Quando Orfeo lascia Euridice
Un brano del testo del filosofo sul celebre mito
Anticipiamo parte del testo di che compare sul nuovo numero della rivista
Lettera internazionale, dedicato al rapporto fra corpo e potere.
Perché la storia di Orfeo fu il tema del teatro d´opera nei suoi primi cento
anni di vita, durante i quali ne vennero prodotte quasi cento versioni? La
figura di Orfeo che chiede agli dèi di restituirgli la sua Euridice impersona
una costellazione intersoggettiva che costituisce, per così dire, la matrice
elementare dell´opera o, più esattamente, dell´aria operistica: la relazione
del soggetto (in entrambi i sensi del termine, agente autonomo ma anche
soggetto dell´autorità legittima) con il suo Padrone (divinità, re o la dama
dell´amor cortese) si rivela attraverso il canto dell´eroe (come contrappunto
alla collettività incarnata dal coro) che è in sostanza una supplica a lui
diretta affinché si mostri misericordioso, faccia un´eccezione e perdoni
all´eroe la trasgressione di cui si è reso colpevole.
La prima, rudimentale forma di soggettività è la voce del soggetto che implora
il Padrone di sospendere, per un attimo, la sua stessa Legge. (...) Abbiamo qui
una sorta di scambio simbolico tra il soggetto umano e il Padrone divino:
quando il soggetto, l´essere umano mortale, supera la sua condizione di
finitezza e si eleva, con l´offerta del proprio sacrificio, a un´altezza
divina, il Padrone risponde con il gesto sublime della Grazia, la prova
definitiva della sua umanità. Eppure, allo stesso tempo, questo atto di grazia
appare inequivocabilmente un gesto vuoto e forzato: il Padrone in definitiva fa
di necessità virtù, presentando come atto autonomo ciò che in realtà è
obbligato a fare se non vuole che la rispettosa istanza del soggetto si
trasformi in aperta ribellione.
Per questo motivo non penso che la vicinanza cronologica tra la nascita
dell´opera e la formulazione del cogito di Descartes sia solo una semplice
coincidenza: si potrebbe perfino sostenere che il passaggio dall´Orfeo di
Monteverdi all´Orfeo e Euridice di Gluck corrisponda al passaggio da Descartes
a Kant. La novità introdotta da Gluck è una nuova visione della soggettività.
In Monteverdi, abbiamo la sublimazione allo stato puro. Quando Orfeo si gira a
guardare Euridice e così facendo la perde di nuovo, la Divinità lo consola: è
vero, ha perduto la sua amata come persona in carne e ossa, ma da quel momento
sarà in grado di rintracciarne gli adorati lineamenti in tutto ciò che lo
circonda, nelle stelle del cielo, nel luccichio della rugiada mattutina… Orfeo
accetta senza esitare il vantaggio narcisistico prodotto dallo scambio e si
lascia sedurre dalla prospettiva di diventare l´autore della glorificazione
poetica di Euridice: in poche parole, non ama più lei ma la visione di se
stesso che canta il suo amore per lei.
Se questo è vero, l´eterna questione di capire perché Orfeo abbia rovinato
tutto girandosi a guardare Euridice si presenta in una nuova luce. Si tratta
semplicemente di una manifestazione del legame tra istinto di morte e
sublimazione creativa: lo sguardo all´indietro di Orfeo è un atto perverso
stricto sensu, perché egli sceglie intenzionalmente di perdere Euridice per
poterla riavere come oggetto di sublime ispirazione poetica (un´idea sviluppata
in particolare da Klaus Theweleit). Ma ci si potrebbe spingere oltre,
domandandosi se non sia la stessa Euridice, consapevole dell´impasse in cui si
trova il suo amato Orfeo, a indurlo intenzionalmente a voltarsi. Il suo
ragionamento potrebbe essere stato più o meno il seguente: «So che mi ama; ma
potenzialmente è un grande poeta, questo è il suo destino, che non potrà mai
realizzare se ci sposeremo e vivremo insieme felici. Quindi l´unica cosa
eticamente accettabile che mi resta da fare è sacrificarmi, spingendolo a
voltarsi, per consentirgli di diventare ciò che merita di essere, un grande
poeta».
© Lettera Internazionale. Traduzione di Stefano Sampietro
Repubblica 22.4.11

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