Quel che rende unico ogni individuo
“Una parte della lezione che il giurista ha tenuto a Pistoia sul rapporto tra democrazia e identità”. Con una perla di Tocqueville.
«Sull´uomo», sull´essere umano. Non so immaginare come
altri, intervenendo in questi "dialoghi sull´uomo", interpreteranno
l´espressione e intenderanno il loro compito. Da parte mia, non andrò di
certo alla ricerca di qualcosa di essenziale, di ideale, di radicale circa
l´essere-uomo. Nelle cose politiche e morali, è bene diffidare delle
astrazioni e delle dottrine circa l´umanità autentica, vera, non corrotta,
corrispondente all´ideale, un ideale che debba essere realizzato con ogni mezzo
e a ogni costo. È prudente pensare che non esista "l´uomo" o che,
se esiste, non l´abbiamo mai incontrato. Ci sono "gli uomini" e non
uno è per natura uguale all´altro. Per nostra fortuna è così. Altrimenti
saremmo pronti ad accettare l´uomo-massa, l´uomo-gregge, l´uomo in serie. La
verità della nostra umanità non sta in una filosofia, in un´antropologia; sta
dentro ciascuno di noi, in interiore homine, e tutti possiamo cercare
di conoscerla seguendone le tracce profonde, senza mentire a noi stessi.
Conosci te stesso! E non pensare che quello che hai trovato valga
necessariamente nemmeno per chi ti sta più vicino.
La storia ci mostra però che questa realtà, tanto molteplice da non poter
trovare un esemplare di per sé uguale a un altro, è tuttavia massimamente
plastica, cioè capace di adattarsi, adeguarsi, combaciare alle condizioni
nelle quali si trova a vivere. Nessun altro essere vivente ne è altrettanto
capace. Per questo, gli esseri umani sopravvivono nelle condizioni
ambientali, climatiche, sociali, politiche più diverse. Non solo gli
individui, ma anche le loro società sono varie e sono capaci di cambiare,
come nessun´altra società di esseri viventi. I viventi non umani ci appaiono
programmati per vivere nella e solo nella struttura sociale che è loro
propria.
Dalle società tribali arcaiche, studiate dagli etologi, alle odierne società
della comunicazione, di cui si occupano gli informatici, quante varianti,
quanti tipi umani diversi: cacciatori, agricoltori, nobili e plebei, liberi e
servi, cittadini e contadini, corteggiani, cavalieri e borghesi, umanisti e
tecnici, imprenditori ed esecutori, proprietari e proletari, uomini di
religione e uomini di scienza, eccetera. Differenze, queste, che riguardano
il lato esteriore degli esseri umani, quello che riguarda i rapporti sociali
tra di loro. Ma che diremmo del lato interiore, quello che riguarda cose come
le loro qualità morali, la loro sensibilità artistica, l´autocoscienza, la
felicità e l´infelicità? Qui davvero ogni pretesa di generalizzare sarebbe
ancora più arbitraria.
Forse però, potremmo già subito smentirci da noi stessi e dire che, allora,
una natura dell´essere umano c´è, ed è la sua plasticità e irriducibilità ad
unitatem. Ma è una smentita apparente, perché non ci permette di andare
oltre, mentre è propriamente questo "oltre", o questo
"altro" ciò che ci importerebbe di definire.
Orbene, è precisamente l´indefinibiltà di un´idea essenziale a priori che
consente di dire qualcosa in modo indiretto, a partire dalle condizioni
esterne che operano sugli esseri umani, conformandoli a determinati standard
sociali e a determinate aspettative sociali. Ferma restando, peraltro, la
sempre presente, residua e ribelle, loro irriducibilità integrale a tali
standard.
Guardando alle condizioni odierne delle nostre società, troviamo
impressionanti conferme di due profezie che risalgono, l´una, a Tocqueville
e, l´altra, a Dostoevskij.
Tocqueville, osservando le condizioni della società americana orientata alla
democrazia ugualitaria, previde «una folla innumerevole di uomini simili e
uguali, che girano senza posa su se stessi per procurarsi piccoli, volgari
piaceri, con cui soddisfare il proprio animo. Ciascuno di loro, tenendosi
appartato, è come estraneo al destino degli altri: i suoi figli e i suoi amici
più stretti formano per lui tutta la specie umana; quanto al rimanente dei
suoi concittadini, è vicino a loro, ma non li vede; li tocca, ma non li
sente; vive solo in se stesso e per se stesso, e se ancora gli rimane una
famiglia, si può dire almeno che non abbia patria. Al di sopra di costoro
s´innalza un potere immenso e tutelare, che s´incarica da solo di assicurare
il godimento dei loro beni e di vegliare sulla loro sorte. È assoluto,
particolareggiato, regolare, previdente e mite. Assomiglierebbe al potere
paterno, se, come questo, avesse per fine di preparare gli uomini all´età
virile; ma al contrario, cerca soltanto di fissarli irrevocabilmente
nell´infanzia» (La democrazia in America, 1840, libro II, parte IV,
capitolo VI).
Dall´altra parte del mondo, qualche decennio dopo (1879-1880), Dostoevskij
avrebbe scritto, presumibilmente senza conoscere il suo predecessore, quella
che è stata definita la storia dei due secoli successivi, La leggenda del
Grande inquisitore, capitolo centrale, somma del suo pensiero politico e
vetta della sua arte, ne I fratelli Karamazov. Anche qui, l´umanità è vista
divisa in due. I "tutori" di Tocqueville diventano gli
"inquisitori" in Dostoevskij. La visione generale è la stessa: la
massa addomesticata e i pochi che, al di sopra, l´addomesticano. Non tiranni
feroci, ma benefattori che prendono sulle loro spalle il fardello di una
libertà di cui, per lo più, gli esseri umani non sanno che farsi, anzi
anelano di sbarazzarsi. La società dei grandi numeri, industrializzata,
standardizzata, meccanizzata produrrebbe così una doppia, opposta umanità. La
divisione ha a che fare con la distribuzione ineguale di tre risorse vitali,
i beni materiali, le conoscenze, il potere: detto altrimenti, l´avere, il
sapere, il potere, i tre pilastri d´ogni struttura sociale.
La democrazia in America è un testo che potremmo definire di sociologia
politica; La Leggenda,
di antropologia morale. Per questo, in un discorso sull´essere umano come è
quello cui i "Dialoghi sull´uomo" ci invitano, è a Dostoevskij,
innanzitutto, che ci rivolgiamo. Non con l´illusione di trovarvi tutto, ma
almeno con la certezza di scorgervi qualcosa di ciò che cerchiamo, anzi forse
non poco.
http://www.repubblica.it 27 maggio 2010

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