannò Cesaro a 5 anni di reclusione «per avere avuto
rapporti di affari e amicizia con tutti i dirigenti della camorra napoletana
fornendo mezzi, abitazioni per favorire la latitanza di alcuni membri, e
dazioni di danaro». Nel 1986
in appello il verdetto fu ribaltato e Cesaro venne
assolto per insufficienza di prove. La decisione fu poi confermata dalla
Corte di Cassazione presieduta dal noto giudice ammazza sentenze Corrado
Carnevale. Ma, come ha raccontato L´Espresso, nonostante Cesaro sia stato
scagionato dalle accuse, gli stessi giudici che lo hanno assolto hanno
stigmatizzato il preoccupante quadro probatorio a suo carico. Durante il
processo, in aula, furono infatti confermati gli stretti rapporti che
l´attuale presidente della provincia di Napoli intratteneva con i vertici
della Nco (incluso don Raffaele Cutolo). Si parlava di una «raccomandazione»
chiesta a Rosetta Cutolo, sorella di Raffaele, per far cessare le richieste
estorsive di Pasquale Scotti, personaggio tuttora ricercato ed inserito
nell´elenco dei trenta latitanti più pericolosi d´Italia. (Consiglio
caldamente di fare una piccola ricerca su youtube per «Luigi Cesaro
esilarante», ascolterete un monologo del presidente della provincia che sarà
più eloquente delle mie parole).
Tutto questo non si può tacere. E chi lo tace è complice. Mi viene da
chiedere a chi in questo momento sta leggendo queste righe se ha mai sentito
parlare di Federico Del Prete, sindacalista ucciso nel 2002 a Casal di Principe.
Se ha mai sentito parlare di Marcello Torre, sindaco di Pagani ucciso nel
1980 perché cercava di resistere a concedere alla camorra gli appalti per la
ricostruzione post terremoto. E di Mimmo Beneventano vi ricordate?
Consigliere comunale del Pci, trentadue anni, medico, fu ucciso nel 1980 a Ottaviano per
ordine di Raffaele Cutolo perché ostacolava il suo dominio sulla città. E di
Pasquale Cappuccio? È stato consigliere comunale del Psi, avvocato, ucciso
nel 1978 sempre a Ottaviano. E Simonetta Lamberti, uccisa a Cava dei Tirreni
nel 1982. Aveva dieci anni e la sua colpa era essere la figlia del giudice
che andava punito. Le scariche del killer raggiunsero lei al posto del loro
obiettivo. Qualcuno di questi nomi vi è noto? Temo solo ad addetti ai lavori
o militanti di qualche organizzazione antimafia. Questi nomi sono
dimenticati. Colpevolmente dimenticati. Come, temo, lo sarà presto quello di
Angelo Vassallo. Ai funerali di Antonio Cangiano, vicesindaco di Casal di
Principe gambizzato dalla camorra nel giugno 1988 e da allora costretto sulla
sedia a rotelle, non c´era nessun dirigente della sinistra. Tutto sembra
immobile in territori dove non riusciamo nemmeno a ottenere il minimo,
l´anagrafe pubblica degli eletti per sapere esattamente chi ci governa.
Le indagini sull´omicidio di Angelo Vassallo vanno in tutte le direzioni, si
sta scavando nel passato e nel presente del sindaco. Perché, come mi è
capitato di dire altrove, in queste terre quando si muore si è sottoposti a
una legge eterna: si è colpevoli sino a prova contraria. I criteri del
diritto sono ribaltati. E quindi già iniziano a sentirsi voci di ogni genere,
ma nulla tralascerà la Dda. L´aveva
scritto Bruno Arpaia (non a caso nato a Ottaviano) nel suo bel libro Il
passato davanti a noi, che mentre i militanti delle varie organizzazioni
della sinistra extraparlamentare sognavano Parigi o Pechino per far la
rivoluzione e scappavano a Milano a occupare università o fabbriche, non si
accorgevano che al loro paese si moriva per un no dato ad un appalto, per
aver impedito a un´impresa di camorra di fare strada.
È in quei posti invisibili, apparentemente marginali che si costruisce il
percorso di un Paese. Tutto questo non si è visto in tempo e oggi si continua
a ignorarlo. La scelta del sindaco in un comune del Sud determina
l´equilibrio del nostro Paese più che un Consiglio dei ministri. Al Sud
governare è difficile, complicato, rischioso. Amministratori perbene e imprenditori
sani ci sono, ma sono pochi e vivono nel pericolo.
In queste ore a Venezia verrà proiettato sul grande schermo «Noi credevamo»
di Mario Martone, una storia risorgimentale che parte proprio dal Cilento,
dal sud Italia. Forse in queste ore di sgomento che seguono la tragedia del
sindaco Angelo Vassallo vale la pena soffermarsi sull´unico risorgimento
ancora possibile che è quello contro le organizzazioni criminali. Un
risorgimento che non deve declinarsi come una conquista dei sani poteri del
Nord verso i barbari meridionali: del resto è una storia che già abbiamo
vissuto e che ancora non abbiamo metabolizzato. Ma al contrario deve
investire sul Mezzogiorno capace di innovazione, ricerca, pulizia, che forse
è nascosto ma esiste. Deve scommettere sulla possibilità che il Paese sappia
imporre un cambiamento. E che da qui parta qualcosa che mostri all´intera
Italia il percorso da prendere. È la nostra ultima speranza, la nostra sola
risorsa. Noi ci crediamo.
La Repubblica, 7 settembre 2010

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