Riprendiamoci la tv. Ma per i programmi di qualità inventiamo un linguaggio diverso.
Come insegnano i documentari BBC serve una nuova tecnica di racconto capace di farci emozionare anche spiegando la storia dei profumi e degli odori.
La tv che sogniamo è l' intrattenimento che racconta e incanta, ti fa dimenticare che sei davanti a un artificio e ti mette di buon umore senza rincretinirti. Il garbo, il fascino e il carisma di Claudio Abbado nello "speciale" di Fabio Fazio di giovedì sera non devono dunque ingannarci. Benché sia un esperimento riuscito, anche di contaminazione dei generi, «La notte all' Opera» con Abbado, Daniel Barenboim e Maurizio Pollini nasconde, come sempre, qualche insidia. È infatti scontato che Abbado è un grande italiano e che fa grande musica. Ma non basta portare in scena e intervistare Napoleone per essere napoleonico.
Meno scontato è scoprire che Abbado non si accoda alla retorica sulla musica, che non concede nulla alle banalità, e che riesce a non farsi coinvolgere nell' enfasi sui rapporti tra musica e vita: «Meglio far crescere gli alberi a Milano» replica sorridendo a Fazio. Certo, mettere assieme tante eccellenze musicali è una bella impresa. Ma se è facile fare bella figura con Abbado è anche pericoloso avere a che fare con lui. C' è il rischio di esaltare come tanti Abbado anche le mezze calzette onorate per inconfessabili motivi di appartenenza o per conformismo. La scommessa è fare tv di qualità quando non hai Abbado che dirige Pollini, quando non hai Baremboim che spiega l' inspiegabile, ma quando l' eccellenza devi essere tu.
La tv inglese ha mandato in onda, qualche tempo fa, uno straordinario programma a puntate dedicato ai profumi. Si cominciava con le biografie dei nasi più famosi del mondo, capaci di memorizzare tremila odori, quelli della dinastia Guerlain per esempio, la più importante famiglia di profumieri francesi che fu anche uno stile, un' estetica e un' etica della grande Parigi.
Grazie alla sapienza delle immagini e a una scrittura televisiva raffinata e leggera abbiamo capito lo splendore e la caduta di Marilyn con il suo Chanel Numero 5, e poi con tre gocce di Nahema ci siamo infilati nella pelle di Catherine Denevue "rosa assoluta".
Ma c' erano anche i cattivi odori della civiltà industriale, la lunga lotta alla puzza e la costruzione delle fogne, il tanfo del paesaggio urbano nella Londra di Dickens e quello metallico delle autostrade di Los Angeles, le tragiche mosche del Cairo e l' acidità delle latterie comuniste di Varsavia. E poi c' era, recitata in costume, la storia dell' abate Mouret (Zola) che dimostra come di odori si possa persino morire. E ancora la torta di fragole e l' aragosta cucinata alla vaniglia, le famose vetrine dei profumieri degli Champs Elysées decorate da Giacometti.
Quella televisione ci ha completamente rapiti. E ci sembrava di sentire il muschio e lo zibetto. Strepitosa era la scena del gentiluomo cieco che si emoziona dentro un vecchio ascensore d' albergo a New York perché vi riconosce l' odore della donna che ha amato e che ha perduto. Ecco cosa può essere la televisione di qualità: il Novecento che diventa l' odore di una pasticceria di Praga requisita dai tedeschi e poi quello della gomma americana dei liberatori.
Simon Shama, che è uno dei più grandi storici contemporanei, una decina di anni fa lasciò la cattedra di Storia alla New York University e si mise a lavorare con la Bbc. E in una conferenza-lezione spiegò che l' immagine lo interessava più della scrittura: «Posso raccontare mille volte la storia delle isole britanniche ma non riesco mai a mostrare quanto sia avvincente ed emozionante». Si sa che gli Stati Uniti devono anche alle immagini di vita felice e all' happy ending del cinema la vittoria sui tedeschi perduti nelle cupezze iconografiche e nell' espressionismo cinematografico del Kulturpessimismus: il cinema di Roosevelt contro quello di Hitler.
A Shama piace il paragone tra la televisione moderna e le cattedrali di un tempo, i quadri dei santi e i vetri istoriati, i colori di Rembrandt del quale ha scritto una geniale biografia... Ebbene, con la Bbc e History Channel, Shama produsse poi «A History of Britain», che è diventato un classico: quindici puntate andate in onda dal 2000 al 2002, ora anche in cofanetto, che hanno avuto più successo degli «Eastender», la soap opera sulla vita quotidiana nel popolare quartiere dell' East londinese che va in onda tutte le sere da circa trent' anni e che due generazioni di inglesi guardano come i reality: in sottofondo, mentre mangiano, mentre fanno le pulizie di casa, mentre leggono...
Ecco, Shama non trasferì la sua cattedra in televisione, non fece il professore prestato alle immagini. Imparò a usare un altro linguaggio, si affidò agli esperti («il miglior dipartimento di Storia che ho mai visto nella mia lunga carriera universitaria»), si appassionò a una diversa tecnica di racconto, alla sapienza della tv di qualità che in Italia sicuramente Gianni Minoli è riuscito ad esprimere: dai famosi e rimpianti «Faccia a faccia» sino a «La Storia siamo noi». Purtroppo, quando vuol essere di qualità la tv italiana si fa superciliosa e paludata, e la cultura diventa il parere del professore Aristogitone, con la prosopopea ancillare e la convinzione profonda che comunicazione e informazione servono solo a legittimare opzioni ideologiche.
È l' altra faccia dei dibattiti-pollai, delle interviste ruffiane e dei talk show dove i filosofi, i professori, i giornalisti frequentano gli stessi luoghi comuni del «Grande fratello», le stesse euforie, pensieri sdraiati e sincopati, mezze parole o urla sguaiate, insulti o lievi brontolii. La verità è che la televisione di qualità non esiste in sé. Esistono i grandi televisionisti. Così come non c' è grande musica senza grandi musicisti. Speriamo che adesso in Italia non passi l' idea che per fare tv di qualità bisogna sostituire il «Grande Fratello» con un ciclo di lezioni accademiche, il festival di Sanremo con il festival della poesia, e «X Factor» con «I nibelunghi».
Repubblica — 05 dicembre 2009

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