Quella tavola di valori. Mura della casa comune.
La scuola di uno Stato democratico e laico qual è il nostro non può che educare ai valori per definizione condivisi, quali sono, appunto, quelli contenuti nella Costituzione.
Si dibatte in questi giorni, con diverse
valutazioni, sull’introduzione nelle scuole italiane di un insegnamento sulla
Costituzione e la cittadinanza. Qualcuno teme l’introduzione di una sorta di
`catechismo laico`; altri pensa che sia inutile un insegnamento del genere, in
una scuola che è propriamente a servizio della formazione culturale delle più
giovani generazioni.
Al riguardo mi sembra che ci si dovrebbe innanzitutto porre
il problema se la scuola sia chiamata solo a formare, quindi a fornire
un’istruzione che porti competenze culturali ed anche – in certe scuole –
professionali, o debba mirare pure all’educazione della persona.
Personalmente ritengo che l’educazione non possa essere
esclusa dai compiti della scuola; soprattutto l’educazione al vivere sociale,
alle ragioni dello stare insieme, ai valori che ci accomunano nonostante le
diversità che ci distinguono e ci potrebbero dividere, al perché incombono su
tutti i consociati doveri – che la nostra Costituzione all’art. 2 definisce
come «inderogabili» – di solidarietà. «L’Italia è fatta, facciamo gli
italiani»: così, come noto, Massimo D’Azeglio in relazione al compimento del
processo di unificazione nazionale; si tratta di un compito che è stato molto
benemeritamente assolto dalla scuola. Ma ognun vede come si tratti di un
compito mai conchiuso definitivamente; come ogni nuova generazione debba essere
educata alla cittadinanza; ed ancor più come oggi, dinanzi all’imponente
fenomeno immigratorio, questo compito appaia necessario ed urgente rispetto ai
piccoli immigrati chiamati a divenire cittadini italiani.
Ma educare a quali valori? Qui il problema diventa più
complesso, perché siamo ormai una società pluralista da questo punto di vista.
In passato le comunità politiche, in quanto aggregazioni sociali con fini
politici i cui membri sono legati da vincoli comuni, hanno trovato il punto di
aggregazione nella etnia, nella religione, nell’idea di nazione, in una
condivisa ideologia.
Ma in una società pluralista, dove i fattori comuni sono via
via venuti meno, dove trovare il collante che tiene insieme le diversità? E
d’altra parte il collante è necessario, pena la disgregazione sociale, il venir
meno del senso di appartenenza e l’affievolirsi fino allo scomparire dei
vincoli di solidarietà.
È qui che entra in gioco la Costituzione che,
prima di essere l’insieme delle regole fondamentali che organizzano e
disciplinano la vita democratica, raccoglie la tavola di valori sulla quale gli
italiani hanno convenuto di fondare la propria convivenza. Insomma: i valori
costituzionali sono - per usare l’espressione di un pensatore che larga
incidenza ha avuto sulla formazione della nostra Carta fondamentale, cioè
Maritain – il «credo umano comune» che tiene insieme una società pluralista.
Beninteso: la
Costituzione si può cambiare. Ma fin tanto che non viene
modificata, con l’apporto di tutti, rimane come le mura della casa comune,
all’interno delle quali – ma non contro le quali – le diversità di posizioni
sono legittime.
Dunque, se la scuola è chiamata a educare alla cittadinanza,
la scuola di uno Stato democratico e laico qual è il nostro non può che educare
ai valori per definizione condivisi, quali sono, appunto, quelli contenuti
nella Costituzione. Del resto: se la Costituzione non si insegna a scuola, dove la si
imparerà a conoscere? Dovrà rimanere monopolio delle conoscenze dei soli
giovani che, specie in Università, affronteranno studi giuridici?
In uno Stato democratico non si può che educare ai valori
condivisi.
http://www.avvenire.it 17 Novembre 2009

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