Quel pensiero stupendo che ci ha messo in testa i tormenti del corpo
La psicoanalisi ha rivoluzionato il modo in cui l’uomo si guarda, l’arte, la letteratura, il cinema.
Prendete una sana e repressa società mitteleuropea di inizio novecento che ingabbia le donna nel busto e in altri angusti costumi e rivelatele che i suoi cittadini di tre anni vorrebbero possedere la madre e far fuori il padre. Raccontatele poi che quando la sua prole tutta boccoli e velluto impara a far la cacca nel vasino attraversa una fase cruciale dello sviluppo psico-sessuale. O entrate nello studio del signore che divulga queste teorie e sentite cosa domanda alle pazienti, cosiddette isteriche, o ai pazienti, più sobriamente nevrotici, giunti lì per via di improvvise paresi, afasie o altri misteriosi disturbi: gira gira, si finisce a parlare di sesso. E mica per allusioni. Però i disturbi scompaiono, almeno per un po’.
Sì, ma che scandalo. Sigmund Freud che, con la sua nuova creatura, la psicoanalisi, vuol dare una mano a chi va fuori di testa, è considerato da opinione pubblica e accademici un pervertito (sessuale ovvio), psicopatico, paranoico, attentatore della civiltà. Oddio, lui e i suoi rissosi discepoli, qualche pilastro lo buttano anche giù, ma, come dice Luigi Zoja, psicanalista junghiano di carriera e fama internazionale, “avviano, senza versare una goccia di sangue la più grande e irreversibile rivoluzione culturale del XX secolo” che, a settant’anni dalla morte dell’iniziatore, andiamo a celebrare.
La psicanalisi poteva nascere solo a Vienna nel 1900?
Penso di sì. La vecchia Austria, in termini industriali e socio economici non era la punta di diamante dell’Europa, però stava soppiantando Parigi in quanto a melting pot: 20% di popolazione ceca, 10% ebraica. Erano le classi assimilate laiche ed intellettuali dell’ebraismo, vera novità dell’Europa continentale del secondo 1800, introdotta con l’emancipazione da Bonaparte : scrittori e filosofi giunti a Vienna dalla Russia o dalle zone orientali dell’impero. C’erano già un clima da tramonto dell’occidente, con tutto il senso di decadenza storico-politica, spinte conservatrici, ma anche grandi sperimentazioni.
La teoria della sessualità non poteva germogliare a Parigi?
Il mio amico Umberto Galimberti dice che, come la filosofia era nata in Grecia, la psicoanalisi doveva nascere in un Paese di lingua tedesca, perché il tedesco, come il greco, con la sua complessità offre maggiori possibilità rispetto a lingue più semplici. A differenza della laica Parigi, Vienna era un brodo di coltura di positivismo e laicismo che si mediava con il romanticismo tedesco:il ritorno alle forze della natura e al corpo.
Ma se Freud, nelle lettere alla futura moglie, si scusava per l’indelicatezza di nominare la parola piedi…
Come tutti, era inconscio e incline a sottovalutare certi suoi problemi.
I pazienti di Freud erano in gran parte borghesi: quanto conta l’influenza di classe sulla psicoanalisi? E il popolo, più promiscuo e angariato da ben altri problemi aveva le stesse turbe della sua clientela?
Bisognava star lì per stabilirlo, ma credo fossero diverse. L’influsso della borghesia è decisivo, tuttavia Freud ha un’intuizione che la trascende e mette in moto una revisione dell’uomo in generale. Infatti la psicoanalisi è esportata ovunque. Io la insegno in Cina.
Però, l’intuizione per cui ogni nevrosi ha una radice sessuale - desiderio inappagato, abuso subito - è figlia di quel clima.
Certo, ma come junghiano, dò per scontato che la psicoanalisi vada rapidamente al di là dell’atto represso sessuale e cerchi tutto quello che è il represso nella psiche. Anche Freud nelle sue affermazioni più definitive è contro l’idea che la psicoanalisi ( per lui basata sulla teoria sessuale) diventi una settorializzazione della medicina. La psicoanalisi ha rivoluzionato il modo in cui l’uomo si guarda, l’arte, la letteratura, il cinema. Se si rinchiude solo negli studi degli psicoanalisti non produce pensiero critico, tradisce il suo mandato.
Sulla libido, intesa da Freud come pura pulsione sessuale, si consumò la frattura con l’allievo prediletto Carl Gustav Jung, che la considerava energia psichica tout court. Quanto Edipo c’era in questa rottura?
Non parlerei di Edipo, ma di concorrenza per il primato. Poteva accadere anche con una donna.
A casa sosteneva di diffidare delle donne forti, preferendo quelle da proteggere; fuori, era amico di signore potenti come Lou Salomè o Maria Bonaparte. Un caso di dissociazione?
Forse è propensione maschile alla seduzione, vizio sublimato. Era molto lusingato da cere personalità: con una scrittrice inglese che venne a Vienna, eccezionalmente, la neutralità del settino psicoanalitico non fu tanto rispettata, anzi sbracò. Nelle lettere la riempie di elogi per i suoi lavori e si mette a disposizione.
Che fine han fatto le isteriche?
Forse era un problema sopravvalutato. E autoalimentato. A Parigi il neurologo Jean-Martin Charcot, maestro anche di Freud, teneva lezioni pubbliche sull’isteria e mi pare di ricordare un’illustrazione in cui, a una delle sue dimostrazioni, ha alle spalle un quadro che raffigura un’isterica che s’inarca: la paziente portata in sala poteva ispirarsi. Comunque oggi abbiamo altri problemi: anoressia e bulimia. E, in genere, nevrosi polifunzionali con un nucleo essenziale, visto che l’instabilità del mondo è ansiogena.
E’ più rivoluzionaria la scoperta della sessualità o dell’inconscio?
Quella dell’inconscio. La sessualità resta una dottrina particolare del caposcuola, ma è riduttiva.
Il più grande errore di Freud?
Per uno junghiano, il suo maggior difetto non riconosciuto è il tentativo di fare della psicoanalisi una scienza naturale e non umana, come era ed è rimasta: l’ingenuità di voler trovare evidenze scientifiche. Non c’è flessibilità: troppe categorizzazioni che non tengono conto della variabilità dell’inconscio. Non si può interpretare la Divina Commedia in termini strettamente freudiani. Inoltre, per l’influsso della generazione da cui proveniva e della condizione di ebreo illuminato, Freud ha promosso la svalutazione del sacro, degli aspetti rituali e arcaici. Ma nel suo clima c’era troppa repressione sessuale. Ma lui non ha ascoltato una considerazione che poteva suggerirgli l’antropologia. Il sacro e la religione sono presenze in se, non è prudente buttarle via. Con il tabù sessuale ci si preparava ad eliminare l’istituzione sacrale che c’era dietro. Detto questo, grazie a Freud e alla modernizzazione, la libertà sessuale è aumentata. Ma nel frattempo è cresciuto anche il consumismo, che investendo sulla sessualità, non la libera.
Al Festival della Mente parlerà di uomini-centauri: ci spieghi.
Nella storia dell’umanità, la donna è madre per natura, l’uomo per cultura. Prima è solo un fecondatore. Il centauro rappresenta la sua doppia identità, animale e civile. Con il lento e definitivo sfaldarsi del patriarcato, l’identità animale si riaffaccia. Ho ristudiato le ipotesi per cui i movimenti politici, in particolare i fascismi della prima metà del ‘900, erano considerati un ritorno del padre e del patriarcato. In realtà era la stessa bipolarizzazione dell’identità maschile. Era il maschio prepaterno, aggressivo e competitivo. Già allora il padre era in netta decadenza.
Anche Berlusconi ha una psicologia da dittatore?
No, si regge sull’indifferenza e il populismo mediatico. Ci sono sempre stati casi simili in Italia, il problema è che c’è una maggioranza del tutto indifferente.
Smania del complotto, satirismo e negazione della realtà ne fanno un caso clinico?
Sì, estremo, ma di quelli che girano tranquillamente per strada. Il fatto non comune è che a un caso clinico si associ tanta ricchezza e potere.
da “il venerdì” di Repubblica 4-10-2009 - http://www.repubblica.it

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