Quel pasticciaccio di Palazzo Chigi . Un precedente contro le regole
Un decreto interpretativo con potere retroattivo ha come conseguenza legittimare l'illegalità permanente nella vita pubblica.
Ci sono, nel decreto legge varato ieri notte dal governo, un
pregio e una quantità di difetti. Ezio Mauro, nel suo editoriale di ieri ne ha
già dato conto. Proseguirò sulla stessa strada da lui aperta e nelle
considerazioni svolte dall'ex presidente della Corte Costituzionale, Valerio
Onida. Ma c'è anche e soprattutto un indirizzo politico che emerge da quel
decreto, che suscita grandissima preoccupazione.
Il pregio è d'aver dato al maggior partito di maggioranza e ai suoi candidati
la possibilità di partecipare al voto regionale in Lombardia e nel Lazio, così
da esercitare il diritto elettorale attivo e passivo. Quest'esigenza era stata
sottolineata non solo dagli interessati ma anche dai partiti dell'opposizione.
Bersani, Di Pietro, Casini, avevano dichiarato nei giorni scorsi di voler
vincere disputando la loro eventuale vittoria "sul campo e non a
tavolino". Il decreto consente che questo avvenga ed infatti avverrà se i
tribunali amministrativi della Lombardia e del Lazio ne ravviseranno le
condizioni sulla base del decreto già operativo nel momento in cui quei due
tribunali si pronunceranno. Spetta infatti a loro - e non al
decreto - stabilire se le prescrizioni previste saranno state
correttamente adempiute.
I difetti - che meglio possono essere definiti vere e proprie
prevaricazioni - sono molteplici. Alcuni di natura politica, altri
di natura costituzionale. Cominciamo da questi ultimi. Esiste una legge del
1988 che vieta ogni decretazione in materia elettorale.
Ora è chiaro che un decreto interpretativo (come è stato definito quello di
ieri) non può contravvenire ad una legge vigente e sostanzialmente abrogarla
senza con ciò produrre un'innovazione. Cessa pertanto la natura interpretativa
che risulta essere soltanto un'appiccicatura mistificante, e riappare invece un
intervento che modifica anzi contraddice norme vigenti sulla stessa materia.
C'è un'altra questione assai delicata: l'intera materia elettorale riguardante
le Regioni è di spettanza delle Regioni stesse. Le stesse leggi elettorali in
materia di procedura differiscono in parecchi punti l'una d'altra. E' quindi
molto dubbio che il governo nazionale possa entrare con una sua interpretazione
su leggi che non sono interamente di sua diretta spettanza. Interpretazioni di
tal genere spetterebbero ai consigli regionali i quali tuttavia sono scaduti in
attesa del rinnovo elettorale.
Su tutte queste questioni saranno certamente proposti ricorsi e quesiti alla
Corte. Ove questa li accogliesse mi domando quale sarebbe la validità e gli
esiti degli scrutini del 29 marzo. Il Presidente della Repubblica aveva
giustamente definito "un pasticcio" la situazione venutasi a creare.
Purtroppo il decreto di ieri non risolve affatto il pasticcio anzi per molti
aspetti lo aggrava.
Quanto alla scorrettezza politica, la più grave riguarda la mancata
condivisione della sanatoria decretata dal governo con le forze d'opposizione.
Il Presidente della Repubblica ne aveva ripetutamente sottolineato
l'opportunità ed anzi aveva condizionato ad esso ogni statuizione. Il suo
rifiuto dell'altro ieri ad autorizzare un decreto che modificasse le procedure
elettorali ad elezioni in corso era motivato anche da questo.
Non solo la condivisione è mancata ma il premier ed i suoi collaboratori senza
eccezione alcuna hanno incolpato l'opposizione d'aver reso impossibile
l'esercizio del diritto elettorale. In particolare
questa responsabilità dell'opposizione si sarebbe verificata a Roma, dove
militanti radicali e di altri partiti avrebbero fisicamente bloccato i
rappresentanti della lista Pdl impedendo loro di varcare la soglia dell'ufficio
elettorale del tribunale.
Questa circostanza, sulla quale i radicali hanno già sollevato denuncia di
calunnia, dovrà comunque esser provata dinanzi al Tar del Lazio nell'udienza di
domani. E' comunque grave un'inversione così macroscopica delle responsabilità,
sulla base della quale i colpevoli vengono condonati e gli innocenti puniti.
* * *
Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha definito il decreto del governo
come "il male minore", distinguendosi ancora una volta con queste
parole dalla linea di Berlusconi. Ma nel caso in questione Fini ha sbagliato
per difetto. Il decreto interpretativo non è un male minore. E' un male
identico se non addirittura peggiore d'un decreto innovativo.
Anzitutto non si può dare un'interpretazione diversa e così estensiva ad una
procedura elettorale con effetto retroattivo. L'interpretazione, se
retroattiva, diventa infatti un vero e proprio condono ed un condono è quanto
di più innovativo vi sia dal punto di vista legislativo.
Ma c'è di peggio. Poiché nel diritto pubblico un precedente produce una
variante valida anche per il futuro, questo precedente potrà essere invocato
d'ora in poi per condonare qualunque irregolarità procedurale a discrezione del
governo. Non bastava il sistema delle ordinanze, immediatamente esecutive e
sottratte ad ogni vaglio preventivo di costituzionalità; ad esso si aggiungerà
d'ora in poi il decreto interpretativo facendo diventare norma l'aberrante
principio che la sostanza prevale sempre sulla forma, come dichiarò pochi giorni
fa il presidente del Senato, Schifani, dando espressione impudentemente
esplicita ad un principio eversivo della legalità. Esiste nella nostra lingua
la parola "sprocedato" per definire una persona scorretta che si
comporta in modo contrario ai suoi doveri. La esse è privativa, sprocedato
significa appunto "senza procedura".
E bene, stabilire la prevalenza della sostanza sulla forma in materia di
procedura non ha altra conseguenza che legittimare l'illegalità permanente
nella vita pubblica, o meglio: far coincidere la legalità con il volere del
capo dell'esecutivo, cioè stabilire la legittimità dell'assolutismo.
Un decreto interpretativo con potere retroattivo realizza questo gravissimo
precedente. Non a caso Berlusconi lo ha preteso facendo balenare ripetutamente
la minaccia di sollevare dinanzi alla Corte costituzionale un conflitto di
attribuzioni tra il governo e il Capo dello Stato. Gianni Letta è stato il
"missus dominicus" di questo vero e proprio ultimatum e -
a quanto si sa - l'ha fatto valere con inusitata decisione. Questi
gentiluomini del Papa ci stanno dando molte sorprese da qualche giorno in qua
sui più vari terreni. Un Letta in armatura e lanciato a passo di carica non
l'avevamo ancora visto anche se da tempo sotto il suo guanto appariva sempre
più spesso l'artiglio di ferro.
Male minore, presidente Fini? Purtroppo non sembra.
* * *
Che fare? Chi ne ha titolo rappresenti al Tar i problemi che sono di sua
competenza per quanto riguarda il giudizio di applicazione del decreto. (Il Tar
lombardo ha già concesso a Formigoni la sospensiva dell'ordinanza dell'Ufficio
elettorale e deciderà definitivamente nei prossimi giorni). E chi ha titolo
sollevi i problemi di costituzionalità dinanzi alla Corte.
Le sortite "sprocedate" di Di Pietro nei confronti del presidente
della Repubblica sono da respingere senza se e senza ma. Nella situazione data
il Capo dello Stato è stato messo in condizioni di necessità e ha dovuto dare
la precedenza all'esercizio del diritto elettorale, riuscendo anche a far togliere
alcune disposizioni transitorie che riservavano l'applicazione del decreto alle
sole Regioni di Lombardia e Lazio. Si sarebbe in quel caso creata una
diseguaglianza tra gli elettori di fronte alla legge recando così un vulnus
costituzionale di palese evidenza. Resta il pasticcio ed un precedente che
accelera la trasformazione dello Stato dalle regole all'arbitrio del Sovrano.
Gli elettori giudicheranno anzitutto i candidati e i programmi da essi
sostenuti. Ma sarà bene che riflettano anche su questi aspetti politici di
involuzione democratica. Non sarà un referendum pro o contro Berlusconi, ma
certamente l'occasione per scegliere in favore di leggi valide per tutti o in
favore delle "cricche" che hanno occupato le istituzioni usandole a
favore dei loro privatissimi interessi. L'occasione per cambiare questo
andazzo arriverà tra venti giorni. Errare è umano, ma perseverare nell'errore
non lo sarebbe.
http://www.repubblica.it (07 marzo 2010)

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