Quando le regole rendono più liberi
Un´economia di mercato ideale deve avere come obiettivi la lotta alla povertà, mantenere alta l´occupazione e continuare a garantire un welfare sociale
«A volte le regole aumentano la libertà invece di restringerla, ma occorre
prima mettersi d´accordo sul significato di libertà». Amartya Sen, 74enne
economista indiano, cattedra ad Harvard, ora "in prestito"
all´università di Cambridge, premio Nobel 1998, pronuncia la sua apparente
provocazione in tono pacato, come un insegnante che corregge con dolcezza
l´errore di uno dei suoi studenti. Gli ho appena chiesto di parlare dei limiti
della libertà economica, il tema del suo intervento al Festival dell´Economia
di Trento (il 26 maggio), ma il professore comincia con una precisazione: «La
libertà non si deve mai limitare».
Eppure si discute molto di limiti alla libertà del mercato, dopo il collasso
finanziario del 2008.
«Io non ragiono in termini di limitazioni alla libertà».
«La libertà è la virtù più importante per l´uomo e va sempre preservata.
Chiediamoci piuttosto quali sono i fattori che causano una diminuzione della
libertà umana. Uno è sicuramente la disoccupazione: senza lavoro, un uomo
diventa immediatamente meno libero, non è più libero di decidere il suo
destino. Ecco dunque che dobbiamo guardare al problema dal versante opposto:
cosa è necessario fare, a livello economico, per ampliare la libertà, intesa
come libertà di tutti, degli individui, delle aziende, della collettività».
Quali devono essere, in tal senso, le
priorità per l´economia di mercato?
«Molti anni fa ricevetti il premio Giovanni Agnelli per le questioni dell´etica
a livello internazionale. Nel mio discorso parlai della libertà individuale
come un impegno sociale da raggiungere e difendere, un tema che poi sviluppai
in un libro, pubblicato in Italia da Laterza. Mantenere un alto livello
occupazionale, diminuire o far scomparire la povertà, garantire un welfare
sociale: questi, a mio avviso, gli obiettivi prioritari per un´economia di
mercato che funzioni correttamente».
Che lezioni bisogna trarre dalla crisi
globale, finanziaria ed economica, che ha investito il mondo tre anni fa?
«La prima è che è una crisi venuta da lontano. I semi di una folle deregulation
finanziaria sono stati piantati già all´epoca della presidenza di Ronald Reagan
negli Stati Uniti, e la semina è proseguita anche nel corso di amministrazioni
e presidenze democratiche, raggiungendo l´Europa, estendendosi al mondo. Non ci
si è resi conto che la libertà predicata in quel modo era una libertà fittizia
per i mercati, perché creava dipendenze, inefficienze, debolezze strutturali,
che avrebbero finito per privare della libertà economica sia le banche che le
aziende che i privati cittadini. Perciò sostengo che le regole a volte
aumentano la libertà, anziché limitarla».
È stato fatto abbastanza in questi due-tre anni per cancellare tali errori e
ripristinare controlli e regole sull´economia globale che ne proteggano il
funzionamento?
«Qualcosa è stato fatto, ma in modo insufficiente, specie negli Stati Uniti, il
mercato che conosco meglio e che rimane più importante per come influenza gli
altri».
Repubblica 22.5.11

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