Strumenti personali
Portale » Cogito Ergo Sum » Questione di stile. La moda socialista.
bolle sapone

Questione di stile. La moda socialista.

Storie di vita vissuta. Ungheria 1970



Oltre che l’infanzia – da 0 a 6 anni – avevo passato nella casa dei nonni anche gli anni del liceo. Erano delle persone meravigliose, ma di mentalità d’altri tempi. Anziché accontentarsi di un bell’appartamento che lo stato metteva a disposizione a prezzi irrisori, sognavano una casetta di proprietà. -Mai follia più grande nel socialismo reale-.

Investendo i risparmi di una vita comunque comprarono un villino. Un sola stanza, cucina, ripostiglio, uno sgangherato cesso e basta. Il bagno lo facevamo ai bagni pubblici una volta la settimana. Avevamo però un piccolo orto e un giardino con 2-3 alberi di frutta che in qualche modo ricompensavano nonno per la vigna che dovette vendere perché non poteva più curare.
Dormivo nella stessa camera con loro, e questa significava che dovevo spegnere la luce alle dieci. Non avevamo nemmeno la TV perché nonno, decenni prima di Popper aveva capito che sarebbe diventato il nuovo oppio dei popoli. Così, la sera si leggeva, si ascoltava la radio oppure il nonno suonava l’organo costruito da lui stesso per ricompensare la nonna per la perdita del suo adorato pianoforte, diventato legna da ardere durante la guerra per mano di alcuni soldati infreddoliti dell’Armata Rossa.
Non è stata una vita eccessivamente eccitante, ma l’affetto indiscusso dei nonni compensava la mancanza di tante cose senza di cui i ragazzini di oggi non potrebbero nemmeno vivere.
I miei compagni di città - io venivo dalla campagna – mi snobbavano. Almeno nei primi anni.
Ero anche malvestita – perfino secondo gli standard nostrani – perché mia madre dimenticava che gli adolescenti crescono e i nonni…beh i nonni forse non avevano abbastanza soldi, forse ritenevano che i vestiti servissero solo per coprirci, non è che si interessassero eccessivamente del mio abbigliamento. Al liceo portavamo il grembiule e nei giorni di festa vestivamo alla marinara.
Come Susanna Agnelli.
Alle feste invece andavo vestita con abiti vecchiotti, comprati un paio d’anni prima, ossia quando ero più bassa di almeno 10-12 cm. A loro, solo l’eccessiva cortezza dava il tocco della moda. Per mia fortuna Mary Quant aveva già inventato la minigonna.
Avevo, però già allora una discreta capacità di sublimazione, così, abilmente incanalavo la mia frustrazione nel disegno di vestiti. Disegnavo dunque gli abiti che avrei voluto indossare e che alcune mie compagne, più fortunate, li facevano realizzare dalle sarte. Non si trattava di sarte vere e proprie ma di signore di mezz’età che possedendo una mitica Singer con il cucito cercavano di arrotondare le loro magre pensioni.
Era questo il contesto, quando arrivò dal Canada la lettera di mia zia - fuggita nel 1956 – in cui preannunciava il suo ritorno a casa dopo 14 anni.
Adoravo questa zia, benché avessi di lei ricordi remoti.
Vinsi la mia innata ritrosia verso il chiedere e le scrissi una lettera dal contenuto molto “consumistico”. Le chiesi di portarmi un jeans, il non plus ultra dell’eleganza della mia generazione che al di là della cortina di ferro doveva accontentarsi del “pantalone texas”, un surrogato socialista di quel mitico capo.
Il pantalone texas era un indumento difficilmente definibile. Nel suo taglio assomigliava ai jeans, ma in un solo particolare: anche esso aveva 5 tasche. Per il resto credo che usassero un vecchio cartamodello del pantalone dello smoking. Era semplicemente goffa e stava male a tutte le ragazze che lo indossavano. Davvero non capisco nemmeno oggi come hanno potuti produrre un orrore del genere.
La stoffa assomigliava al Denim nella trama ma per motivi misteriosi – (temendo forse di essere accusati di plagio?) – la producevano in tutti i colori dell’arcobaleno, tranne che in azzurro o in blu. Si trattava inoltre di un tessuto molto duro. Con un po’ di abilità ci si riusciva a tenerlo in piedi da solo tanto era rigido.

Cosi…mettendo a parte l’orgoglio chiesi alla zia di portarmi un vero jeans.
Sorvoliamo sull’emozione dell’incontro, sulle lacrime di commozione, sul mio stupore perché la zia che rividi non aveva niente a che fare con l’immagine conservata dentro di me …arriviamo subito alla distribuzione dei regali.
Dalle capienti valigie della zia uscirono gli oggetti più incredibili: quintali di chewing gum, penne stilografiche con donnine con costumi che si abbassavano secondo la posizione, vestagliette e camicie da notte succinte, trucco di mille colori, e tante altre cose mai viste prima….
Ad un certo punto la zia si rivolse a me:
- Scusami, non ho dimenticato il jeans che mi avevi chiesto, ma mi sono resa conto di non aver portato niente alla figlia della zia Clara cosi ieri le ho regalato il tuo jeans, ma non preoccuparti…per te c’è ben altro!
Infatti, c’era ben altro.
Un vestito rosso, decorato con dei strass che sottolineavano la linea del seno. Era un abitino aderente e senza spalline che forse solo una donna formosa avrebbe potuto tenere su, certo non io che all’epoca ero apostrofata dei miei compagni zerozerotette (variante socialista del suo fortunato prototipo occidentale).
Infatti, quando lo indossai avanti agli occhi sognanti dell’ intero vicinato, perfino la zia ebbe dei dubbi e tirò fuori un altro dono per me:
Questa volta si trattava di un completo da sera: un vestito di seta sintetica, di un azzurro accecante con il relativo spolverino. Ambedue capi arrivavano fino a terra. Il vestito era molto scollato, ma grazie a dio questa volta con le bretelline.    Non riuscivo, però, a comprendere il senso del cappottino dello stesso stile. In questo caso la decorazione era più sobria rispetto agli strass del vestitino rosso. Una sottile pelliccia sintetica bianca accompagnava la scollatura del vestito e l’apertura del cappottino. Un mix tra babbo natale e Cenerentola dopo l’intervento della fatina azzurra.
Rimasi senza parole.
Non mi misi a piangere, questo no, anche se mi dispiaceva molto per il jeans mancato, ma non riuscì nemmeno per educazione, a mostrare alcun entusiasmo.
Per fortuna le signore del vicinato presenti alla consegna dei doni andavano in estasi al mio posto.
Nonno scuoteva la testa che poteva anche essere interpretato con un “Ma non dovevi…” Nonna invece era raggiante, lei del resto viveva con un orologio biologico regolato di 50 anni addietro, quando frequentava l’alta società.

La storia non finisce qui.
Proprio in quei giorni la Federazione dei Giovani Comunisti aveva organizzato una “serata danzante”nella palestra del liceo. Cercai di nascondere l’evento, ma attraverso il libretto delle comunicazioni si seppe lo stesso.
Alla zia non parve vero! Sarebbe stata l’occasione ideale per sfoggiare il mio nuovo look americano per far schiattare d’invidia le mie compagne snob. (Sfortunatamente in una lettera le avevo raccontato il mio disagio da campagnola rispetto alle mie compagne cittadine ben più “sofisticate).
Dopo un breve consulto la nonna e la zia decisero che avrei dovuto indossare il completino azzurro anche perché quello rosso riuscivo a tenere su trattenendomi il respiro, solo per un paio di minuti.
Non potevo protestare, non volevo offenderla.
Speravo di poter passare prima negli bagni, scambiare il vestito con uno qualsiasi che la mia amica del cuore mi avrebbe portato.
Non andò esattamente cosi:
La zia mi accompagnò in taxi fino al liceo. Siamo arrivati un po’ tardi: secondo lei, una ragazza che vuol fare colpo deve arrivare tardi alle feste. Mi diede anche altri consigli rispetto alla vita sociale, rispetto all’importanza del apparire…e aveva un discreto bagaglio di esperienze a giudicare da ben 4 matrimoni contratti nel giro di 14 anni, ma a dire il vero non è che la seguissi molto…ero terrorizzata.
Della mia amica che avrebbe dovuto salvarmi, nemmeno l’ombra.
Non so come riuscì ad arrivare alla porta della palestra da dove si sentiva l’allegro chiacchiericcio dei ragazzi e la musica.
Cercai di farmi piccola, piccola, ma è difficile diventare nana, quando misuri 178 cm.
Entrai con il viso in fiamme e con passi da giganti – beh “giganti” quanto mi permetteva l’apertura del vestito calibrato per donne giapponesi tradizionaliste – raggiunsi la prima sedia e mi buttai su essa.
Si fece silenzio nella sala.
Un silenzio irreale.
Perfino l’orchestrina smise di suonare.
E poi …il boato.
Un boato di risate, di pernacchi, di fischi, di applausi….un po’ di tutto insomma.

In quel momento, a 17 anni, senza uno straccio fidanzatino all’orrizonte, decisi che un giorno mi sarei sposata in blu jeans.
E molti anni dopo così feci.

I vestiti? Dopo la partenza della zia, i vestiti li ho venduti ad una soubrette dell’operetta di Budapest. E con il ricavato comprai il mio primo mitico blu jeans.

Azioni sul documento