Quando la parola d´ordine è "togliere"
Un processo creativo che punta a "levare" per liberare la materia e consentirle di mostrare la sua natura nascosta
Si può raggiungere la profondità con il massimo della superficie. Questo
avvertimento nicciano ci permette di guardare senza scandalo al corto circuito,
che non è rotta di collisione, tra Michelangelo e Matisse proposto dalla mostra
di Brescia. Un appuntamento iconografico assolutamente sostenibile proprio a
partire dall´idea neo-platonica del Buonarroti sul processo creativo. L´opera
nel suo farsi richiede un procedimento "a togliere": un levare per
liberare la materia e consentirle di mostrare la sua profonda natura nascosta.
È un anelito verso l´essenziale e l´essenza, che spiega ancor meglio il
concetto di furor che non è sprofondamento nella materia, ma al contrario
elevazione ed emendamento dall´inevitabile peso gravitazionale della carne.
Matisse, nella sua pittura vaporizzata nello spazio e senza penombre, dominata
dalla memoria di una luce mediterranea, rincorre anche lui, magari senza
pensare a Platone o ai Neo-platonici, il raggiungimento di una forma che si
costituisca come essenza della scultura e della pittura. Il percorso
naturalmente ha altri tragitti rispetto a quelli del Rinascimento italiano, per
la verità non tanto amato dal pittore francese, ma nello stesso tempo
conquistato e incantato da un calco di Michelangelo, esattamente la Notte.
Inoltre anche la teoria del non-finito, che nasce
dall´impossibilità dell´artista e dell´uomo di gareggiare con la creazione
divina, può trovare una consonanza nella decorazione matissiana che spesso
passa attraverso una volubile sinuosità del segno ed una voluta indefinizione
cromatica. Senza arrivare ai Prigioni, che fanno di Michelangelo anche un
profeta dell´Informale e della Neo-figurazione, è possibile misurare uno stato
di ansietas identico ma di diversa temperatura con quella di Matisse. Ansietà
che corrisponde a un tremore spirituale in Michelangelo e, invece, nel pittore
francese, ad una condizione giocosa, erotica e disseminata. Una sorta di stato
d´animo che non isola le diverse parti della visione, semmai le aggrega in una
fertile continuità.
Eppure Matisse è profondamente colpito nella sua forte anoressia iconografica
dalla volumetria bulimica di Michelangelo. E´ possibile rintracciare nella
pittura stessa di Matisse la memoria della scultura michelangiolesca. Basti
confrontare il Ratto d´Europa del 1929 con la postura dell´Aurora e della Notte
delle Tombe medicee nella Sacrestia Nuova di San Lorenzo in Firenze per capire
quanto il grande pittore francese ha guardato il Buonarroti.
Naturalmente ancor più facile è segnalare una consonanza tra i due modi di fare
scultura. Si comprende come Michelangelo e Matisse cadano, nel senso buono,
dentro la scultura, proprio per riuscire a darcene l´essenza. Un taglio in
profondità per dare ordine e sistema alla materia. Michelangelo, turbolento
spirito quasi protestante, Matisse libertino oscillante tra figurazione e
decorazione, a distanza di secoli rappresentano procedure creative dove non
esiste relativismo stilistico ma il timbro di un linguaggio che vola e
sprofonda contemporaneamente alla ricerca dell´essenza, la Forma.
Repubblica 11.2.11

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